I giovani vecchi e i vecchi giovani Pensieri e parole

Sapete, non è così facile essere ragazzi. Sembra facile. Infondo abbiamo tutto quello che ci serve per sfondare: le idee, il tempo, l’incoscienza di pensare di poter sempre raggiungere e risolvere tutto. In questi ultimi anni di partite, specialmente in trasferta, ho conosciuto tante belle persone che la mia età l’hanno passata da un pezzo e nei loro occhi vedo, quando si parla di cose da ventenni, un misto di tristezza e anche gioia per quello che è passato. Quindi potrei dirvi che è tutto vero, che è bello avere vent’anni. Eppure mi accorgo sempre di più, specie col passaggio all’ambito universitario dove inevitabilmente viene meno il gruppo classe per un aspetto sempre più individuale, che tanti giovani vivono ormai da vecchi. Sì, vecchi decrepiti. Tanto che a volte sono più “giovani” i vecchi che loro.

Forse sono io che non ho capito un cazzo della vita, a volte me lo chiedo sapete, perché quando sei tu il diverso ti viene da pensare se possa essere tu lo “sbagliato”. Vedo ragazzi che vivono le loro esperienze attraverso le storie di Instagram, e ve lo dice uno molto social, invece che cantare a squarciagola la canzone ad un concerto o abbracciare il proprio amico. Vedo ragazzi  che non si sanno più emozionare davanti a niente, fissi davanti alla luce del telefono invece che parlare fino all’alba. Stufi, sfatti, snob. Vedo ragazzi che hanno paura di essere etichettati e che hanno paura di fare aggregazione, che pensano a come possono essere visti invece che semplicemente ad essere. Vedo ragazzi che non vanno allo stadio perché Sky è più comodo. Vedo ragazzi che hanno programmato ogni singolo istante della loro vita da medici, avvocati, ingegneri e che non trovano cinque minuti per una birra con l’amico. Vedo ragazzi che hanno paura di fare i ragazzi, forse perché ormai il vivere seguendo il proprio istinto è passato da mood di vita a mood da fallito. Vedo ragazzi che non si mettono mai in gioco, perché in fin dei conti è tanto comodo stare sul divano di casa invece che vivere. I miei amici che mi chiamano matto perché faccio 1800 km per una partita. Ma quando ritornerà più quella singola partita con le singole e uniche emozioni che quella può dare? Mai più.

Probabilmente tra una ventina di anni avrò le risposte su chi aveva ragione, tra me e loro. Probabilmente il sacrificare la “trankilidad” di questi anni per un futuro certo è una mossa socialmente accettata, magari sarò in mezzo ad una strada a chiedere l’elemosina a coloro i quali sono stati sempre “vecchi”, ma nessun soldo o posizione sociale ridarà a loro l’essere giovani.

Francesco Sartorio


Lascia un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: