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Restituiteci il calcio

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Ogni volta che dico al Vannu che voglio scrivere un articolo di colore, mi immagino la sua espressione tipo quella del meme di Robert Downey jr. con la faccia rassegnata. Perché di solito ne esce un predicozzo tendente al politicamente scorretto da vecchio rancoroso che ha molta più probabilità di far incazzare che di ottenere applausi. Ma arriva il momento in cui davvero certe robe non riesco più a tenermele, e poi nella mission del blog c’è sempre stata quella di fare controinformazione. E facciamola allora.

Premessa: politicamente mi sono sempre ritenuto un liberal nel senso americano del temine, almeno negli ultimi anni (da giovane ero un po’ più a sinistra, ma si sa, si nasce incendiari e si muore pompieri). Quindi quando si tratta di diritti e della loro manifestazione, sono sempre stato per il ‘meglio abbondare’ nel caso in cui non ledano i miei. Ma negli ultimi tempi ammetto di essere in difficoltà su molti fronti.

La pervicacia con cui si riesce a parlare di tutto tranne che di calcio in questi Europei è qualcosa che mi lascia basito. Abbiamo probabilmente la Nazionale più bella da vedere, con più potenziale e, diciamolo, anche con meno teste di cazzo da una decina d’anni a questa parte (e in questo ammetto di essere forse stato un po’ troppo duro nel mio pezzo scorso). Eppure, da dopo la partita col Galles, il dibattito è incentrato sulla legittimità della scelta di una parte della squadra di non inginocchiarsi per un gesto politico importato da un paese che ha vissuto un contesto razziale assolutamente unico nella storia e che è molto controverso per i costrutti ideologici del movimento da cui nasce. Poi, è ovvio che le capacità di analisi di un Insigne o di un Donnarumma escludo arriveranno mai ad un livello di granularità oltre a ‘io non mi inginocchio davanti a nessuno, crederci sempre, viva la figa’, ma la realtà è che tutto il mondo ormai è preda di questo simbolismo veloce da lavatrice di coscienze per cui faccio il mio piccolo gesto rapido, mi levo il pensiero e poi ricomincio a fare i cazzi miei. Senza entrare nel merito delle motivazioni profonde di quel gesto. Siamo addirittura arrivati all’estremo che ‘i giocatori che non si sono inginocchiati devono spiegare perché non l’hanno fatto’. Liste di proscrizione dei non allineati. Non so, vogliamo anche metterci dopo un Atto di Dolore e un Padre Nostro così per gradire, oppure basta dire che nessuno è obbligato a fare alcun gesto (poi se se la sente per carità, liberissimo) se in un altro continente c’è uno stronzo di poliziotto bianco che decide che vuole giocare a punching ball?

Quello che è successo poi in Germania – Ungheria è ancora più agghiacciante a mio parere. Una volta bocciata l’idea di colorare di arcobaleno lo stadio, la città, e forse la Germania intera tramite un enorme drone per il fatto che c’è un altro stronzo di dittatore a cui non piacciono granché le persone LGBT, ci si è accaniti contro i giocatori ungheresi. Che avevano l’unica colpa di rappresentare quel Paese, e tra l’altro stavano per compiere un’impresa che aveva del miracoloso considerando il girone in cui erano inseriti. Eppure, in queste ore l’aspetto sportivo è totalmente assente perché durante l’inno ungherese, misteriosamente, nelle ferree maglie della sicurezza teutonica, si è inserito tranquillamente un personaggio coperto da una bandiera arcobaleno che ha avuto modo di zompettare intorno ai giocatori ungheresi, per poi essere ripreso dagli addetti con la velocità di Sartorio dopo la peperonata. Ora, tolto il velato sospetto che non fosse così estemporanea la cosa, colpisce l’assoluta mancanza di voci dissonanti in un panorama dell’informazione che ha nobilitato questo gesto, accaduto durante quello che è legittimamente il momento solenne di orgoglio nazionale per ogni squadra, e anzi lo ha considerato il giusto affronto a un regime autoritario che lede i diritti degli individui. Peccato che l’unico affronto che si percepisca in un atto simile sia quello agli undici giocatori in attesa di giocarsi la partita della vita. Il gol di Goretzka e la sua esultanza col cuore è diventata invece ‘la risposta ai cori omofobi dei tifosi ungheresi contro i tedeschi’, che per altro ancora non hanno ancora una testimonianza audio né una fonte attendibile a parte le pagine Facebook dei soliti peracottari delle notizie. Ma è funzionale a raccontare la storiella dell’eroe buono che risponde con l’ammmore ai cattivi che seminano odio e violenza (oh, poi non è che gli ultras ungheresi siano dei boy scout, sia chiaro, e lo hanno dimostrato con Portogallo e Francia). Dopo la partita, sulle pagine sportive che nobilitavano l’impresa sfiorata degli ungheresi e del loro allenatore, sono apparse decine di commenti virulenti piene di accuse di fascismo e razzismo nei confronti di gente che non ha avuto nessun’altra colpa se non quella di correre dietro un pallone per il proprio paese.

E’ troppo chiedere di lasciare almeno l’evento sportivo agli sportivi e ai tifosi senza strumentalizzarli? La politica faccia i suoi passi come è giusto che sia e condanni con gesti forti come già sta facendo le discriminazioni, ma si lasci fuori lo sport dalla contesa. Non si tratta di benaltrismo, ma di non farsi trascinare nel vortice di polemiche che danno in primis a razzisti e trogloditi di ogni tipo il pretesto per fare le vittime.

Jacopo

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Cavalcare l’onda

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Siamo davvero strani.

Di solito i tifosi si attaccano ai trofei, qualsiasi essi siano, come l’acqua alla fonte gli assetati. Si esaltano e riempiono lo stadio, come giustamente hanno fatto i tifosi giallorossi per la piccolissima Conference League che con tutte le proporzioni del caso vale quanto lo scudetto dilettanti per noi.

A Novara invece, lo scudetto dilettanti, viene percepito dalla piazza come una fastidiosa appendice da mettere in subordine ai lavori di manutenzione dello stadio. Un traguardo inutile, un trofeo che non aggiungerebbe nulla alla nostra bacheca.

In realtà la nostra bacheca (quando verrà unificata con quella del Novara 1908) annovera solamente due Supercoppe di Serie C e aggiungere un tricolore da esibire per tutta la prossima stagione non sarebbe male.

E siamo ancora più strani quando pensiamo alla prossima stagione.

Di solito è la piazza a chiedere a gran voce la serie B, sono i tifosi a gridare “noi vogliamo vincere” e di solito è la proprietà a frenare gli entusiasmi a predicare prudenza, blaterare di programmazione, progettualità e controllo dei costi.

Invece a Novara abbiamo un Presidente che in ogni occasione pubblica o privata ripete che vuole subito la serie B, che ha le risorse economiche per ottenere la promozione e che la vuole ottenere subito. Sono i tifosi che fanno i pompieri: preferirebbero mantenere la categoria, costruire con i giovani, piano piano, senza esagerare, senza correre rischi.

Penso invece che bisognerebbe credere a Ferranti e spero che Vitali e Zebi abbiano la stessa ambizione.

Negli ultimi 13 anni abbiamo avuto la fortuna di vedere due promozioni dalla C alla B: nel 2009-10 Sensibile, con intelligenza aggiunse ad una base solida “made in Sergio Borgo” (Ludi, Centurioni, Gheller, Porcari, Bertani e Rubino) una superstar della categoria come Simone Motta, alcuni ottimi giocatori come Lisuzzo, Rigoni, Gemiti, Shala e Fontana e il jolly sconosciuto a tutti Pablo Gonzalez. A dir la verità sbagliò l’ingaggio di molti giovani (Cossentino, Kurbegovic, Jidayi, Bigeschi, Morandi) ma la base era talmente forte che nessuno se ne accorse. Anche perché azzeccò con un vero colpo da maestro l’ingaggio del miglior allenatore possibile: Attilio Tesser.

Nel 2014-15 Domenico Teti doveva ricostruire una squadra tragicamente retrocessa dalla serie B. Puntò su quei giocatori che volevano riscattarsi dalla precedente stagione e che avevano l’azzurro nell’anima: Pablo Gonzalez, Pesce, Buzzegoli e puntò sui giovani Faragò, Vicari, Manconi, Bianchi e Dickmann. Aggiunse un super bomber come Evacuo, alcuni buoni mestieranti di categoria (Freddi, Gavazzi, Garofalo, Corazza, Foglio e Garufo). Infine, scelse Toscano, l’allenatore specialista in promozioni ed il gioco fu fatto: serie B.

In comune, quelle due mitiche formazioni avevano un grande allenatore e un bomber super affidabile. Forse da qui si dovrebbe ricominciare.

Un altro aspetto da considerare sono le antagoniste. Nel 2009-10 Benevento e Cremonese erano state costruite per vincere e avevano le stesse se non superiori risorse economiche del Novara. Fu necessario costruire una squadra fortissima per vincere quel campionato anche se poi la vera rivale fu il Varese.

Nel 2014-15 le avversarie si chiamavano Bassano, Pavia e Como che erano inferiori al Novara sia come squadra che come potenza economica. Vincere era un dovere che solo i noti scivoloni societari misero in dubbio.

Per ottenere un’altra promozione bisogna costruire una squadra all’altezza delle due precedenti: quanti e quali dei giocatori dell’attuale rosa farebbero parte dell’undici titolare delle squadre delle due promozioni? Secondo me nessuno, neanche Vuthaj probabilmente.

Quindi mi aspetto un mercato entusiasmante con arrivi di alto livello in tutti i ruoli. I nostri giovani che tanto bene hanno fatto potranno far parte della rosa ed avere il tempo di crescere per diventare i titolari del futuro ma per vincere ci vogliono i bomber come Evacuo e Motta, i centrocampisti come Porcari  e Buzzegoli, i difensori come Lisuzzo e Vicari. Questo è il livello al quale Vitali e Zebi devono ambire.

La strada tracciata da Ferranti è chiara: tutto e subito, dobbiamo vincere, dobbiamo cavalcare l’onda.

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L’imprevedibile imprevisto

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Aspettatevi l’inaspettato, credete nell’incredibile e raggiungerete l’irraggiungibile.
Senza scomodare iperboli improbabili, la qualificazione alla semifinale della poule scudetto di serie D è frutto di una serie di concause che si può tradurre con una frase profonda: “abbiamo avuto una botta di culo”. Per avere successo è fondamentale flirtare con la fortuna e sembra che nell’ultimo anno gli episodi fortunati ci hanno arriso dopo anni di sfiga. Sia beninteso che per vincere devi creare i presupposti come ha fatto il sodalizio azzurro, indirizzando la buona sorte verso i tuoi lidi.


Giocatori che sono con la testa in vacanza dovranno ritornare sul pezzo e vedremo sul campo se la dea bendata ci ha effettivamente fatto un favore o meno. Nulla cambia sulla costruzione del Novara che approderà alla serie C, si dovranno fare scelte dolorose per il cuore ma necessarie per il Novara FC.


Siviersson

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Italia Generation Z

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Leggevo ieri dopo la partita dell’Italia un commento su Facebook in cui un utente sosteneva una cosa a mio parere molto vera, o comunque verosimile. Che dopo la generazione dei bimbi viziati alla Balotelli, quelli nati tra l’86 e il ’95, crescuti dopo la sbornia Mundial ’82 e nel mito del campionato più bello del Mondo, in un momento in cui i modelli di stile di vita calcistica erano i Vieri e i vari scopatori di veline in ciclostile, qualcosa stia cambiando. E si stia affacciando la cosiddetta generazione Z, quella dei millennials, che ha molta più umiltà e attributi perché cresciuta con meno aspettative e con modelli un po’ più sani.

Io sostengo da un po’ che, nonostante tutte le critiche, e con il giusto riconoscimento a Nazionali che in questi anni hanno lavorato con più coraggio di noi come la Spagna (ma dove dobbiamo dire che il tasso di talento delle cantere è stato inflazionato da modelli economici dei club al limite del vomitevole in un mondo in cui si dovrebbe tendere al fair play finanziario) non siamo messi così male. Non siamo messi ad esempio peggio dell’Inghilterra, che piazza da 5 anni almeno una se non addirittura due squadre in finale di Champions e che ieri è stata presa a ceffoni dall’Ungheria di Marco Rossi. E non siamo messi peggio della Germania che, è vero, ieri dopo il gol preso ha reagito tipo un alveare di api dopo che ci tiri una bastonata dando l’impressione che se fosse stata partita vera avrebbe forse avuto la meglio, e nel complesso nei 90 minuti ha dimostrato di essere probabilmente più forte di noi quando decideva di accelerare, ma che comunque in qualche modo abbiamo fermato sul pari senza nell’ordine Bonucci e Jorginho (se vogliamo ancora considerarli titolari, e vedendo il livello di Bastoni o Mancini e di Tonali ho tanti tanti dubbi), Spinazzola, Verratti, Barella, Locatelli, Zaniolo, Immobile, Chiesa, Insigne, più i vari Di Lorenzo e Palmieri che ci hanno comunque regalato un Europeo e Calabria che non se lo caga mai nessuno ma ha appena vinto sommessamente uno scudetto.

Questo significa che il calcio italiano non abbia problemi? NO. Ma sono gli stessi problemi che ci sono in tutto il calcio del ‘Primo Mondo’. Ossia di un gioco che è diventato ormai economicamente insostenibile, in cui per risparmiare si vanno a cercare giocatori in ogni angolo della Terra e alla fine tutti i top club hanno una percentuale ridicola di giocatori della nazione per cui giocano (andate a vedervi per curiosità il tanto decantato calcio inglese quanti interpreti autoctoni ha fra le sue squadre in Champions), ma soprattutto che ad altissimi livelli è diventato uno sport per triathlonisti imbevuti di tattica individuale che tra una corsa e l’altra giocano anche al pallone. Si sente spesso dire che c’è un problema di talento e di abitudine a giocare ad alti livelli. Entrambi punti condivisibili, ma è anche vero che in una frazione di secondo, a una velocità di gioco insensata e con di fronte al 90% delle volte un bestione da 1 metro e 85 che corre come un 400metrista e pressa come fa un adolescente infoiato con la biondina gnocca a una festa in spiaggia, esprimere il talento non è proprio semplice. E anche sul secondo punto, tu puoi anche avere tutto un undici titolare che gioca stabilmente in Champions (e ieri la Germania ne aveva 10 su 11), ma poi quando ti alleni assieme una settimana di fila intervallata da mesi in cui non ti vedi, è difficile creare l’amalgama che ti permette di essere dominante contro la squadra di ranking molto più basso, che magari è fatta per il 90% di gente che gioca in campionato di secondo livello o fa la riserva in Premier ma ha un buon allenatore (vedi Rossi con l’Ungheria). E spesso queste nazioni hanno una federazione che punta molto sui risultati della Nazionale sbattendosene delle necessità di club che non possono permettersi pagandoti 6 o 7 milioni di Euro l’anno che te ne torni stanco dalla trasferta in Estonia, ma che è importante per creare gli automatismi.

Poi è ovvio che come Italia abbiamo un problema di ranking in questo momento, e la non partecipazione al Mondiale è una mezza tragedia in questo senso perché rischia di mandarci in terza fascia, con conseguente prossimo girone di qualificazione ancora più tosto e conseguente rischio di nuova esclusione. Ma io onestamente sono fiducioso che cambino a tendere i criteri di ammissione ai Mondiali o comunque si mischino le confederazioni, perché ok che ce la siamo meritata a sto giro perdendo con la Macedonia del Nord, ma non è neanche normale che solo 13 nazionali (su 55 partecipanti ai gironi) dell’unica area del Mondo dove esiste il calcio ad alto livello (escluso il Sudamerica) si qualifichino, mentre ad esempio appunto il Sudamerica ne porti 4 su 10 (con Brasile e Argentina che praticamente giocano in ciabatte), o che con tutto il rispetto l’Africa ne porti 5 e il Nord America 3.

Quindi per una volta guarderei con ottimismo al futuro. Ottimismo alimentato anche dall’intervista a un ragazzo 18enne di origini ivoriane di cui adesso i media vedono solo le virtù, anche perché ha studiato (per davvero, non per far frequenza) al classico e parla con un’umiltà esemplare e con consecutio temporum incredibilmente corretta. Uno che a 16 anni ha scelto di non firmare un contratto professionistico all’Inter per restare oggi a fare il quinto attaccante, ma è andato a vincere un campionato con lo Zurigo. Ricordo bene che un po’ di anni fa, più o meno alla stessa età, ce n’era un altro, sbandierato simbolo dell’integrazione come lui, che sosteneva di essere un top player senza aver mai vinto un cazzo e qualche anno dopo accusava in TV uno che ha vinto una Champions uno scudetto, una UEFA e due Coppe Italia di non capire di calcio. Ma ovviamente alle prime cazzate giovanili, che credo comunque Gnonto non farà o almeno che sarà più furbo del predecessore a non far sgamare, vedrete che i nostri esimi giornalisti sportivi e non tireranno fuori il ‘nuovo Balotelli’. Dimostrando ancora una volta che una delle poche volte in cui D’Alema ha detto qualcosa di giusto, è stato nella definizione della categoria di ‘iene dattilografe’.

Jacopo

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