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Schiavi di una fede

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Siamo schiavi di una fede.

E la cosa buffa (ma neanche tanto!!) è che non ci dispiace affatto.

Che strano peró, dover riconoscere che il grafico del nostro umore risulta legato all’andamento di una squadra!!!

Ed è a questo punto che la matassa si sbroglia fornendo una veritá indiscutibile: non si tratta solo di una squadra.

Sarebbe intollerabilmente riduttivo e semplicistico se cosí fosse, e tutto venisse attribuito esclusivamente a un discorso legato al tifo.

Perchè il tifo e, conseguentemente il suo interprete principale che è il tifoso, è composto da quegli ingredienti naturali che si chiamano passione e amore.

E la passione e l’amore sono immortali, infiniti, insensibili al dubbio e all’incertezza.

Li trovi negli occhi di chi esulta e nelle lacrime di una delusione, nel pallone che gonfia la rete o nel palo che soffoca in gola l’urlo liberatore.

Perchè, come disse lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, “ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, lì ricomincia la storia del calcio”

 

Forsa Nuara tüta la vita

 

Nonnopipo

Novara perchè è la mia città, il Novara calcio perchè è la squadra della mia città, il dialetto perchè se il futuro è una porta il passato è la chiave per aprirla. Forsa Nuara tüta la vita.

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Operazione autosabotaggio

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Nelle settimane scorse avevo in cantiere un pezzo che avrei intitolato ‘Operazione Sabotaggio’. La sensazione (e parliamo di 2-3 settimane fa, non di un’era geologica) era che la dirigenza e operativamente PLM stessero facendo tutto il possibile e forse anche di più per sabotare (ironicamente si intende) ogni contestazione sul proprio operato facendo esattamente tutto quello che il 90% della piazza stava potenzialmente auspicando. In questo contesto si inseriva in rinnovo di Gattuso e le conferme dello zoccolo duro della scorsa stagione, non scontate se si pensa che molti di questi (penso a Di Munno, ma anche altri) erano in scadenza e ci avrebbero messo un nanosecondo a trovare squadra. Quando hanno cominciato a girare le voci su Collodel e sul possibile acquisto a titolo definitivo di Boccia, ho pensato sinceramente che mancava assumessero il Vannu come SLO e il Sarto come addetto stampa e non avrei potuto chiedere di meglio.  Un contesto in cui letteralmente bastavano (e bastano ancora intendiamoci) 4 o 5 acquisti non dico da prime linee nel Vicenza (perché nel contesto in cui siamo attualmente io neanche li vorrei ingaggi del genere) ma di profili da fascia medio alta per la C, più due o tre giovani, per fare una squadra da play off comodi – che nessuno ricorda ma in sei stagioni dall’ultima retrocessione in B non siamo mai riusciti a fare, se non nella stagione monca del COVID e in quelle di Viali e Marchionni dove partivamo decimi e avevamo le stesse possibilità di promozione del Lecco in serie A lo scorso anno.

E invece no, noi non riusciamo proprio a non avere in società uno che si sveglia la mattina e che decide di fare di testa sua in un momento in cui c’è incredibilmente una linearità di gestione. Due anni fa era stato Ferranti a creare l’equivoco ds / allenatore sulla costruzione di quella che doveva essere una Ferrari e poi nel finale di stagione è diventata la vettura personale di Marchionni. E sembra quasi (dico quasi) che anche in questo precampionato da un certo punto in poi qualcuno che fino a quel momento ha preso delle decisioni lineari ma forse col collo storto, abbia deciso di fare totalmente di testa sua (e al contrario di come avrebbe fatto il 90% di cui al paragrafo sopra) su una cosa per cui aveva completa giurisdizione, in questo caso la questione abbonamenti. Non riesco davvero a spiegarmi altrimenti il parto di questa campagna che definire solo impopolare sarebbe un insulto a un’ipotetica legge sul taglio delle pensioni in Italia. E le mosse di mercato di questi ultimissimi giorni (due svincolati dall’Ancona e probabilmente un buon centrocampista di categoria dal Messina + un 2000 bulgaro tutto da scoprire) non fanno altro che confermare questa discrasia. Quella che sta nascendo è una squadra su cui probabilmente avremmo messo la firma in tanti momenti della scorsa stagione, che non ha certamente possibilità di ammazzare il campionato ma neanche rischierebbe di soffrire come i cani per salvare la categoria fino all’ultimo e su cui nessuno, sono certo, avrebbe avuto un minimo da ridire, se non qualcuno che vive ancora nel ricordo del giro di giostra di 15 anni fa.

Ha già scritto magistralmente il Vannu, per cui non voglio tornare sui motivi e sul contesto, al di là dell’aumento di prezzo, per cui questa campagna abbonamenti risulta a me personalmente tanto inaccettabile da farmi probabilmente desistere per la prima volta in 25 anni a rinnovare il mio atto di fede alla causa. Ed è ancora più grave perché si inserisce in un contesto in cui si poteva idealmente sabotare il dissenso per una volta, con una piazza tutta unita verso qualcosa che non fosse solo la sopravvivenza. E che invece assomiglia sempre di più a un consapevole autosabotaggio.

Jacopo

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Quando i colori fanno la differenza

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Al netto di come andrà a finire l’europeo noi abbiamo perso comunque, e avremmo perso anche se fossimo arrivati in finale vincendola.

Il verdetto, venisse stabilito dai colori distribuiti nei vari stadi, ci vedrebbe penalizzati causa cromaticità numericamente ben lontane dall’azzurro.

Si, i colori sugli spalti, le cui densità una volta analizzate produrrebbero un miglior risultato rispetto a un trattato di sociologia.

I tifosi, si sa, vivono una simbiosi mistica con il calcio e la maglia della Nazionale diventa un simbolo dello spirito unitamente all’ identità, non solo con la squadra, ma con tutto il Paese, e il nostro, in questo tempo divisivo, ha ben poco di cui andare fiero. 

Masse compatte, omogenee, che hanno sancito, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto il nostro calcio sia in crisi, e buona parte degli italiani distaccati da esso a livello emotivo.

Tifoserie di nazioni calcisticamente meno attrezzate della nostra, il cui numero di abitanti è la decima parte rispetto a quanti ne vanta l’italico suolo, come l’Austria, la Georgia, persino la Slovenia che conta gli stessi abitanti di Milano, sono in grado di offrire all’occhio che giustamente pretende sempre la sua parte, sensazioni di compattezza, orgoglio e appartenenza, misurabili con un veloce raffronto visivo. 

L’ azzurro nazionale invece si sparge in mille confusi rivoli di indifferenza. 

Sarà perchè noi italiani storicamente siamo avvezzi a detestare  ciò che ci viene imposto dall’alto e tutto ciò che puzza di verticismo, siano esse icone istituzionali o più semplicemente regole da rispettare.

Sarà perchè, a dispetto di altre nazioni, diventammo “Stato” solo nel 1946, sarà perchè risulta difficile essere uniti in una terra stretta e lunga, distesa tra due mari e protesa da nord a sud dentro contraddizioni ataviche e angoscianti, ambigue e incoerenti nella loro genesi, rispetto ad essere parte di una nazione dai confini circolari, circoscritti e sicuri.

Beh, potrebbe essere che il tifoso o appassionato italico sia più attratto dalle vicende della propria squadra di club, ma questo sarebbe un discorso difficile da imbastire per chi come il sottoscritto appartiene a questa categoria che “mi obbliga” di riservare il minimo sindacale di interesse alle vicende calcistiche Nazionali.

Senza nascondermi dietro falsi moralismi, mi sono impietosamente chiesto quale differenza possa esistere in ordine alla distanza e al costo,tra una trasferta a Trapani o a Lanciano, piuttosto di una a Berlino o Stoccarda

Non sono stato in grado di articolare nessuna risposta sensata se non una consolatoria semplicistica spiegazione: tutto ciò che ti fa tremare i polsi e il cuore appartiene a quella sfera emozionale che senti tua come fosse una seconda pelle, e la condividi con pochi “addetti al lavoro”quasi un’ esclusiva, che si trasforma rapidamente in un senso di possesso, giusto tributo a quella novaresità unica e perversa.

O forse molto piú semplicemente, il “prodotto Italia” ha perso il suo fascino e la sua indiscussa capacitá di compattare e aggregare la nazione in tutte le sue sfaccettature sociali, culturali, economiche e sportive, attorno a un fenomeno nazionale quale è il calcio, complice un arrivismo politico a cui il calcio stesso non è stato in grado di sottrarsi rimanendo invischiato in quelle trame di potere che ne hanno determinato il distacco da quell’immenso serbatoio di passione rappresentato dai tifosi.

Sono lontani i momenti in cui gli stadi che ci hanno visto trionfare in Spagna nel 1982 e in Germania 2006 erano vestiti d’azzurro compatto, ora qualche spruzzata e nulla piú.

Sarà che sia il caso di riflettere??

Intanto contro la Svizzera i colori mi hanno dato ragione.

Nonnopipo

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Di Nazionale, di calcio, di sangue e di merda

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Come sempre, quando la nostra Nazionale di calcio è impegnata in qualsivoglia competizione internazionale che preveda dei gironi preliminari e in cui non abbia vinto in ciabatte le prime due partite, mi tocca prendermi un tir di valium per riuscire a non sclerare di fronte al pattume giornalistico che prospera come il mio rosmarino in giardino durante questa primavera piovosa. Ma d’altra parte è una tradizione che prosegue gioiosa dall’82, salvo poi dover fare pietose marce indietro e altrettanto pietose arrampicate sul famoso carro. Avrei dovuto cogliere le avvisaglie già una settimana fa di quello che puntualmente sarebbe successo se avessimo faticato con quella che rimane tra le prime 4 o 5 Nazionali al mondo, da uno dei mirabolanti ‘Buongiorno’ di Gramellini, il noto re della paccottiglia retorica, l’indiscusso vate del tutto ed esperto del nulla, che riporto qui: Il Caffé di Gramellini | Vietato ai minori | Corriere.it

Come se poi fosse pieno di ragazzini nei cortili che giocano a tennis o piazzano un’asta su due treppiedi e un materasso a terra per emulare i loro beniamini Sinner e Tamberi, ma vabbè lo ha scritto Gramellini che ha ragione per forza perché ci insegna da anni cosa pensare su qualsiasi materia dello scibile umano e soprattutto come tradurlo in parole con i termini giusti senza quelli brutti tipo cazzo, culo, o Gramellini.

Ovviamente la sconfitta (brutta, inappuntabile, meritata, netta, indiscutibile, da continuare a piacere con tutti i sacrosanti sinonimi possibili) con la Spagna ha rinfocolato il solito ritornello che esce ogni qual volta la Nazionale sbaglia una partita in un momento decisivo. E quindi via con la mancanza di talento, con i giovani ‘che non ci sono più’, con la tecnica ‘che non si allena più’, con i giovani che ‘non vengono fatti giocare’ (dagli stessi allenatori propagandati come i nuovi guru del calcio italiano e poi non mettono in campo un giovane neanche se gli tagli le palle, tipo Inzaghi). E non importa se negli ultimi 5 anni abbiamo ottenuto risultati a livello di Nazionali giovanili mai raggiunti in tutta la storia del calcio moderno. Nell’ordine: 1) under 17 vice campione europea nel 2018 e 2019 e fresco titolo di campioni europei qualche settimana fa scherzando in finale contro il Portogallo con Camarda che in finale sul secondo gol manda in bambola pure il raccattapalle e ai quarti Liberali che dribbla pure sua madre; il tutto dopo che dal 2002 al 2017 eravamo stati sostanzialmente irrilevanti a livello europeo a parte due terzi posti a una finale; 2) under 19, campioni europei nell’ultima edizione del 2023 e nell’ordine vicecampioni nel 2016 e 2018 e terzi nel 2022; 3) nazionale Under 20 (che ogni due anni dovrebbe partecipare alla fase finale del Campionato del Mondo U-20, ma la cui presenza in questo torneo dipende dai risultati della nazionale Under-19 al campionato d’Europa U-19) udite udite, dopo decenni di totale irrilevanza dal 1977 al 2015 in cui era pieno di ragazzi che giocavano nei cortili di Gramellini, nel giro di tre edizioni ha raccolto un terzo, un quarto e un secondo posto proprio l’anno scorso. Un discorso a parte va fatto per l’Under 21, che obiettivamente negli scorsi anni ha deluso moltissimo, ma lì ci sarebbe anche da capire che cazzo è passato per la testa in Federazione ad affidare la Nazionale a due minorati calcistici come Di Biagio prima e Nicolato poi con cui ci siamo sostanzialmente bruciati 10 anni in cui si potevano ottenere molti successi. E basta guardare chi schieravamo e come li schieravamo all’ultimo Europeo in cui siamo ignominiosamente usciti ai gironi con la Norvegia. Lì si roba da prendere i forconi e andare a Coverciano, ma chissà per quale motivo tutti silenti.

Ma non c’è niente da fare, il motivo per cui il calcio nostrano è andato a puttane è chiaro e cristallino: è colpa dei cortili vuoti, delle piazze in cui non ci sbucciamo più le ginocchia, delle ore di partite tra sassi, catrame e sterrati che non si fanno più, in cui ci devastavamo le gambe e i più grandi ci menavano come pigne ma cazzo come allenavamo la tecnica così. E non importa se in quei gioiosi periodi abbiamo quasi sempre vinto non grazie alla tecnica ma grazie alla tattica – lo stesso Mondiale dell’82, con buona pace della memoria del grande Bearzot, lo abbiamo vinto perché abbiamo messo Gentile a seguire Maradona pure mentre pisciava e stessa cosa con Collovati su Serginho, Oriali su Zico e Gentile su Eder nella partita successiva col Brasile. E lo dice uno che non ha niente contro la sana prudenza di chi parte da sfavorito, ma per Dio, ristabiliamo un minimo di verità storica. Tipo che oggi non siamo certamente messi peggio di quando andavamo a giocarci un Europeo con Pellè, Zaza e Giaccherini, o della Nazionale del 2014 con Balotelli che passeggiava tipo Gangsta in Da Club contro il Costa Rica, o della grande Nazionale di pensionati e invalidi convocata per gratitudine da Lippi nel 2010 dove le si buscava in allegria da Nuova Zelanda e Slovacchia. E in realtà il fatto che le strade e i cortili si siano svuotati dovrebbe essere visto come un segno di progresso, perché significa che i ragazzi stanno dove devono stare: a imparare a giocare a calcio nei vivai e nelle giovanili, che non mi risulta siano vuoti, anzi. Ma non si capisce perché, l’ingegnerizzazione del talento, l’efficienza e l’ottimizzazione delle performance dovrebbero valere per tutto tranne per quello che a tutti gli effetti è un business come il calcio anche a livello giovanile. Perché comunque, con tutti i nostri difetti e le nostre pecche, abbiamo ancora tra i tecnici più preparati e capaci del mondo. E forse è ora di dirci che quella visione romantica fatta di polvere, sangue e merda che piace ancora tanto a tutti noi, oggi può giusto tirarti fuori l’onesto pedatore che bazzica i campi di periferia.

Jacopo

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