Sproloqui desolati nel corso di una pandemia Pensieri e parole

Di tutte le cose che immaginavo potessero succedere in questo mondo, l’ultima che avrei pensato accadesse è proprio quella della pandemia. Quotavo maggiormente una guerra piuttosto che un dannato virus che ha fermato tutti noi e, in molti casi, l’ha addirittura colpito, se non a livello personale, nei famigliari prossimi. Ho letto troppi addii nelle nostre bacheche, troppi pianti, tale per cui quasi nemmeno mi sono accorto che son due mesi che non parlo di Novara, di stadio e di calcio. Ma credo sia stato giusto fermarsi, anche con le parole, per rispetto di tutto ciò che è successo e di chi è stato colpito. Ma bisogna sempre ripartire da qualche parte, anche da un discutibile sproloquio come quello che voglio condividere con voi ora.

Se è vero che nessuno ha la sfera di cristallo per prevedere il futuro, e soprattutto che nessuno attualmente in vita si sia mai trovato ad affrontare una situazione mondiale come quella in cui viviamo oggi, tale da conferirgli una certa credibilità circa le previsioni sul ripristino di un minimo sindacale di normalità nelle prossime settimane, credo però sia realistico ipotizzare un ritorno al calcio giocato intorno a metà maggio. Il probabile ripristino graduale delle attività lavorative dopo Pasqua, e successivamente di quelle sociali, anticipate in questi giorni da molti esponenti del Governo, ci autorizzerebbe, quindi, a non vedere così lontano il momento in cui rivedremo una partita. Sicuramente solo in tv, perché penso si debba un po’ tutti realizzare che torneremo in uno stadio probabilmente solo dalla prossima stagione. Giustamente.

Voi non avete idea di quanto abbia sofferto nel leggere i pareri di molti scienziati relativamente alla “bomba epidemiologica” che sarebbe stata Atalanta Valencia giocata a Milano la sera del 19 febbraio (il 20 febbraio è stato reso noto a Milano il primo caso di positività al Covid 2019, quindi da tempo il virus circolava eccome), non solo per essere stata probabilmente il luogo di contagio di massa ma, soprattutto, per la successiva propagazione nel bergamasco e in Spagna (i dati di contagi nella provincia valenciana lo dimostrerebbero, e quella sera a Milano loro erano in 2000 circa). All’inizio ho riso, perché è incredibile come, in qualche modo, la gente da stadio debba sempre essere messa sotto accusa, questa volta anche di una pandemia, ma poi ho pianto perché in fin dei conti ho pensato che quei tifosi, nel vivere un sogno, non stavano contravvenendo a nessuna normativa o indicazione particolare, visto che in quel periodo il Corona Virus era roba dei cinesi, e nemmeno tutti. Ma temo che, inconsapevolmente, proprio quei tifosi possano essere presi come esempio per giustificare una totale revisione del concetto di libertà di andare allo stadio. Sicuramente qualche scienziato, spalleggiato da qualche politico, evidenzierà quanto assembramenti di decine di migliaia di persone in uno stadio possano rappresentare un rischio per la salute della popolazione mondiale, e quindi possano invocare e pretendere distanze assurde tra un tifoso e l’altro, per non parlare di divieti di spostamenti tra città per assistere alle manifestazioni sportive, eliminando così le trasferte ma anche i tifosi fuori sede. Che poi, se ci pensate, è una cosa che farebbe parecchio piacere a tanti. Non sto certo contestando il fatto che si debbano cambiare molte abitudini di vita, ci mancherebbe, ma non riesco nemmeno a mostrare la maschera ipocrita di chi ora vorrebbe un isolamento sociale perenne, ignorando i concreti rischi di fallimento economico e di disturbi psichici generalizzati se questo durasse ancora mesi.

Sono stato tra i primi a non sottovalutare il rischio Covid, quando intorno a me gente con la quinta elementare si bullava dei primi pareri scientifici allarmanti, e rideva nel dirmi “è solo un’influenza, muoiono solo i vecchi che tanto sarebbero morti lo stesso a breve”, ma mi piacerebbe anche non essere tra i primi oggi, e non ricevere le stesse risate di inizio febbraio, nell’auspicare, con tutta la cautela e gradualità del caso, un ripristino della normalità. E quindi, perché no, del calcio (in tv) ma non solo. In realtà Ghirelli è stato molto chiaro. In assenza ovviamente di una giurisprudenza specifica in tal senso, i rischi di non terminare le stagioni sono altissimi, perché, a fronte di una sospensione definitiva dei campionati e di ufficializzazione della classifica attuale  come definitiva, basterebbe che una sola Società si recasse in un qualsiasi tribunale per creare la paralisi. Perché se è vero che nessun pazzo metterebbe in discussione nel girone A la promozione del Monza, sarebbe più complicato retrocedere l’Olbia o il Gozzano oggi. Per non parlare delle retrocessioni dalla B alla C. Ecco perché sostengo che il calcio ripartirà a Maggio, magari giocando ogni 2-3 giorni per concludere il tutto entro il 30 giugno (dopo scadrebbero troppi contratti, sarebbe una giungla legale).

Da questa storia ho imparato, o meglio ho trovato conferma, di quanto sia triste non poter abbracciare gli amici per un goal o, più probabilmente, smadonnare per una sconfitta. Ma anche che sia stato opportuno non farlo, senza se e senza ma, per tutelare loro e me. Ma un giorno torneremo tutti  nel nostro settore, a litigare con quelli che stanno nel settore ospiti o con l’omino giallo che rompe le palle perché stiamo in piedi, ancor prima che scendano in campo le squadre. La gente da stadio esiste dalla fine del’800, non morirà certo ora. Mi mancate tutti.

Claudio Vannucci


Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

Lascia un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: