After the party it’s me and you Pensieri e parole

Ci sono momenti nello sport come nella vita in cui succedono eventi straordinari e imprevisti, dai quali si può scegliere se trarre le cose migliori o quelle peggiori. Ecco, noi come tifosi, dall’esperienza del giro di giostra vissuto durante la parabola ascendente della gestione De Salvo, abbiamo certamente portato a casa il peggio.

In questi giorni il ‘trend topic’ principale è ovviamente il tema della cessione societaria, senza la quale è del tutto inutile parlare di quella che potrebbe essere la nostra dimensione sportiva del futuro, perché da questa dipende. Nel frattempo però siamo qui che ci perculiamo da soli per essere in ballottaggio col Catanzaro per l’acquisto di un attaccante che ha fatto molto bene in D e non ci rendiamo conto che il Catanzaro è arrivato secondo nel suo girone scalzando squadre come Bari e Avellino mentre noi abbiamo fatto fatica a salvarci perdendo partite oscene come a Pistoia o a Crema. E che quindi questa è esattamente la nostra dimensione attuale.

E allora da una parte viviamo della luce riflessa di sto cazzo di giro di giostra di una decina d’anni scarsi – di cui poi gli anni davvero gloriosi sono stati le tre promozioni e i due play off – che ha indotto in gran parte della tifoseria l’atteggiamento snob per cui se giochiamo con la Pergolettese ci sentiamo un po’ come quando Luca e Paolo in MTV Trip facevano la scena del razzista. Dall’altra parte, se con la Pergolettese per caso perdiamo, ecco che scatta la sindrome di Calimero per cui siamo vittime di una mandria di bestie incompetenti con la chiara missione di ributtarci nella merda dove peraltro siamo stati per trent’anni senza che quasi nessuno se ne accorgesse, se non i 300 che erano rimasti nella partita col Legnano con la bara in curva.

Noi siamo questi: da una parte siamo contenti di esserci svegliati la mattina e di non essere morti, dall’altra viviamo di ricordi e di un passato che per qualche motivo pensiamo ci sia stato usurpato. E questa nostra indole è stata esasperata quest’anno, dove ai due estremi di cui sopra si è aggiunta la tendenza per cui se la barca sta andando alla deriva ci si sputa tutti sopra, facendo la gara a chi è più duro e puro perché a sto punto muoia pure Sansone con tutti i filistei.

In tutto questo serve ovviamente il simbolo confortante di chi invece ancora eroicamente tiene alta la nostra bandiera gloriosa (perché quando si parla della propria squadra bisogna sempre usare l’aggettivo ‘glorioso’ che riempie la bocca e fa sentire fighi) e lo abbiamo trovato nei giocatori e in particolare nei tre senatori. Dei quali uno fatica ormai a deambulare sportivamente parlando, uno è stato messo fuori rosa e sostanzialmente non ce ne siamo accorti, e uno è ancora un buon giocatore per la categoria quando ha costantemente 5 metri quadrati di spazio intorno. Il tutto con, fatte salve le ultime spettanze in scadenza a breve, tutti gli stipendi (alcunei particolarmente lauti per la categoria) pagati. Mi chiedo quindi a San Benedetto, dove non prendono lo stipendio da novembre e si sono recentemente auto decurtati alcune delle mensilità arretrate (e sono arrivati al primo turno dei play off) quante statue in piazza dovrebbero fare ai propri eroi.

Forse da quel giro di giostra abbiamo davvero perso quel poco di razionalità che caratterizza un tifoso medio, e si è visto nel modo in cui abbiamo affrontato un anno che è stato sicuramente difficile (comunque non più di quanto sia capitato ad esempio ad una Carrarese a caso risultati alla mano), ma che per fortuna si è chiuso con un sospirone di sollievo per uno scampato pericolo. E invece paradossalmente, la sensazione è che neanche questo sospiro siamo riusciti a fare perchè eravamo tutti troppo impegnati nella nostra personale guerra contro qualcuno o qualcosa. La realtà è che abbiamo perso l’abitudine a pensare passo per passo, a riabituarci all’idea che, tra una cordata taumaturgica fatta con l’inchiostro simpatico e l’altra, si può stare vicino al proprio amore sportivo senza per forza passare dall’esaltazione più totale agli estremi più distruttivi.

Perché non c’è niente di peggio del non accorgersi, una volta finito il giro di giostra, che è tempo di scendere. E, come cantano i miei amati Menzingers, ‘After the party, it’s me and you’.

Jacopo


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