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Io credo, risorgerò

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Questa è una squadra che arriva con in media un mese di ritardo a fare le cose che le altre squadre che hanno il nostro stesso obiettivo hanno già fatto da un mese. È successo per la prima vittoria in campionato, arrivata settimana scorsa quando l’Alessandria l’aveva già centrata il 24 ottobre. Ed è successo anche per il primo pari sporco in trasferta, arrivato non al termine delle solite montagne russe emozionali tipo quelle di Meda, con uno-due devastanti recuperati poi di puro ‘nervo’ in extremis, ma finalmente con un sano primo tempo di contenimento puro, senza rischiare assolutamente nulla. E d’altra parte non abbiamo fatto altro che adeguarci all’andazzo di un Lumezzane che da subito è sembrato badare molto più alla continuità di risultato e all’imbattibilità difensiva dopo due vittorie e tre clean sheet in tre partite piuttosto che al bottino pieno. Anche il solito gol stronzo che tanto per cambiare ci ha messo nelle condizioni di dover inseguire è arrivato in modo totalmente diverso da come lo abbiamo sempre preso in questa stagione, perché si è trattato davvero del classico tiro della domenica su cui c’era pochissimo da fare. Dopo lo svantaggio abbiamo chiuso gli avversari in area, e, se da una parte abbiamo palesato ancora una volta la stessa cattiveria sotto porta del famoso celerino del Menti reso famoso dalla Gialappas per il manganello appoggiato sulle chiappe dell’invasore di campo, abbiamo dimostrato anche di avere un cuore non comune.

Chi al solito è rimasto più centrato di tutti ancora una volta è stato Gattuso. Mentre io personalmente sognavo già una squadra sfrontata alla ricerca di un inizio di filotto che ci avrebbe permesso di affrontare la prossima in casa col Vicenza con la testa serena, contro una corazzata messa in campo per aggredirci, e quindi col più classico dei canovacci in cui non hai nulla da perdere (e loro tutto da prendere tra le chiappe), Jack probabilmente ha pensato alle sue di chiappe. E giustamente, perché la tentazione di scoprirsi sull’onda dell’entusiasmo della prima vittoria e di lasciare campo a un’avversaria che come sottolineato nelle dichiarazioni prepartita, aveva nell’attacco il suo reparto più completo, era forte ma terribilmente rischiosa. Non potevamo permetterci di vanificare quel piccolo patrimonio di fiducia acquisito dopo le ultime due partite, e quindi Jack ha pensato di tornare alle origini, con una difesa a tre stavolta ridisegnata con due centrali di ruolo, partendo più solidi e guardinghi ma permettendoci all’occorrenza, grazie alla nota duttilità di Calcagni, di passare al 4-3-3. Mossa che poi si è rivelata essenziale per evitare di bruciarci uno slot per cambiare schieramento quando c’è stato bisogno di recuperare, e giocandoci tutto col passaggio al 4-2-4 a 10 dalla fine, per finire con l’ultimo cambio della disperazione con dentro tutti quelli forti di testa per trovare il pari di ignoranza che poi per fortuna è arrivato.

Questa è una squadra che ha sicuramente tanti, tantissimi difetti, a partire dal fatto che ad oggi probabilmente non segnerebbe un gol su azione neanche con le porte e con le regole del calcio gaelico. Ma questa è la terza volta che raddrizziamo di riffa o di raffa il risultato tra il 90esimo e i minuti di recupero, e non succede spesso che in una partita su cinque una squadra porti a casa punti in zona Cesarini. Probabilmente vuol dire che facciamo fatica a morire, anche se ieri i numerosissimi ultras del Lume hanno cercato di farci vivere coi loro cori scanditi da cantilene megafonate l’allegra atmosfera che si crea durante i canti funebri all’uscita del feretro. Mezzi morti sì, ma ancora con qualche possibilità di resurrezione.

Jacopo

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Il ballo del qua qua

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Sono rimasto silente in queste ultime settimane, sostanzialmente perché non c’era nessuna delle tre tipiche ragioni che mi portano a scrivere, ossia elementi nuovi da aggiungere alle ultime analisi, nessuno a cui dover far pesare di aver avuto ragione (elemento decisivo da buon membro del club dei 60 milioni di allenatori in Italia), né qualcuno che mi avesse fatto particolarmente incazzare. Le prime due precondizioni in realtà sarebbero state confermate anche dopo la partita col Mantova, l’ultima no, e parliamo ovviamente del giocatore di 15 categorie superiore alla media, quello con numeri imparagonabili rispetto a qualunque attaccante dai tempi in cui è stata introdotta la C a girone unico, ma non quella della riforma del 2012, quella del 1935.  Sono convinto che se quando il Dio del calcio ha distribuito le percentuali di tecnica e cervello avesse bilanciato un po’ meglio su Francesco Galuppini da Brescia – e parlo di bilanciamento alla pari, ossia un 20-30% in meno di classe in quel sinistro e un 20-30% in più di neuroni – parleremmo di uno che forse vincerebbe qualche partita in meno da solo, ma avrebbe la continuità per fare la differenza costantemente e forse per farlo anche in altre categorie. Mi è capitato poche volte di vedere così poca intelligenza emotiva da non comprendere che per come è andata la stagione scorsa a Novara è più lui ad essere in debito con la piazza che non il contrario, e che fare il giro dello stadio mimando quella cazzo di paperella facendo il buffone quando tra l’altro fino a quel momento nessuno gli aveva sostanzialmente detto un cazzo, non fa altro che rafforzare i pregiudizi anche di chi l’anno prossimo magari dovrà comprarselo, visto che se dovessero andare in B dubito rimarrà a Mantova, e se dovesse farlo con questo atteggiamento alla terza partita come minimo uscirebbe orizzontale e possibilmente con la rotula dislocata in un punto a caso del ginocchio, cosa che a questo punto gli auguro. Detto questo, contento lui contenti tutti.

Mi pare quindi evidente e poco opinabile che il processo di crescita e di maturazione della nuova creatura che è stata consegnata a Gattuso dopo il mercato di gennaio sia ormai arrivato a compimento, in un crescendo di consapevolezza che ormai certifica quanto questa squadra riesca a interpretare perfettamente entrambi i tipi di partita che servono quando devi salvarti, ossia quella in cui devi portare a  casa i tre punti, lavorando ai fianchi l’avversario e trovando con pazienza il momento giusto per colpirlo, e quella in cui in primis non devi perdere ma portare a casa almeno il classico puntone. Ma soprattutto stiamo diventando davvero la classica squadra che nessuno vorrebbe mai incontrare in questo finale di campionato, perché concediamo pochissimo, siamo spesso letali nelle ripartenze e abbiamo una freddezza nei momenti cruciali che sembra semplicemente irreale considerando il manipolo di gente cagata in mano ancora prima del fischio di inizio che eravamo a dicembre.

Certo, c’è una situazione in cui questo Novara 2.0 non si è mai trovato e speriamo non debba trovarsi, anche se per la legge dei grandi numeri prima o poi immagino capiterà, ossia quella di inseguire gli avversari. Ecco, temo che per come è strutturata questa squadra, in quel caso potremmo fare discretamente fatica. Perché quella di non buttarsi come degli scavezzacolli in avanti, il che ci ha portato a vincerne tre di fila e pareggiarne una col punteggio minimo prima di ieri, è a mio parere non solo una scelta tecnica di prudenza ma una vera e propria necessità legata al fatto che per caratteristiche facciamo tanta fatica a riempire l’area con gli attaccanti che abbiamo. Anche ieri il gol è arrivato su un’escursione fuori dal proprio raggio d’azione di Corti, che ha messo una palla arretrata per quello che se non vado errato è il terzo gol su quattro che facciamo con palla scaricata a rimorchio. Ma mentre per Niccolò pare fosse stata preparata proprio per scambiarsi di posizione con Bentivegna per essere imprevedibili, tendo a pensare che non fosse mandato di Ongaro quello di decentrarsi così tanto. È vero che il loro pari ha complicato maledettamente le cose e che probabilmente anche il tipo di partita del canadese sarebbe stato diverso fossimo stati in vantaggio, ma inizio a temere che da parte sua ci sia una certa non attitudine al contrasto fisico sporco. L’unico attaccante da guerra che abbiamo è sempre lui, si chiama Stefano Scappini. E mannaggia, se avesse quei 5 anni in meno quanto ci servirebbe oggi uno così anche nel vivo della partita e non solo nei finali quando si perde e c’è da andare all’arrembaggio. Basta aver coraggio Easton, come la paperella del ballo del qua qua, non come quella del pirla di Brescia.

Jacopo

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La maturity phase e altre giargianate

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A noi milanesi ‘imprestati’ piace un sacco usare qualche volta dei termini inglesi per tirarcela e sentirci un po’ più assimilati ai bauscia che tra un aperitivo, una seduta di yoga e la spesa a 200 Euro per comprare il seitan la quinoa e il latte di mandorla guardano noi giargiana come John Travolta ha fatto con Fiorello e Amadeus l’altra sera. Uno di questi è ‘maturity phase’, che si usa per indicare il momento in cui un business promettente, dopo una serie di investimenti fatti anche potenzialmente in perdita, passa allo stage in cui si rende solido e paragonabile ad altri più ‘storici’ e quindi può entrare nelle logiche di gestione più tradizionali. Tutto questo preambolo è soprattutto per allungare il brodo, perché sulla partita c’è ben poco da dire, se non che a livello di gioco abbiamo visto una squadra messa benissimo in campo, che ha entusiasmato per almeno 75 minuti, con una continuità di gioco e di manovra sorprendente, e ha vinto per la seconda volta di fila di autorità senza prendere gol e permettendo questa volta all’avversario di creare pochissimi presupposti per segnare.

Se non è una squadra entrata nella fase di maturità questa, non so quale possa essere. Ed è la riprova che nel calcio basta incredibilmente poco per quadrare quello che fino a due settimane fa sembrava un rompicapo di difficile soluzione. Con una rosa rivoluzionata, tanti punti di domanda, e qualche malumore che sembrava trasparire palese fino al post Padova, abbiamo avuto la dimostrazione che alla fine in questa categoria basta mettere due o tre punti fermi a livello di struttura fisica e atletica, e, in misura forse anche minore, tecnica, per ritrovare quell’essenzialità che ti permette di ottenere quello che era sembrato impossibile in un intero girone di andata. Sta di fatto che, alla luce anche dei sei titolari su undici facenti parte degli innesti arrivati a gennaio, questa squadra non sembra più neanche lontana parente della truppa impaurita che reggeva per una frazione più o meno significativa di gara e poi alla prima difficoltà andava talmente in panico da farsi gol da sola.

Il merito è sicuramente dei Lorenzini, dei Kerrigan, degli Ongaro che hanno dato un improvement (altro termine molto da milanese imbruttito) e hanno permesso di far lievitare sensibilmente il livello di gioco degli altri. Perché quando hai un braccetto che fisicamente sovrasta regolarmente tutti e ha anche discreta capacità nello sganciarsi e nel dettare il passaggio, più due esterni che sono dei martelli, ecco che Di Munno che già aveva mostrato grandi doti ha ancora più possibilità di inserirsi e fare male, idem Calcagni come interno dall’altra parte. E quindi le maglie si allargano, e anche uno come Ranieri può tornare a ragionare e a dettare le geometrie come piace a lui. E poi davanti Ongaro potrà anche prenderne una su tre, ma comunque con la sua struttura fisica anche se perde il contrasto rallenta di molto la reattività della difesa avversaria facendo sì che il numero di seconde palle su cui arrivi cresca sensibilmente. E quando invece la prende semina il panico, trovando quasi sempre gli spazi per concludere oppure, grazie al modo in cui usa il corpo, per servire l’uomo a rimorchio come nell’occasione del gol. Il resto lo fa una rosa che, mentre prima aveva solo Corti e Scappini come elementi offensivi su cui affidarsi, ora può permettersi di sfruttarli a partita in corso per garantire il massimo di freschezza atletica, così come Boccia, che devo dire è l’unico che mi piange il cuore veder sacrificato in corsa ma se non rompe i coglioni va benissimo impiegarlo anche così.

Per ora l’unica nota negativa è Bentivegna, che al di là del rigore sbagliato ha cercato un po’ troppo testardamente la giocata personale risolutiva, anche se è comprensibile per un attaccante che quest’anno aveva giocato col contagocce e non aveva ancora segnato in campionato. Anzi, benissimo che alla fine il gol non sia arrivato, in modo che se lo conservi per qualche giornata storta in cui magari le cose non gireranno così bene e servirà il guizzo del singolo. Perché nella fase di maturità serve che tutti, ma proprio tutti, diano il loro pezzetto di contributo. E quando succede, sempre per giocare al giargiana del milanese imbruttito, anche il forecast più ambizioso può essere superato.

Jacopo

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Il calcio è semplice

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“Il calcio è molto semplice” diceva il buon Max Allegri. In quel caso si parlava della diatriba praticità vs estetica, ma questo principio di semplicità si può applicare a mio parere anche ad altri aspetti. Ad esempio, soprattutto in categorie di merda come quella in cui giochiamo, molto spesso vince semplicemente chi, oltre a giocare vagamente (spesso molto vagamente) meglio a calcio, è anche più strutturato fisicamente. E non so se è casuale che sia arrivata finalmente una vittoria di autorità, anche se risicata a aiutata dalla superiorità numerica per più di un tempo, la prima volta in cui questa squadra è scesa in campo dall’inizio con quei 4-5 cm medi in più di altezza (dopo aver già alzato un po’ la media con Lorenzini con gli apprezzabili risultati visti a Trento nel primo tempo). Non ci era mai successo infatti finora di fare un gol a inizio partita e di tenere il vantaggio senza particolari patemi per il resto della gara, tolti gli ultimi 20-25 minuti in cui abbiamo un po’ abbassato il baricentro e che sono coincisi guarda caso in gran parte con l’uscita di Ongaro.

Per carità, non stiamo parlando di un impatto devastante del canadese, e, se posso sbilanciarmi, non stiamo parlando neanche di uno che lascerà un segno indelebile a Novara come lo hanno fatto gli Evacuo, e probabilmente nemmeno di uno in grado di fare un numero di gol rilevanti nel corso di una stagione in questa categoria. Ma se c’è una cosa che serve maledettamente in C è uno che anche solo psicologicamente metta apprensione alle difese, tenga impegnati in qualche raddoppio i centrali, e apra gli spazi anche per gli altri. Lo dicevo quando giocavamo contro un Maistrello qualunque ai tempi del Renate (che tra parentesi adesso gioca titolare in B nel Cittadella mettendola pure dentro qualche volta), e lo ribadisco oggi. Ed è esattamente quello che è successo in occasione del gol, per cui tra l’altro un cultore come Mazzarri del cambio di campo da quinto a quinto nel 3-5-2 sarebbe andato in brodo di giuggiole. Perché è vero che Zacchi fa una cagata sull’uscita a metà strada, ma sono abbastanza convinto che con il solo Corti davanti avrebbe magari giocato un po’ più a briglia sciolta come posizionamento nell’area piccola, cosa che con anche un ragazzone di 1.98 in area probabilmente non si è sentito di fare.

Tutto a posto quindi? Assolutamente no. Ma è tutto a mio parere nella normale dinamica delle cose per una squadra con così tanti elementi nuovi, che si sta pian piano amalgamando e che non può certo aver ancora resettato con la testa dopo una metà di torneo con le difficoltà che tutti conosciamo. Ed è chiaramente emerso nella gestione degli ultimi minuti, dove abbiamo visto alcuni giocatori ancora palesemente in rodaggio a livello mentale e tecnico (vedi Ngamba con quei due tentativi di spazzata ciccati che in altre situazioni ci sarebbero potuti costare molto più caro) e fisico (il povero Schirò ha ancora la corsa tonda e mono velocità di chi sta ritrovando la forma). Contando anche che abbiamo giocato con due terzi di difesa non dico inventati (perché Boccia e Bertoncini fino a due mesi fa erano due perni) ma che sicuramente nella testa di Lo Monaco (che abbiamo capito avere del peso non solo su chi compiamo ma anche su chi e dove gioca) non sono prime scelte. Speriamo che questa sia anche un’iniezione di fiducia per chi della rosa iniziale ha visto in questo mercato un potenziale ridimensionamento e che si crei quella bella dinamica positiva per cui chi parte avanti nelle gerarchie deve sempre spingere al massimo per non farsi fregare il posto, visto che a differenza di prima adesso le alternative sono molto credibili.

Sarà un caso dopo quello che è successo col Padova, ma è la prima volta che vediamo anche un arbitraggio che nelle sue decisioni chiave, senza che nessuno sia comunque nelle condizioni di gridare allo scandalo perché ci stavano a termini di regolamento, ha un minimo indirizzato la gara nei nostri confronti. Soprattutto contro la squadra di casa è abbastanza raro vedere un doppio giallo già nel primo tempo con una successione di falli di quel tipo, e sarebbe stato molto facile dare il rigore alla fine per quel braccio un po’ largo di Bertoncini se ci fosse stata la volontà di compensare. Altri piccoli dettagli che dimostrano che forse le cose cominciano a girare per il verso giusto anche a livello politico, che, non nascondiamocelo, è l’altro dei motivi per cui in tanti hanno applaudito all’arrivo di Lo Monaco visti i suoi trascorsi calcistici ‘pesanti’: perché il calcio è semplice, ma è ancora più semplice se hai un po’ il vento dalla tua parte.

Jacopo

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