Gracias Diego Pensieri e parole

In questi giorni mi sono riguardato un po’ di spezzoni di quel capolavoro di documentario che è ‘Maradona di Kusturica’. E il primo pensiero è stato che, pur nei suoi errori e nelle sue miserie umane, Maradona aveva una cifra per così dire ‘intellettuale’ che non hanno neanche lontanamente tutti i primi 10 nel ranking del Pallone d’Oro di oggi messi assieme. ‘Io sono la mia colpa, e non posso rimediare’. In questa frase c’è una capacità di analisi e un’intelligenza emotiva che è già complicata per una persona media di oggi, figuriamoci per un calciatore. E allora, non si tratta di fare sempre i pedanti nostalgici, ma stiamo parlando davvero di altre cifre di persone. Con una serie di contraddizioni laceranti, con i loro slanci di autodistruzione e i loro picchi di eroismo, ma con una profondità di pensiero fuori dal comune.

Il genio oggi, nel calcio in particolare, è imbragato ormai in schemi di business. C’è una parte privata da curare, con i vari profili patinati sui social, che diventa tanto se non più importante di quella sportiva. Maradona ha chiuso la sua carriera sportiva con poco più di 250 gol nei club e 35 in Nazionale: un Messi o un Cristiano Ronaldo quando si ritireranno, avranno probabilmente numeri doppi o tripli. Ma la scia di mito che lasceranno non sarà neanche lontanamente paragonabile. E non credo c’entri il Mondiale dell’86 vinto praticamente da solo, che è stata comunque la summa della potenza sportiva di Diego. Credo che derivi da un’esposizione mediatica che era molto inferiore rispetto a quella odierna – non quella percepita dall’atleta che era al contrario di oggi più diretta e ‘fastidiosa’ a causa dei mezzi molto diversi – e che lasciava uno spazio straordinario all’immaginazione dell’appassionato.

Io sono cresciuto in un’epoca calcistica in cui non esistevano le dirette TV, e il massimo che poteva fare un tifoso era o attaccarsi alla radio o sintonizzarsi come facevo io su ‘Qui studio a voi stadio’ che era l’unica trasmissione televisiva con cui era possibile aggiornarsi in diretta su cosa stava succedendo sui campi. E anche dopo, fino a ‘90’minuto’, quindi alcune ore dopo la fine, a meno che non avessi il culo che la tua squadra fosse scelta come partita da trasmettere in sintesi dalla RAI, potevi solo immaginare quello che era successo. Non parliamo poi se tifavi una squadra di B o di C che dovevi proprio aspettare il lunedì con ‘A tutta B’ e C siamo’. Il calciatore viveva soprattutto in un angolo del cuore del tifoso, ammantato di un’aurea di mito, di cui si nutriva sia il tifoso che il calciatore stesso. Che se, come Maradona, era dotato di un talento così straordinario e veniva da un contesto come quello di Villa Fiorito, facilmente poteva trovarsi a correre su quel crinale delicato tra gloria ed eccessi. Non è un caso che Kusturica abbia escluso di poter fare un film su Cristiano Ronaldo: perchè non avrebbe nulla da raccontare, a parte la tecnica che usa per farsi la manicure e i capelli probabilmente.

E quindi in questo contesto risultano ancora più ridicoli quei personaggi tristi che ancora oggi rompono le palle con la storia della cocaina, con ‘eh però il Maradona uomo’. E’ come andare a contestare a Keith Richards di essersi pippato l’equivalente cocainico del deserto del Sahara. Ti metti tranquillo e ti ascolti ‘Brown Sugar’, con i suoi accordi aperti senza i quali non suonerebbe mai e poi mai allo stesso modo se quel cervello bruciato ma geniale non ci avesse pensato. E se non ti piace non la ascolti e ti stai zitto. E se invece ti piace puoi dire solo una cosa: grazie.

Jacopo


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