Ti prego non uccidermi il mood Editoriale

Passare indenni la combo “Albinoleffe – stadio di Gorgonzola” rappresenta sicuramente quell’esame che ci mancava per convincerci, e spero convincere anche i più scettici, che si è definitivamente invertita la tendenza. Si percepisce nell’aria un po’ di amarezza per non aver vinto, e questo sicuramente è un qualcosa di nuovo, nel breve termine, purtroppo ricco di delusioni fuori dalle mura amiche. Non farei troppo gli schizzinosi: è vero che il palo interno al 92′ è stato foriero di imprecazioni multiple, ma è altresì vero che, probabilmente, questa partita a novembre l’avremmo persa malamente. Ieri, invece, in un’ottica di partita che sapevamo tutti sarebbe stata molto complicata (come lo sono tutte quelle contro l’Albinoleffe), per lo più giocata su un campo al limite della praticabilità e in una città che ci ha sempre e solo detto male, aver rischiato di vincerla (ma anche di perderla) è senza dubbio una buona notizia. Probabilmente, anzi sicuramente, da qui alla fine qualche partita la vinceremo e la perderemo ancora, quello che però fa ben sperare è che partite giocate come le trasferte di Sesto, Pistoia, Lecco o Crema, o casalinghe come Pro Patria, Olbia e la stessa Albinoleffe all’andata, sembrano essere solo un brutto ricordo per questo Novara che, carta canta, nel girone di ritorno viaggia a ritmi da quinto sesto posto in classifica. Come abbiamo più volte scritto è normale, in questa fase, pensare a ciò che sarebbe potuto essere e che non invece non è stato, ma credo serva essere un po’ più pragmatici (cit. Mario Draghi) e badare al sodo: raggiungere la salvezza il primo possibile e cambiare proprietà.

Forse hanno ragione tutti quelli che non credono alla fortuna come elemento predominante che guida il conseguimento di un risultato finale, nel senso che è oggettivo come il mood sia passato dall’essere assolutamente infausto e infame a qualcosa di molto più accomodante. Ghali la menerebbe per giorni cantando “bell’atmosfera, gne gne gne gne gne, ti prego non uccidermi il mood”.  Pensate ancora al raddoppio di giovedì contro il Piacenza: fallo loro, espulsione, un uomo in meno, da quella punizione diretta nasce subito il raddoppio che uccide la partita. Non sarebbe stato uno scandalo se l’arbitro non avesse estratto il cartellino rosso, così come sarebbe stato normale il non aver segnato direttamente da quella punizione. Comprendete, però, come la partita sarebbe stata completamente diversa. Questo per dire che i singoli episodi, in qualche modo, sono ora finalmente favorevoli e tutto questo lo si può legare certamente ad uno spirito di squadra molto meno passivo di una volta. Insomma, aiutati che il ciel ti aiuta. Quello che mi piacerebbe ora è vedere una squadra un po’ meno timorosa. Non so se è un’impressione mia, ma vedo ancora, soprattutto all’inizio, una fottuta paura di sbagliare; il pallone è come se scottasse e questo porta ad errori assolutamente evitabili. E’ evidente che, a differenza di quello che dicevamo, questo gruppo ha probabilmente davvero fiutato il pericolo retrocessione, e la paura di perdere è ancora molto forte. Forse non troverò mai soddisfazione nel veder esaudito il mio desiderio di ammirare questa squadra giocare con serenità, o forse proprio non è strutturalmente predisposta per farlo, e nemmeno aiutata a farlo da un allenatore che inevitabilmente è diventato molto più pragmatico di un tempo.

Poco altro da aggiungere se non una piccola polemica e considerazione personale (che però so essere molto condivisa da una grossa fetta di tifoseria militante). Questa è stata una stagione da dimenticare, in un periodo molto complicato da dimenticare. Viviamo un presente molto combattuto, in cui la linea di demarcazione tra il dimostrare il nostro amore e vicinanza alla nostra maglia, e il voler spaccare tutto ciò che rappresenta ufficialmente il mondo Novara Calcio è molto sottile. L’equilibrio della componente militante della nostra piazza si regge su palafitte molto consumate che possono crollare per poco o nulla. Mi chiedo che esigenza ci fosse da parte del DG Roberto Nespoli nel pubblicare, non su uno ma ben due social (non ho Twitter, non escludo quindi che i social fossero tre) la foto degli ultras della Vogherese con commento “Al cuor non si comanda” (e segue cuoricino). Nespoli ha ovviamente tutto il diritto di tifare per la squadra della sua città, come ha il diritto di fare quel cazzo che vuole nella sua vita privata. Ma in un momento delicato come questo, in cui la distanza in termini di empatia tra piazza e Società ha raggiunto la stessa che c’è tra la terra e Marte, queste leggerezze sono cose da evitare. Perché, e glielo chiedo attraverso queste poche righe, secondo lui che cosa abbiamo detto tutti vedendo quel post? E’ chiaro che fondamentalmente è una cazzata, ma se come Società sei attenta a ciò che scrivono i tuoi giocatori, tu per primo lo devi essere. Ci sono anni in cui puoi permetterti di fare e dire quello che vuoi, ed altri che devi evitare. Punto. Lo so che l’ho già raccontato più volte, ma l’esempio di Seferovic che ho visto tornare (bello brillo) una mattina alle 7 da Milano in taxi dopo una notte di follie è per me stato illuminante: quel giorno la squadra partì per Livorno, e Seferovic ci fece vincere con una tripletta. Quello era un anno dove appunto potevano dire e fare quello che volevano, che gli avrei dovuto dire al Sefe? “Grande!!! ti prego: vai ancora a ciulare tutta notte, tutta la notte coca e mignotte e divertiti anche per me!”, credo sarebbe stata la cosa più sensata. Ora, se in una stagione come questa, apro Facebook e vedo il mio DG esternare una manifestazione di amore alla Vogherese e ai suoi ultras, che cosa gli dovrei dire? Ma se l’avesse fatto Rullo col Rossano Calabro Football Club o con la cazzo di squadra che preferite, che cosa gli avremmo detto?

Claudio Vannucci


Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

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