Il borsone dei ricordi Pensieri e parole

Arrivo a casa con la macchina piena di valigie e borse, è quello che succede puntualmente tutti gli anni in questa prima settimana di settembre, quando, per dirla alla Righeira, l’estate sta finendo e con essa pure le vacanze. 

Dopo aver scaricato l’ ira di Dio e fatto un rapido censimento, mi accorgo che manca qualcosa: manca il solito borsone che tutti gli anni, prima di partire, riempio con la mia storia azzurra fatta di magliette, pantaloncini, felpe, giubbotti (in montagna la sera, spesso, è particolarmente fresca), almeno un paio di tute, cappellini del “Coordinamento Cuore Azzurro” e un paio di sciarpe leggere di “quelli dell’ Alcarotti”, insomma, praticamente un armadio di cose azzurre.

Indumenti che costituiscono la mia personalissima coperta di Linus, cioè, senza di loro, non mi parrebbe plausibile partire per due mesi di vacanza.

È come portare con me un pezzo di storia e di orgoglio, narcisisticamente da esibire con il petto gonfio e tronfio, mettendo il più possibile in evidenza quello scudetto meraviglioso, simbolo indiscutibile della mia novaresità al pari del mio dialetto.

No, il borsone questa volta non dovrò scaricarlo. Per il semplice motivo che qualcuno, bastardo e disonesto, me lo ha rubato (non riesco a trovare altro termine adeguato).

In verità, quel bagaglio voluminoso, quest’ anno non ho voluto caricarlo in auto; avrei portato con me un qualcosa che non esiste più sportivamente, giuridicamente, calcisticamente, ma perpetua la sua presenza solo nel mio cuore e in quelli che come me sono nati con questo bagaglio cromosomico inconfondibile e inattaccabile.

Amo quel borsone, più di ogni altro oggetto o ricordo, lo amo per ciò che contiene, per la storia che mi racconta tutte le volte che lo accarezzo con la dolcezza di uno sguardo che ora sa di rassegnazione e amore, mischiata a quella rabbia che ti sferza il cuore e la mente e che ti “armerebbe”, serrandone le dita, la mano, lo amo perchè amandolo amo i miei amici che con me hanno sperato in una vittoria che mai arrivava, gioito per un traguardo raggiunto e pianto per una retrocessione condita dal menefreghismo di quella proprietà guitta assogettabile a quell’attualmente squallido 20%.

Non esiste più quel “marchio” così naturalmente bello, non esiste più nemmeno quello scudetto la cui croce, molti, continuano ad ignorare essere all’origine tinta d’argento, non esiste più quello striscione posto sopra la curva nord, divenuto negli anni l’icona inconfondibile di un amore incrollabile testimone del passaggio di fede di una quantità incalcolabile di generazioni. 

Non esiste più, spiace riconoscerlo, ma non esiste più davvero, almeno con l’aggettivo qualificativo “vecchio” ormai menzoniero e come il simbolo sulle magliette color azzurro Savoia,  così come quel borsone che tutto del mio Novara contiene e custodirà d’ora in poi.

Amerò per sempre tutti questi simboli che mi appartengono, ma cambiare significa avere la forza di subire mutamenti, modificarsi, trasformarsi, anche perchè, a questo punto, due sono le scelte possibili: accettare le cose come sono o accettare la responsabilità di cambiarle, e io credo di aver bisogno di un cambiamento radicale, che rispetti il mio passato, ma provochi una vera “rivoluzione” sportivo/culturale, che anni di De Salviana dominazione hanno soffocato.

Rispettando i ricordi e la storia di ognuno, propabilmente con la morte nel cuore, ma occorre andare avanti.

Diceva Socrate: Chi vuol muovere il mondo, prima muova se stesso.

Nonnopipo  


Novara perchè è la mia città, il Novara calcio perchè è la squadra della mia città, il dialetto perchè se il futuro è una porta il passato è la chiave per aprirla. Forsa Nuara tüta la vita.

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