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La mia stessa maglia

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Esco.

È notte, anzi, quasi, l’orologio segna un tempo che sconsiglia avventurose uscite.

La notte in montagna è fresca, forse anche fredda, il contrasto con il giorno è evidente  al punto che me ne accorgo quasi subito.

Le luci fioche accompagnano il mio cammino fino a spegnersi lentamente alle mie spalle, mentre la mente abbandona piano piano le frenesie a cui è abitualmente sottoposta.

Intanto la strada che prima era asfaltata, diventa improvvisamente poco ospitale per i miei piedi che non calzano adeguate coperture.

La vegetazione è cambiata all’improvviso protetta dal buio, come se non volesse rendermi partecipe della sua trasformazione.

I rumori del fondovalle, popolato dal civile scorrere della vita, giungono ora con fatica, quasi discreti nel loro proporsi, e paiono invitarmi a guardare molto più vicino a me piuttosto che in lontananza.

Forse il sentiero da percorrere non è quello che si aggroviglia davanti a me perdendosi rapidamente nel buio profondo del bosco, quello di cui ho bisogno potrebbe essere diverso da ciò che ha stabilito il destino, quello che mi serve, come tante altre volte, l’ho sempre cercato camminando in montagna, da solo, forse è giunto il momento di camminare dentro di me.

La notte del resto, ha un aspetto misterioso ovunque, anche in mezzo a una festa : basta uscire dal clamore per ritrovarsi soli e impauriti, figuriamoci in montagna, soprattutto quando le ombre che si susseguono danzano beffarde al ritmo dei battiti dubbiosi del cuore, quasi anticipandone le paure.

Il cielo vigila dall’alto, testimone silenzioso di una storia che non ammette pause, nascondendosi dietro fronde che liberano saltuariamente ad ogni piccolo rumore, sussulti al cuore e scariche di adrenalina stimolanti quanto un cicchetto di grappa bevuto la mattina a stomaco vuoto.

Però di qui son già passato, sì, ne sono certo, lo testimonia quella insenatura dove la costa della montagna si insinua tra lo scorrere di un torrente, fino a perdere la propria identità confluendo rapida e precisa in quel grande bosco di larici, aprendo la vista a uno spettacolo capace di mettere in scena una valle dolcemente addormentata.

Il silenzio è rotto dallo scorrere di un ruscello che a valle assumerà  i tratti di un arido torrente in secca, in attesa delle piogge che lo gonfieranno come un corso d’acqua di montagna che si rispetti.

Da questo punto raggiunto con fatica e ansia crescente, non si può proseguire oltre: continuare significherebbe andare incontro a rischi che forse nemmeno di giorno varrebbe la pena di affrontare, figuriamoci quando le tenebre diventano padrone incontrastate della scena.

Una mano invisibile, tanto ignota quanto saggia, avrà deciso di porre fine proprio qui alla libertà di scegliere se continuare il cammino. 

È proprio in questo momento che mi accorgo di non essere il solo a godere di questa visione e di questa paura scacciata dal mio orgoglio, che amplifica il silenzio circostante fino al punto di farlo diventare assordante.

Chi mai in una notte come questa, seppur mite e tranquilla, ha pensato di spingersi sino a queste altitudini?

Chi mai può aver percorso lo stesso mio itinerario?

Che buffa combinazione, quale strana coincidenza!!

Ad ogni modo il primo ad essere arrivato in questo luogo sono io, quindi spetta a me espletare i convenevoli riguardanti l’ospitalità; in montagna si sa, il dovere dell’accoglienza è sacro, quindi lo saluto invitandolo a condividere con me il grosso masso dal quale, seduto, osservo questa magnifica cartolina notturna.

Provo con sguardi fugaci a scrutare i contorni del suo volto per arrivare a decifrarne almeno l’età, che la fierezza del suo portamento induce a credere essere fresca di gioventù.

Il profilo regolare e ben dettagliato, quasi scolpito del suo volto, pur nascosto dal buio dalla notte, conferma che il mio nuovo compagno è tutt’altro che anziano, anche se il  piombo scuro e tetro, dove va in scena questa storia, pare voler proteggere la sua identità.

I movimenti sicuri e felpati, quasi animaleschi del Signore silente, mi ragguagliano, con un accettabile margine di sicurezza, di essere in compagnia di una giovine persona che conosce benissimo questa parte di montagna, forse un escursionista o meglio ancora un pastore abituato a questi luoghi e a queste ore ormai piccole della mattina.

Dunque non mi resta che domandargli come mai si trovi in una situazione poco usuale come questa; in fondo è la realtà a giustificare la mia curiosità, ovvero quella che ci vede entrambi ad almeno un paio di ore abbondanti dal luogo abitato più vicino, per giunta in una notte particolarmente tetra e buia.

Che sia questa notte lo specchio della mia anima??

Ad ogni buon conto, il mio nuovo sconosciuto compagno, riesce a tranquillizzarmi quando, con voce soave e dolcezza infinita, mi spiega le ragioni che lo hanno spinto ad attraversare i boschi affrontando le tenebre, e mi rendo conto, incredibilmente, che esse sono identiche a quelle che hanno indotto me stesso a seguire questo impervio percorso.

Rimane in silenzio a lungo e non vorrei disturbarlo; in fondo chi sono io per entrare nei particolari della sua vita per cercare un contatto con lui??!!

Certo però che è strano davvero !! : due persone che non si conoscono, nel cuore della notte, sedute ad ascoltare il silenzio, scrutando dall’alto il mondo sottostante, spento nella notte che ora è diventata seriosa e angosciante come un quadro le cui tinte scure dipingono scenari inquietanti, stanno serenamente sedute l’una vicino all’altra, disinteressandosi dell’altrui presenza.

Forse si conoscono, forse in passato hanno avuto modo di interagire e la vita frenetica vissuta tra mille impegni ha cancellato quel ricordo come chissà quanti altri particolari avrà rimosso.

Potrebbe darsi che inconsciamente il tempo trascorso conservi tracce nascoste di frequentazioni giovanili che la memoria non riesce più a fare emergere e a fissare in uno spazio temporale adeguato, chissà ?!

Probabile che si tratti di un caso e nulla più, una di quelle situazioni un po’ particolari dove il destino, partendo da un unico punto, disegna percorsi diversi fino al momento in cui ti fa condividere un sentiero di una montagna in una notte buia.

Il cielo sta cambiando lentamente colore e una leggera luce si sta appropriando dell’orizzonte dipingendolo con tinte pastello capaci di infondere un senso di tranquillità crescente; la luce si sa ha un effetto distensivo e rassicurante rispetto al buio pesto, che racchiude dentro di sé tutte le nostre paure ancestrali.

Aspettiamo entrambi fiduciosi e senza paura, il ritorno alla vita riconoscibile, mentre il fondovalle rimette in circolazione, con calma sapiente e tipicamente montana, il sangue necessario per la propria vita.

È a questo punto che il Signore silenzioso si alza lentamente e con fatica, appoggiando le mani sulle ginocchia scricchiolanti.

La sua schiena, prima ritta e composta, pare ora rivelare qualche traccia di stanchezza e di sofferenza, mentre il suo volto, ora cautamente decifrabile nella fisionomia, tradisce solchi rugosi che il tempo ha scavato tra le pieghe del suo sguardo.

Gira le spalle e si allontana con la stessa cadenza con la quale si è palesato, con fare misterioso e inquietante, senza guardarsi attorno.

Solo ora mi accorgo che sotto un leggero giubbotto indossato con noncuranza, mi pare di riconoscere una maglia il cui colore è simile a quella gradazione cromatica che poco prima si era appropriata dell’orizzonte trasformandolo da nero in azzurro, quell’azzurro che conosco molto bene ospitandolo all’interno del mio cuore da sempre. Indossa la mia stessa maglia azzurro savoia, non ci sono dubbi, la conferma me la offre su un piatto d’argento quello scudetto, croce argentata in campo rosso, che batte in sintonia con il suo cuore.

Si ferma all’improvviso manifestando l’orgoglio di essere stato finalmente individuato e riconosciuto, attribuendo il merito a quel simbolo dal potere taumaturgico che entrambi condividiamo, poi con lentezza esasperante, gira su sè stesso offrendomi in modo studiato la possibilità di guardarlo dritto negli occhi, seppur da lontano. 

Sorride ora, il volto inondato dalla luce, ormai diventata padrona della scena, rivela finalmente la sua identità. Lo riconosco, non ho dubbi sò chi è, non posso sbagliarmi!!!

A una manciata di metri da me, portando le mani alla bocca, quasi a voler raggiungere l’ infinito, con voce ferma e stentorea mi dice : “Ci rivedremo, stanne certo!! ma non ti dirò quando”

Ora si rigira per riprendere il sentiero che fino qui lo ha condotto,  alza il braccio destro in segno di saluto offrendo alla mia vista un tatuaggio sul polso raffigurante un paracadute, per poi scomparire come avviene nelle favole, tra gli alberi del bosco che ne proteggeranno il cammino.

Mi avvio verso casa con la certezza che durante il rientro avrò tante domande a cui dare una risposta.

Nonnopipo

Novara perchè è la mia città, il Novara calcio perchè è la squadra della mia città, il dialetto perchè se il futuro è una porta il passato è la chiave per aprirla. Forsa Nuara tüta la vita.

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Dopo la vergogna di ieri, ritorniamo al nostro azzurro.

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Escono da scuola, vocianti e allegri. Corrono dando sfogo a quella vitalità imbrigliata e poi sopita nelle regole da rispettare.

Gridano, saltano, si sfogano, appunto.

Una multietnia confusa ma interessante che mischia senza problemi i diversi colori della pelle su quelle faccine ancora libere da condizionamenti imposti dall’egoismo dei grandi.

Si liberano dagli indumenti imposti, mentre gli zaini, pesanti come quelli portati a schiena di mulo dagli alpini, giacciono offrendo una sensazione di abbandono anche se temporaneo.

Da sotto quei grembiuli spuntano maglie di calcio, alcune originali altre tarocche, altre ancora improvvisate, altre impossibili da sintonizzare sulle frequenze del calcio.

Basta un pallone, a patto che rotoli colpito da qualche calcione ben assestato, a patto che si rispettino le regole improvvisate anch’esse, a patto …

Strisciate le maglie, tutte, che senza il nero verticale sarebbero rosse, bianche e blu, si blu, perché l’azzurro che abita in questa città è ben diverso. Il nero che hanno in comune le identifica come ospiti, almeno per me.

Ma loro giocano ugualmente, indifferenti alle differenze, dribblano anche le panchine e le convenzioni intrise di razzismo, mentre allo scivolo ci passano sotto, poi un tiro finisce contro un cestino dei rifiuti il cui compito straordinario è quello di fare il palo a sua insaputa, l’altro non esiste, o meglio, esiste nel diritto di ogni bambino di immaginarlo piantato dove meglio crede.

Ed è incredibile come una porta senza traversa e senza un palo, riesca nell’impresa di fare accettare, a chi lo ha subíto, un gol non gol senza discussioni e soprattutto senza il quarto uomo e la VAR.

Magie dell’innocenza, miracoli prodotti dalla sola voglia di dare un calcio non tanto ad un pallone, che potrebbe colpire un cestino saltuariamente svuotato dall’immondizia, ma spingere quella sfera al di la della realtá di tutti i giorni, portandola a superare la linea della porta oltre la quale esistono i sogni che solo i bambini sanno fare ad occhi aperti.

Gioca!! Gabriele, gioca finché puoi sognare un calcio libero da condizionamenti, un calcio costruito solo per te su un terreno che sia pieno di ostacoli gioiosi come solo quelle giostrine impiantate su questo prato sanno esserlo, e fino a quando la tua maglietta azzurra, con quello scudo, bianca la croce in campo rosso, che posizionato sul cuore, registrerà sempre la tua fede come sa fare un holter cardiaco.

Il nostro scudetto sarà rispettato e considerato valoroso e nobile al pari di quello posto su quelle maglie strisciate e foreste che noi, come ti ho insegnato, non disprezziamo, in quanto vengono anch’esse sudate dalla gioia di chi le indossa.

Mezz’ ora dura lo svago, mezz’ora rubata ai compiti ma restituita alla fantasia e alla libertà, però ora ti devo chiamare, anche se so che farai finta di non sentire, lo facevo anch’io quando la nonna Rina urlava dal fondo del campetto dell’oratorio di Veveri chiamandomi … non sentivo, proprio come stai facendo tu, non sono mica nonno per caso eh, li conosco tutti questi trucchetti, sono stati il mio salvagente, il mio diritto a richiedere che mi venisse accordato l’orario lungo per giocare a calcio fino a quando l’oscuritá imponeva la ritirata.

Quarantacinque minuti ormai, il tempo che misura la metà di una partita, la sera cala lentamente su quei calci offerti a una sfera che rotola, di qua e di la senza avere apparentemente una destinazione precisa e forse avendo i minuti contati.

Andiamo, le maglie sono sparite ognuna verso destini giá scritti ma ancora da interpretare, ognuna sulle ali della speranza piú che sulle giovani spalle di ragazzini appartenenti alle piú varie etnie.

Sali, Gabri, sali in macchina e occhio alla cartella, (io la chiamo ancora così) come è andata oggi a scuola? Cosa hai mangiato a pranzo? Le solite domande, quelle che ti pongo tutti i giorni … no, oggi no, oggi non ti chiedo nulla, oggi indossi quella maglia che è un lasciapassare per i sentimenti piú belli.

E tu mi chiedi di ascoltare quel CD che spesso ti nego all’ascolto tutto preso come sono a guidare nel traffico o a pensare ai cavoli miei che talvolta sono di una grandezza esagerata, questi cavoli!!

Oggi no, oggi ti voglio più bene del solito, ti amo più del solito, oggi non so perché ma è cosi.

E allora te lo metto il tuo CD, te le metto le tue due canzoni preferite, io le ho già sentite tante volte al punto che quando si arrivava a casa le suonavo entrambe con la chitarra mentre tu ascoltavi incuriosito quanto la mia interpretazione fosse curiosamente distante dall’originale.

Vabbè dai!! ascoltale pure e alza il volume, anzi sparalo a mille, anche se magari qualcuno ci manderà affanc…ops, scusa, non si dicono parolacce in presenza di bambini … ci manderà a quel paese!!

Parte la batteria cadenzata al ritmo di marcetta, la nostra marcetta, Gabri, quella che mi chiedi di ascoltare tutti i giorni all’uscita da scuola e io ti accontento quando non sono inverso.

Canti sottovoce accompagnando quell’incedere musicale, che si confonde con i battiti disordinati del mio cuore, aiutandoti con le dita della mano sinistra, intanto che il ritmo della musica compie il suo percorso naturale verso quei sentimenti più spontanei e liberi che ci hanno consentito di amare quell’azzurro colore.

Un minuto e trentotto secondi dura questa melodia, ma tu prima che finiscano le note mi chiedi con garbo misto a preoccupazione : “Nonno, perché stai piangendo??”

Nonnopipo

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Quando un colore …

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Quando un colore si impossessa del tempo significa che ormai siamo prossimi a vivere un momento importante.

Esso può incidere sullo scorrere regolare della vita, può venire a lui concesso cotanto spazio, può godere di smisurata libertà di movimento.

Può condizionare fino al punto di sentirlo dentro di te, si, perchè un colore si può udire, con un colore si può parlare.

Un colore non è entità, è solo pigmentazione ottenuta attraverso un processo chimico finalizzato al raggiungimento di un risultato destinato al mercato.

Un colore non porta con sè null’altro se non sè stesso.

Ma poi inizia a declinare lentamente i suoi riflessi, accostandoli gentilmente all’anima, mentre la mente scandaglia il fondo della coscienza alla ricerca di emozioni e ricordi ad esso legate.

E quando le parole non bastano da sole a spiegare ciò che hai dentro, allora servono altre cose: gesti, ricordi, musica, poesia e, appunto, colori.

Si, i colori; perchè loro tingono la vita togliendo quella patina velata al bianco e nero di tutti i giorni, perchè essi amministrano con lealtà un potere che influenza direttamente l’anima.

La vita è un’enorme tela su cui puoi versare tutti i colori che vuoi : il verde della speranza, il rosso della vergogna o della rabbia, il bianco di uno spavento o per il triste e non consumato epilogo di un’avventura galante, il rimprovero a un monello che ne ha combinate di tutti i colori.

Solo l’azzurro, meglio se posato con garbo e dolcezza su una maglia, solo lui è in possesso delle chiavi per poter accedere quando vuole all’interno del tuo cuore, per finire di scrivere con te un pezzo della tua vita.

Forsa Nuara tüta la vita

Nonnopipo

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Ho fatto un sogno

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Ho fatto un sogno;

Dopo aver trascorso LANOTTE insonne, stavo camminando di buona LENA in mezzo la campagna, il cielo non ancora azzurro vivo, diciamo CELESTINO, mi accompagnava discreto con il mio cappello in TESTA riparandomi dai raggi del sole ultraVIOLA.

Le risaie piatte come un cross di CIANCIO, mi consentivano di rimirare la catena montuosa dal Monviso da cui nasce il Po, praticamente il MONTIPO, fino all’AdaMAVILLO.

La geografia che avevo studiato alle elementari, mi confermava che il Po nasce appunto in provincia di Cuneo e non in quella di AVELINO, MORIGGI in questo momento se dicessi una bugia!

Il DESIDERIO un po’ GARUFO (po’ nel senso di “poco” e non del fiume) mi riportava alla mente ciò che mi suggeriva mio nonno: “mai allontanarsi dalla RIVA”, che se mi avesse scoperto lui, me le avrebbe suonate di BRUTTO, PAROLA sua!

Mio padre invece inaspriva la pena sentenziando che mi avrebbe CROCEFISSO senza neanche indosso la MIGLIETTA e senza SBRAGA. PEGGIORINI di così …

Lontano, guardando verso l’orizzonte, si intravedeva una serie di case rurali, praticamente un BORGOBELLO, in mezzo al quale spiccava una grossa CASABIANCA, era delimitato a nord ovest da un convento di frati BENEDETTINI dalle cui finestre si udiva un CANTO DOLCETTI, oltre a percepire uno sgradevole odore di ROLFO bruciato.

Nel parcheggio posto al centro del BORGOBELLO stazionava una Porsche CARRERA con le chiavi inserite nel cruscotto, e così, nonostante il dolore causato da due CALLONI, con una MASCARA sulla faccia, accorsi con ACCURSIO a cui rivolsi un saluto in dialetto: BENTIVEGNA.

Salii allora sulla vettura, accesi il motore, allacciammo le CENTURIONI di sicurezza e GUIDETTI la Porsche con immensa GIORIA. Imboccammo l’Autostrada, io con il cucchiaio e ACCURSIO con la forchetta, quando il mio compagno di viaggio iniziò a emettere GEMITI di dolore strazianti, tenendosi la pancia, e mi CHIOSA di fermarmi al primo autogril. SCESA al volo quando ancora la CARRERA non si era arrestata non avendo a disposizione le manette, urlando di aspettarlo che sarebbe andato a caGHELLER. 

ACCURSIO corse alla toilette raggiunta la quale esclamò esausto: “finalmente, FELICE EVACUO!”

Il caldo era diventato insopportabile, accesi la VENTOLA della Porsche e ne approfittai per fare rifornimento di gpl perchè la benzina costava assai a causa delle accise, che furono uccise e massacrate da SANSONE e dagli SCHIAVI che protestavano per l’abrogazione del reddito di cittadinanza, proprio nel momento in cui transitava un autotreno carico di meloni. Pagai le 1550 lire del rifornimento e mi accorsi con ACCURSIO, che intanto si asciugava il sudore con lo stesso fazzoletto usato precedentemente durante l’ecacazione, che il benzinaio TARTAGLIAva.

Si avvicinarono due TOSCHI figuri dalla faccia inquietante e simile a quei MASCHERONI con i NASUELLI alla Cyrano de Bergerac, che si usano quando è carnevale.

Ci volevano proporre l’acquisto di un anello in puro OROFINO con incastonato un RUBINO GROSSETTI e dai colori ROSSETTI, il cui valore si aggirava attorno ai due MIGLIARDI.

Uscimmo dall’ autostrada alla BARRERA della Ghisolfa e sulla provinciale non ancora asfaltata beccammo un BUSO che sembrava una voragine come quando al centro della difesa giocava RINAUDO. Chiedemmo a un OMIZZOLO che spingeva con fatica il suo CARLET, dove potessimo trovare, per qualche SOLDO, qualcuno in grado di riparare la gomma. Ci indicò un’ officina gestita da gente di Milano, dunque MILANESI, che in un attimo ripararono la gomma con la COLLA Coccoina che nulla aveva a che vedere con la nota sostanza che agisce come potente stimolante. Comunque l’intervento riparatore fu stupefacente.

Tornando verso il solito BORGOBELLO incontrammo due tizi, anzi un Tizio e un CAU, con in mano una MIAZZA e un fucile in spalla, mentre l’ispettore KERRIGAN, appena arrivato, controllava che tutto fosse in regola. Ci informarono che la stagione venatoria era aperta da una settimana, e quindi andavano a CACIA assieme al loro amico, un Sempronio con in testa talmente tanti capelli ricci ma non CIUFFETELLI, da sembrare BRANDUARDI, il quale, così spiegò, arruolava gente per raccogliere le mele e portarle alla fiera che si teneva nella zona est di Novara, dove suo padre era solito comprare un topolino e poi un gatto, che però mangiava il topolino che al mercato suo padre comprò. Finì che uno scrittore assai GRAZIOSI il topolino lo pitturò di amaranto. Boh! Va un MONTIPO’ a capire che gente strana che c’è in giro!

In questo sogno avrei dovuto trovare un posto per la fata MORGANELLA, ma posto che il sogno è mio ci ho messo quello che mi aggradava, anche perchè poi, sono stato SALVIATO e svegliato dal CANTO del GALLO mentre dormivo beato tra due guanciali e su due MATTEASSI.

Però prometto che da domani cercherò un altro pusher.

Nonnopipo  

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