Aequalis aequalem delectat Non solo calcio

Devo ammetterlo. In questa travagliata stagione 2018/2019 che è appena andata in archivio sono stato un fantasma. Sempre meno interessato alle faccende del Novara Calcio, un po’ per noia e un po’ per nausea di come questo sport sia stato ridotto nelle ultime annate. Il mio bisogno di “campo” e di pallone non trovava sfogo, alla continua ricerca di genuinità o forse semplicemente di emozioni. Emozioni umane e sempre meno calcistiche. Non il desiderio di una giocata spettacolare o la voglia di vittoria, vane e vuote se raggiunte per mera matematica di punti. Parlo di quella voglia di potermi rispecchiare in chi corre in un campo verde all’inseguimento di affermazione personale, di bisogno di gioia e condivisione. Di simpatia, nell’accezione più letterale del termine greco da cui deriva il vocabolo. Patire insieme, soffrire insieme e quindi gioire insieme. Ero convinto di non esserne più capace.

Ho iniziato quasi per caso a seguire le attività della società Ticinia Novara, in arte Novara for Special, fino ad averne un settimanale bisogno, esattamente come accadeva per il calcio dei cosiddetti professionisti. E’ stato come reimparare a camminare. O forse a parlare e financo a pensare. Occuparmi di disabilità mi ha costretto a rimettere in discussione tantissimi aspetti del mio sentire che pensavo fermi e saldi nella mia coscienza. Anche armati delle migliori intenzioni e della massima apertura mentale ho scoperto che si è sempre disarmati, impreparati. Il vero motivo non è immediatamente afferrabile. Perchè questo diventa un esercizio quotidiano, faticoso e complicato.

La ricompensa è stata però dolcissima e appagante. In questa stagione Novara for Special, con pochissimi mezzi e ancor meno appoggio (soprattutto istituzionale) ha raggiunto risultati sportivi impensabili ad inizio stagione: primi nella IV e V categoria girone Lombardia, qualificati per la Special Cup su base nazionale al termine della quale siamo risultati terzi assoluti, dietro solo a colossi come Juventus e Insuperabili, due realtà eccezionali che possono allestire quattro allenamenti a settimana e far arrivare da tutta Italia atleti in stile “selezione”. Il risultato sportivo all’inizio mi ha dato la sensazione di aver raggiunto qualcosa di importante. Ma si sa, le stagioni finiscono in fretta e la gloria, se di questo di può parlare, è passeggera ed a volte vana. Mi sono chiesto allora da cosa veniva questo persistente senso di “vittoria” che continuava a frullare dentro di me, come se ci fosse una voce che non avesse alcuna intenzione di tacitarsi.

Lo scorso 16 luglio Novara for Special è stata premiata durante la celebrazione dei 60 anni della serie C, alla presenza del presidente Ghirelli e del presidente della FIFA Gianni Infantino. Un riconoscimento che anche il Novara Calcio ha celebrato con la decisione di apporre il logo di Quarta Categoria (il campionato riservato alle squadre for Special) accompagnata dalla frase “Il calcio è tutta la mia vita”, pronunciata dal capitano di Novara for Special di V categoria Nicola Macchiarulo. Oltre alle sue parole mi rieccheggiavano nella mente anche quelle del capitano della IV categoria Alessandro Crisanti, che dopo la vittoria del campionato Lombardia ha dedicato ai suoi compagni un post su Facebook in grado di resuscitare le emozioni nel più disilluso dei cinici.

Ma non sono i premi e riconoscimenti a fare una vittoria. Sono le emozioni che ti porti dentro, la simpatia infinita per questi ragazzi e tutte le persone con cui ho collaborato al progetto Novara for Special e con cui voglio collaborare il più a lungo possibile. Sono le epifanie e i pensieri che sono germogliati in una lunga stagione che ti fa subito venire voglia di iniziarne un’altra.

Si, io sono un vincente. Lo sono perchè ho imparato ad imparare da questi fantastici ragazzi. Lo sono perchè ho imparato a “riconoscere la diversità come parte del quotidiano”, per usare le parole di Constanza Orbaiz. In un momento storico in cui le diversità diventano oggetto di strumentalizzazione politica e sociale, i ragazzi di Novara for Special mi hanno fatto (e spero che abbiano fatto o che faranno anche a voi) un regalo prezioso: la capacità di vedere un futuro in cui si gioisce insieme.

Io sono un vincente perchè ho capito che il vero “disabile” ero io, incapace di emozionarmi e di riconoscere tutto ciò che di buono mi circondava, dandolo per scontato.

Per i più maliziosi di voi che vorranno vedere in queste mie parole vanagloria o autocelebrazione spiego subito che il motivo che mi ha spinto a scrivere questo articolo non è il bisogno di pavoneggiarsi o di sentirsi “migliore” di altri. Al contrario il mio desiderio è che queste mie parole vi aprano le porte di un mondo che forse vedete ancora da lontano ma che merita di essere assaporato e vissuto da vicino, esattamente come quello del calcio che tanto ci piace. Vedere le persone, gli esseri umani, al di là del loro packaging è quell’esercizio faticoso e complicato che va praticato quotidianamente. Perchè nella storia dell’uomo è facilissimo tornare indietro e subire involuzioni, ritornare barbari. Ed è qualcosa che non deve mai più accadere.

Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato dalle reni in giú, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena.

Nessuno, salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. Henek passava accanto alla cuccia dì Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno piú che paterno: è assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci, ma fuggivano la sua intimità.

Henek invece, tranquillo e testardo, sedeva accanto alla piccola sfinge, immune alla potenza triste che ne emanava; gli portava da mangiare, gli rassettava le coperte, lo ripuliva con mani abili, prive di ripugnanza; e gli parlava, naturalmente in ungherese, con voce lenta e paziente. Dopo una settimana, Henek annunciò con serietà, ma senza ombra di presunzione, che Hurbinek «diceva una parola». Quale parola? Non sapeva, una parola difficile, non ungherese: qualcosa come «mass-klo», «matisklo». Nella notte tendemmo l’orecchio: era vero, dall’angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata; o meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome.

Hurbinek continuò finché ebbe vita nei suoi esperimenti ostinati. Nei giorni seguenti, tutti lo ascoltavamo in silenzio, ansiosi di capire, e c’erano fra noi parlatori di tutte le lingue d’Europa: ma la parola di Hurbínek rimase segreta. No, non era certo un messaggio, non una rivelazione forse era il suo nome, se pure ne aveva avuto uno in sorte; forse (secondo una delle nostre ipotesi) voleva dire «mangiare», o «pane»; o forse «carne» in boemo, come sosteneva con buoni argomenti uno di noi, che conosceva questa lingua.

Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero, – Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morí ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui – egli testimonia attraverso queste mie parole.

Brano tratto dal romanzo : “La tregua”, di Primo Levi


Gli inglesi hanno inventato il calcio, i francesi l’hanno organizzato, gli italiani l’hanno messo in scena. (Serge Uzzan) Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. (Pier Paolo Pasolini)

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