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Stadio di proprietà vaffanculo.

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Oggi vorrei fare un editoriale un po’ diverso, dribblando i commenti sulla partita di ieri. Più che altro mi trovo molto allineato con quanto scrive Jacopo ed odio ripetere i concetti appena espressi. Diciamo che è quella classica domenica dove, se guardi il lato positivo, puoi solo ammettere che hai perso quando tutte le altre lì in alto hanno fatto lo stesso, e questo è sicuramente un segnale incoraggiante per il futuro. Al contrario puoi darti solo del coglione per l’occasione sprecata. Vorrei che fosse già domenica per giocare subito contro il Lecco, ma forse è meglio attendere il corso naturale delle ore e dei giorni. Per cui la riflessione di questa mattina è sullo stadio che ci ha ospitati ieri e, più in generale, sul concetto di stadio di proprietà.

Per la prima volta in vita mia ho desistito dall’attaccare il mio solito adesivo del gruppo, perché tutto quell’ordine e quella perfetta pulizia mi ha sinceramente imbarazzato. Vi giuro che mi sentivo un vandalo nel “deturpare” quei bei 10 cm quadri di stadio col mio adesivo che, solitamente, posiziono in mezzo al centinaio di altri gruppi precedentemente passati in quel settore ospiti. L’Albinoleffe stadium è riduttivo dire che sia un gioiellino, perché se lo si guarda con gli occhi della prospettiva futura, ovvero di possibili adeguamenti con costruzione di curve e distinti, più che di gioiello si deve parlare di rara perla. I bagni sono più puliti di quelli di casa mia, col phon per asciugarti le mani quando solitamente, nei cessi dei settori ospiti, prendere il Covid è la cosa migliore che ti puoi augurare di beccarti visto lo schifo. Se quello degli uomini ieri era così perfetto, mi immagino come sarà stato quello per le donne. Probabilmente ti ci saresti pure potuto stendere a terra che ti saresti alzato poi pure profumato. Il tutto abbinato da un laghetto stile Novarello dei tempi d’oro e una costruzione di palestre e (immagino) ostello per la futura Albinoleffe Accademy, come se notoriamente questa società sfornasse giovani talenti a raffica. Mai visto nulla di così perfetto e funzionale.

Detto questo, e non trovandomi del tutto allineato all’articolo dell’amico Siviersson di ieri, gli stadi di proprietà continuano a non convincermi. O meglio, un conto è se questo te lo costruisce la Juve o il Milan e l’Inter, le cui potenzialità finanziarie sono enormi e, a prescindere dalla proprietà, esisteranno sempre. E un altro se una squadra come l’Albinoleffe, peraltro con un numero di tifosi parecchio limitato, ti mette su un impianto come questo che, voci non confermate ma realistiche, dicono sia costato una cifra complessiva prossima ai 20 mln certamente non coperti da sponsor come l’Allianz. Qui il tema è: tutto bello, per carità. Ma il giorno che il loro Pres si rompe i coglioni, o anche, spero per lui il più tardi possibile, gli piglia un colpo e passa a miglior vita, ma tutto questo ben di Dio qui che fine farà? Mi piacerebbe, inoltre, vedere gli stadi di proprietà tra qualche anno, ovvero quando l’usura farà il suo corso e magari i phon inizieranno a rompersi e qualche seggiolino a saltare. Chi metterà i soldi? La Proprietà? E anche se lo stadio diventasse un asset della Società di calcio, comunque qualcun altro un giorno sarà chiamato a mantenerlo. Perché qui in Italia si è campioni del mondo nell’ambire a copiare modelli stranieri senza però accettare il fatto di trovarsi in una Paese in cui le Società chiedono di giocare la mattina altrimenti non hanno i soldi per pagare le bollette della luce. Qui ci si riempie la bocca di concetti appunto come lo stadio di proprietà, e lo si argomenta portando come riferimento le famiglie che andrebbero al ristorante, poi al cinema e infine a guardare la partita dentro ad un impianto meraviglioso cui uno ne esce rigenerato fisicamente, spiritualmente e pure culturalmente, oltre ad averci lasciato giu uno stipendio e aver contribuito ad aumentare il solido bilancio della Società. Tutto questo è possibile, per esempio, negli Usa col football americano ma con un accessibile biglietto che costa 450 dollari circa. A testa. Ma voi ci siete mai stati a Zanica? E’ una zona dove ci sono più industrie e centri commerciali che abitanti, la maggior parte di questi, ammettendo che siano interessati al calcio, è altamente probabile seguano l’Atalanta. Sicuramente sarò miope io, ma vedere tutto quel ben di Dio, dalla sostenibilità futura nel tempo tutta da dimostrare, mi è parsa un’enorme esagerazione e, sicuramente, uno spreco per una realtà piccola come quella dell’Albinoleffe che ad oggi (domani chissà) è molto lontana a poter giocare in categorie superiori. “Eh ma gli stadi di proprietà sono il futuro”, “Eh ma con lo stadio di proprietà le Società guadagnano di più” mi sembrano quelle frasi fatte tipiche che per esempio usavamo noi 50 pirla in giro da qualche parte d’Italia quando assistevamo a qualche comportamento della polizia locale che non ci piaceva : “se ci fossero stati i veronesi avrei voluto vedere”. Certo. I veronesi, non noi.

Ad oggi, lo stadio di proprietà, piaccia o non piaccia è un qualcosa che possono permettersi o i grandi club o qualche meteora virtuosa piena di soldi. E non è certamente condizione necessaria e sufficiente per sopravvivere e vincere. Chi sostiene il contrario lo fa sulla base di un desiderio personale di vivere in un mondo a noi ancora troppo lontano. Con questo ovviamente non voglio dire che non si debba provare ad avvicinarci a questo mondo, ma predico solo realismo e rifiuto l’ipocrisia del considerare sbagliato chi saggiamente abbandona questa ipotesi. Lo stadio di proprietà non solo deve essere prima pagato, ma soprattutto poi deve essere mantenuto. Complimenti quindi a quelle realtà “normali” che ci stanno riuscendo, ma mi sia consentito di sedermi sulla riva del fiume e aspettare. E comunque, caro gestore dell’Albinoleffe stadium, tutto figo ma nemmeno un caffè al bar? Eddai su.

Claudio Vannucci

Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

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Gli amici sono diventati nemici, i nemici sono diventati amici

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C’è sicuramente qualcosa di perverso nella mia testa, ma oserei dire in quella di tanti altri tifosi, nel trovare folle e criticabile un’azione come quella fatta ieri da Ferranti soprattutto se, nella sostanza, era stata richiesta da tutti. Magari in forma soft o indiretta, ma continuare per settimane a sostenere (a ragione) quanto il semestre di Zebi fosse stato uno dei più fallimentari della storia novarese recente, e aggravarlo da un continuo malcontento sull’operato di Semioli, non dovrebbe poi sfociare in una bocciatura sul Pres con accusa di essere Zampariniano, ovviamente nella sua accezione negativa. Alla fine ha fatto ciò che tutti noi, in qualche modo, abbiamo pensato fosse la soluzione migliore, soprattutto in relazione al ritorno di Marchionni. Trovo sinceramente più coerente chi, per convinzione o per copione, attribuisce tutte le colpe a Ferranti. Si può non essere d’accordo ma che gli vuoi ribattere? Molto più interessante quindi sarebbe capire tutti gli altri di che cosa si lamentano.

Diciamo che, a voler eccedere nel buonismo, l’aver silurato il DS in pieno mercato ma avendo già un sostituto pronto è un segnale che il Pres, piano piano forse pure troppo piano, sta imparando a capire come funziona. Lo scorso anno fece ben peggio stando mesi senza un DS. Semmai, la vera critica, forse preventiva, che faccio al Pres è quella di non credere molto alla narrazione che, immagino, verrà fatta circa il mettere le basi per la nuova stagione. Per mettere le basi occorrerebbero due fattori: che Marchionni, comunque vada, sia già investito del ruolo di allenatore nel prossimo campionato e che al DS succeda lo stesso. Ma siccome, ad oggi e fino a prova contraria, ho fondati motivi di credere che così non sarà, mi pare evidente che si è solamente deciso di alzare bandiera bianca su questa stagione. Ma in fin dei conti mettere le basi oggi per il futuro è cosa assai complicata sapendo che hai almeno un 85% di rosa che dovrai epurare. Su che basi ragioniamo oggi? Su Tavernelli? Sui vari 35enni? Sull’acquisizione definitiva di Galuppini? Su Carillo? Su Pissardo? Quindi in assenza di elementi che faranno pensare ad una nuova epoca Marchionni/DS oggi leggo solo il tutto come frustrazione e ammissione di aver sbagliato tutto.

Uno dei film a mio avviso più belli della storia è Mediterraneo di Salvatores. C’è una scena sul finale in cui un soldato trova i protagonisti che, da anni dispersi su un’isola greca, ignoravano i ribaltoni geopolitici successi all’Italia. “Gli amici sono diventati nemici, i nemici sono diventati amici” spiega loro il soldato. Ecco, mi pare la metafora migliore. Da adesso scopriremo che non abbiamo capito una mazza e Ciancio e Benalouane torneranno ad essere i Piquet del caso prima e dopo la Twingo, e che Sacchi aveva ragione nel dire che il trequartista non serve ad un cazzo. Magari le cose andranno meglio magari peggio, chissà. In ogni caso, speriamo di arrivare presto ad Aprile e metterci in coda per un nuovo giro di giostra. Sicuramente da protagonisti. O almeno fino all’inizio del campionato.

Claudio Vannucci

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Nuovi testicoli cercasi disperatamente

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FeralpiSalò Novara 4-0 e Novara Mantova 5-0 rappresentano in maniera equivocabile le due facce di questo Novara e di come, copyright mio e di Paolo Molina, il calcio sia un meraviglioso sport di merda. I primi 25 minuti di Salò prestazione maiuscola della squadra prima del naufragio collettivo, ieri due grosse opportunità del Mantova prima del loro naufragio collettivo. Al netto di qualche scelta il gruppo è sostanzialmente lo stesso delle due partite citate, così come era lo stesso nel match contro il Trento la cui vittoria è sfumata solo al 94′ o a Meda dove si è giocato malino ma perso per un goal tutto sommato casuale. Questo per dire, al di là di qualsiasi legittima e veritiera considerazione sulla pochezza di gioco, sugli errori fatti da inizio anno, sulle aspettative, sul modulo e sul fatto che un giocatore possa starci antipatico e uno simpatico, il gruppo attuale è in grado di vincere o perdere la maggior parte delle partite contro un avversario “medio” di questo girone perché i due principali “dettagli” che entrano in gioco, ovvero la casualità (un palo, piuttosto che un rigore o un goal divorato) e lo spirito, indirizzano ogni partita. Se sul primo dettaglio c’è poco da fare, anche se la vera forza di un gruppo è anche quella di saper sfruttare gli episodi a favore o addirittura indirizzarli, dove si è oggettivamente sbagliato tutto è stato sulla costruzione di una rosa psicologicamente debole. In settimana mi ha incuriosito un messaggio sul muro dell’amico Sela, peraltro subito oggetto di critiche, in cui evidenziava grosse analogie con gli anni della retrocessione. Mi rendo conto che spesso scrivo cose che ai più possono volare alte e invisibili rispetto ai propri occhi, ma personalmente mi trovo assolutamente d’accordo con lui avendo toccato con mano certe situazioni passate e attuali: un gruppo che, al di là degli abbracci dopo i goal, è chiaramente frammentato in fazioni differenti, e un gruppo in cui presi singolarmente ti vengono a dire “si lo so gioco male ma sentire una critica non mi fa bene perché perdo completamente la mia tranquillità ed equilibrio e vado giù di morale”. Sono tutte situazioni ampiamente viste e riviste negli anni delle retrocessioni, che mostrano una carenza di base di carattere. Non sto dicendo che rischiamo la retrocessione, anche se eviterei di perdere contatto dalla quota playoff, ma sono assolutamente convinto che questo gruppo non ha nelle sue corde quelle caratteristiche vincenti che fanno far bene a prescindere da come vengono schierati in campo. Se Ferranti pensa di poter concretamente raggiungere il terzo quarto posto e giocarsela ai playoff con questo gruppo a mio avviso pecca di eccesso di visioni mariane. Il fallimento quindi, ho maturato questa convinzione, non è tanto o comunque non è stato solo avere un Galuppini del caso che ha reso sotto le aspettative, ma aver creato una combinazione di elementi con evidenti lacune caratteriali prima che tecniche. E, aggiungo, di non essere stati capaci, dal punto di vista societario e tecnico, di gestire questo problema.

Questo è il motivo per cui un passaggio sul mercato è a mio avviso obbligato, a prescindere dalle ambizioni e aspettative personali, perché o adesso scopriamo che babbo Natale ci ha portato la grinta e iniziamo a fare risultati positivi di seguito, oppure siamo in balia del caso, del singolo episodio che può indirizzare un match e soprattutto la testa di una rosa. Ieri è andata bene, sabato può andare male e riprecipitare nell’isterismo e nell’angoscia di sempre. Non può funzionare così, bisogna interrompere questo circolo vizioso e il solo modo di farlo è inserire anche scarponi ma che non si caghino addosso ad ogni fischio. Permettetemi di essere volutamente estremo: ho organizzato anni fa una festa di un club il cui ospite era Seferovic. In quella sera vi garantisco che non ha staccato la testa da quel cazzo di iPhone che aveva. Non gliene fregava nulla se eri lì a lodarlo o ad insultarlo, per lui contava solo il campo. Ecco, ho volutamente esagerato citando un campione, ma il senso è proprio questo: se riempi la rosa di gente che ti questiona al primo mugugno perché poi “va giù di morale”, tu puoi solo accettare di convivere con una stagione di merda. Chiaro che, a questo punto, uno schieramento più congeniale alle caratteristiche della rosa attuale (magari più coperto a centrocampo) sarebbe preferibile ad un integralismo filosofico che non porta da nessuna parte. Ma mi pare, potrei sbagliarmi, che ieri Semioli qualcosa in tal senso lo abbia rivisto.

Certo vincere fa sempre bene, e qualsiasi considerazione amara attuale non può ne deve toglierci la soddisfazione e la goduria per una manita che non è facile vedere. Per come la vedo io questa vittoria non cambia di un millimetro la situazione, però non prendiamoci in giro: è stato davvero bello. Ma ora serve mercato, e non quello per ora visto fatto di scambi improbabili volti ad eliminare “mele marce”. Se si vuole guardare in alto servono soldi, se si vuole solo migliorare servono nuovi testicoli. In ogni caso serve un DS che faccia il tutto e che, soprattutto, goda ancora della stima illimitata della proprietà, a prescindere da un 4-0 subito o 5-0 inflitto. Perché altrimenti è solo umore da ciclo mestruale e non fare calcio.

Claudio Vannucci

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Noi e loro

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È molto difficile trovare una quadra nella testa dei tifosi, soprattutto quando si deve convivere con ripetuti alti e bassi tra vittorie e sconfitte, ma anche, e noi ne siamo un esempio, tra stagioni fallimentari seguite da altre esaltanti e ricche di vittorie. In fin dei conti il nostro ultimo decennio è stato proprio questo, caratterizzato da veloci ascese e altrettante discese, da stagioni di playoff a quelle di playout, da retrocessioni seguite da promozioni col risultato di percepire come “insulsa” (in parte pure dal sottoscritto) quella stagione in cui con Boscaglia in B ci siamo permessi di salvarci comodamente senza mai rischiare di retrocedere o di lottare per la promozione. Non cambieremo mai.

Ma in tutto questo c’è un’altra componente, anch’essa costante spesso irritante e destabilizzante per la tenuta psicofisica di noi tifosi, ovvero l’atteggiamento del gruppo squadra o, più nello specifico, dei calciatori che molte volte eccedono in quei comportamenti borderline tra la permalosità e l’orgoglio che, tendenzialmente, peggiorano la situazione. Il riferimento specifico è proprio il post gara contro l’Arzignano, dove a fronte finalmente di una vittoria contro non propriamente una corazzata, l’occhio attento alla ricerca di qualche segnale non poteva che notare quasi quel piglio di rivalsa dei giocatori ai giornalisti e pubblico, come a volerci sfidare con gli sguardi per urlarci “e adesso non avete da dirci un cazzo?”. Piglio ovviamente durato il tempo di una sola partita. Ecco, nemmeno loro cambieranno mai.

È su questo rapporto molto complesso tra “noi e loro” che, a prescindere dall’epilogo della stagione, si costruiscono annate buone o di merda, la cui linea di demarcazione spesso è molto più sottile degli estremi cui noi siamo abituati. Ed è purtroppo proprio questa la stagione classica dove si rischia di buttarla in vacca aumentando il divario tra noi e loro. Ne ho vissute tante, e proprio perché in tante di queste ho contribuito, tra scritti e azioni, ad aumentare quel gap, so perfettamente come questo momento sia il più delicato. Ieri, guardando la partita, volevo uccidere in ordine: il gatto, la moglie, la vicina di casa, gente a caso in strada, Galuppini (ieri tra i migliori ma non importa), Masini (perché quel goal si segna senza se e senza ma) e tutte la classe politica (che non ha colpe ma non importa). Però alla fine la penso come Jacopo quando rileva che abbiamo fatto i migliori trenta minuti della stagione. Si, lo so, ci sono i restanti 60 minuti. Però se ci concentriamo su quelli finisce davvero alla caccia di noi a loro. Partiamo quindi da quei primi 30 minuti (e dalla scorsa partita) e proviamo a verificarci nelle prossime due partite prima dello stop natalizio e di un mercato che qualcosa cambierà. Volevamo un’inversione di tendenza che in parte oggettivamente si è vista, e forse la strada è quella giusta.

Nella mia testa è ben chiaro chi ha sbagliato cosa, a tutti i livelli. Lo è chiaro a tutti, credo. Mi permetto però di suggerire un’ulteriore apertura di credito verso la squadra, ma lo stesso chiedo a loro nell’essere più aperti alla critica e allo spirito di sacrificio. In caso di vittoria col Trento dovranno essere i primi a capire di non aver fatto nulla di eclatante. Il momento è delicato, e forse ora stiamo ottenendo meno di quello che potenzialmente potremmo ottenere. Salò deve essere il punto di rimbalzo e non il proseguimento di una caduta.

Claudio Vannucci

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