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Pensieri e parole

La bella addormentata sul posto

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Novara è sempre stata cosi, nostalgicamente rassegnata, bella addormentata nel bosco che però nessun principe potrà mai svegliare.

Pronta a farsi da parte senza reclamare, invisibile perchè avvolta nella semplicità della nebbia, culturale e sportiva, come lo stecco dello zucchero filato.

Triste, mesta e mite comunque, buona e elegante, a volte raffinata come solo una gran signora sa esserlo, orgogliosamente priva di cavaliere, quindi non accompagnata nè da Messer Na got meneghino nè da Monsü Parèi.

Troppo buona, troppo sincera e vera o falsa e cortese, sicuramente ingenua, e da troppe faccende affaccendata, autentica come solo una moneta fior di conio sa esserlo.

Indifferente e fatalista anche quando accetta, senza la benchè minima reazione, un regolamento di polizia che varrebbe solo la pena definire tragicamente pittoresco, come chi lo ha pensato scritto e firmato, senza spingersi in stucchevoli comparazioni con talune regole partorite nel ventennio.

A Lei sono stati sottratti gandi affetti, grosse partecipazioni emotive, strutture sociali di grande importanza, senza mostrare le unghie nè far udire il sinistro rumore stridente dei denti digrignanti.

Prima l’ Ente Risi, che strappatoci approdò nella vicina Vercelli, seguita qualche anno dopo dall’Università del Piemonte Orientale che più orientale di Novara, in Piemonte, si poteva registrare solo la limitrofa Trecate. Quindi un pezzo di provincia, ovvero tutta la parte a nord di quella linea tracciata dal blu dei due laghi, che si insinua fin dentro la naturale bellezza di una serie di valli montane tra le più incantevoli dell’ intero arco alpino. Difficile mettere d’accordo tre realtà territoriali così diverse tra loro per ciò che riguarda storia, cultura e territorio, tenute insieme solo dai confini tracciati su una cartina geografica: troppo diverso il Verbano turistico dei Borromeo rispetto alle asprezze dell’Ossola che si magnificano nella Formazza, e del Cusio dai tratti pittorici che sembrano dipinti su di una tela addormentata nel tempo, che lì scorre lentamente, salvo accelerare bruscamente quando si va a registrare la forza dell’ impatto economico legato all’ industria del rubinetto. 

Ma Novara non si è scomposta, silenziosa e disinteressata, quasi snob, che diventa facile confondere quando sconfina nel menefreghismo, che null’altro è se non l’ anticamera della rassegnazione colpevole. Almeno questa è stata l’immagine offerta dalle varie conduzioni politiche chiamate ad assistere a tali espropri, e che nulla hanno tentato per opporsi a questa emorraggia di strutture, e quindi di possibilità, che, una dopo l’altra, hanno salutato Novara.

Novara e le sue contraddizioni; il Novara Calcio 1908 che nel 2014 ebbe l’ardire di sfidare e vincere, sola contro tutti, le mafie con i guanti di seta, che poi te la fanno pagare facendoti saltare per aria. Ma il Novara è anche quello che assiste alla condanna di un Bertani, calciatore più sciocco che colpevole, o se preferite colpevolmente sciocco, unico condannato, e mai riabilitato, di quel letamaio che fu il calcioscommesse.

Novara che si incendia per una avventura in Coppa Italia la cui unica certezza è determinata dal poter misurare la propria forza al cospetto di una squadra di serie A e muove tredicimila persone portandole a San Siro, trasformando la Padana superiore in una arteria intasata come manco quella di un infartato poteva esserlo. Novaresi, non certo tutti tifosi, semplicemente entusiasti di aver assistito a Davide che le suonava per un tempo intero a quello spocchioso di Golia.

Novara che celebra due promozioni in modo completamente diverso: quella della serie A, lussuriosa e universale, ospitata come si conviene ad un grande avvenimento nella magnifica cornice di Piazza Martiri, mentre la cavalcata in lega pro, resa più difficoltosa dalle follie penalizzanti legate all’ IRPEF, celebrata quasi in sordina in una piazza Puccini sin troppo ampia, e   con il timore di disturbare una città che già si era distaccata dalla sua squadra, a prescindere dalle millecinquecento maglie azzurre che invasero Lumezzane.

Il Novara e la sua città, protagoniste di un film d’ amore in cui l’amore stesso non è mai esploso tra i due protagonisti. Caratteri schivi per natura entrambi, scontrosi e di poche parole, forse antipatici, freddi e distaccati, mai veramente innamorati, ma solo trasportati dall’arrapatura del momento che il fuoco accende destinato a spegnersi troppo presto e velocemente.

Nati tra riso e zanzare, abituati a farci togliere quello che è nostro di diritto, siamo diventati spettatori ai quali puoi proporre qualsiasi film che non la faremo lunga più di tanto, come del resto è sempre successo e come spiegato all’inizio di questo articolo.

Incazzati per la retrocessione certamente, ma riconoscenti verso la società che con stile, signorilità e chiarezza ha tentato di salvarsi in calcio d’angolo, una volta battuto il quale ha preso comunque gol.

Paradossalmente potrebbe essere che non sia ancora finita, sta brutta storia, lo sapremo chissà quando, forse mai, in quanto esiste sempre un ordine di giudizio superiore a cui ricorrere e dal quale sperare in una rifusione dei costi sin quì esposti vanamente. Triste e mortificante sarà riscontrare che tutto verrà subordinato ai sodi. E io, da vecchio nostalgico, in fondo in fondo lo spero ancora di vedere ricomporre una serie B a 22 squadre che tra essa ci annoveri, poi mi sveglio, e dopo aver misurato la pressione ed essermi concesso un cafferino riconosco che forse converrebbe pedalare e mettere fieno in cascina prima che arrivino le salite, e auspicare un comportamento esattamente come è avvenuto nel secondo tempo del derby, quando si è vista una reazione finalmente degna della maglia  azzurra.

È probabile che questa squadra, questi colori, questi sentimenti abituati perennamente a una scarsità di foraggio endemica, sia destinata a pochi intimi, rintracciabili ancor oggi, tra coloro che erano presenti a Lumezzane, San Siro e, viaggiando a ritroso nel tempo, anche a Telgate, Pieve di Soligo o Orzinuovi per una sfida contro l’Orceana che al massimo sarebbe valsa il nono posto in classifica della C2.

A tutti coloro che hanno vissuto quel magico periodo e ancora oggi riescono a provare emozione quando dal tunnel escono i ragazzi di azzurro vestiti accompagnati dal rullo di tamburi che anticipa la marcetta più bella del mondo, dedico la mia speranza … varrà poco, ma è tutto quello che ho.

Forsa Nuara tüta la vita 

Nonnopipo    

Novara perchè è la mia città, il Novara calcio perchè è la squadra della mia città, il dialetto perchè se il futuro è una porta il passato è la chiave per aprirla. Forsa Nuara tüta la vita.

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Arma virumque Cano

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L’Eneide, il titolo ne riporta il primo passo, ci ha insegnato come reagire di fronte alle difficoltà e, soprattutto, come comprendere che la resistenza non richiede alcuna dote (a parte appunto la capacità di resistenza) se non quella di essere abbastanza forti per stringere denti ( e a volte il culo ) nella speranza che tutto passi.

Ma un altro grande insegnamento ci arriva dalla consapevolezza del fatto che il dopo non può e non potrai mai essere uguale al prima.

È in questo turbinio di emozioni contrastanti che hanno coinvolto tutto il mondo Novara, e nella oggettiva difficoltà di dover creare qualcosa dal nulla che Marco Marchionni si è dovuto cimentare sin dal primo giorno … in quell’ormai lontano caldo agosto.

Il dopo non potrà mai essere uguale al prima … ti vengono i brividi lungo la schiena se pensi che quel prima rappresenta oltre cento anni di storia; e che di quella storia non puoi recuperare niente se non una tiepida carezza da parte di poche migliaia di tifosi ai quali devi dimostrare, giorno per giorno, che anche la più infima delle categorie può regalare qualche soddisfazione e magari restituire sul campo un pezzettino di quella dignità perduta quel maledetto 28 giugno.
Ho apprezzato, e sto continuando a farlo, Marco Marchionni proprio per questo: nessun protagonismo ma umiltà e grinta con la consapevolezza di far parte del tentativo di una rinascita dalla quale puoi avere tanto da perdere e poco da guadagnare.

Non è sicuramente stato facile cercare di plasmare sul campo un progetto fatto di tante incognite e poche certezze con l’orologio del tempo che ti scandiva inesorabilmente i giorni prima dell’esordio.

Così come non è stato altrettanto facile dare un idea di gioco a una squadra circondata da aspettative di vittoria dopo che dopo due scialbi ed anonimi pareggi ad inizio campionato e una vittoria rimediata nei tre minuti finali iniziava ad essere avvolta da ventate di scetticismo.

Marchionni però si è evoluto, tra alti e bassi, aggiustando in corso d’opera quello che il tempo tiranno non gli aveva concesso di aggiustare quando sarebbe stato il momento.

Quando sei l’unico, con Pablo, ad aver calcato campi importanti ti sentì addosso la responsabilità di tutti  … responsabilità acuita dal fatto che alle tue spalle hai una Società in costruzione, che sotto il profilo dell’esperienza e del sangue freddo ti può dare poco… se non niente.

Marchionni rappresenta quindi oggi la certezza sulla quale , al di là dei facili entusiasmi – quasi isterici a volte – di una buona parte di quei tremila abbonati che allo stadio anche quest’anno non ci ha mai messo piede, costruire un futuro che dovrà andare ben oltre questa stupida categoria.

E non da solo perché siamo comunque in tanti ad accompagnarlo in questo viaggio e ( parafrasando De Gregori ) la storia siamo noi, padri e figli … e nessuno si senta offeso.

Ciumi

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Del mestiere più antico del mondo (e delle sue evoluzioni)

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Ho pensato a lungo se scrivere qualcosa sulla vicenda della giornalista molestata fuori dal Castellani, e per evitare che questa sia la mia ultima performance sul blog ho deciso quindi di allargare il campo con alcuni fatti attinenti al mondo sportivo che hanno colpito la mia attenzione nelle ultime settimane, così da diluire. In generale trovo che il livello del giornalismo sportivo sia degenerato a dei livelli di prostituzione intellettuale che ritenevo improponibili fino a qualche tempo fa. La prova per me è stata durante l’Europeo, con le esaltazioni orgasmiche tipiche di quando c’è il vento in poppa, e in particolare mi ha colpito quando la Gazzetta ha riportato su una edizione vera, non satirica, la sequenza schematizzata per effettuare il tir’ a gir’ di Insigne con l’ultimo passaggio obbligato, vale a dire l’esultanza col cuore (qui il tweet https://twitter.com/gazzetta_it/status/1411204383904309251 ma vi assicuro che questa buffonata è uscita davvero sull’edizione cartacea del maggiore quotidiano nazionale sportivo).

Sempre restando alla Nazionale, isterie uguali e contrarie si stanno ovviamente vedendo ora che la partecipazione ai Mondiali è nuovamente a rischio, ed è partito addirittura il toto nomi per l’attaccante che dovrà salvarci ai play off a marzo. Tra le ipotesi, anche qui ovviamente uscite su pagine di giornali sportivi veri e non robe tipo “Il Male”, quella di convocare un brasiliano naturalizzato 30enne che sta retrocedendo col Cagliari e un 21enne che ha segnato addirittura la bellezza di 6 gol in serie B. Al prossimo rigore sbagliato da Jorginho va a finire che deve tenersi pronto Collodel come regista. Ovviamente siamo passati dall’essere una squadrafortissimi ad essere una mandria di pippe colossali che, specie dopo il sorteggio sfigato, è già praticamente fuori. Come se in Portogallo invece avessero acceso i fumogeni e avessero festeggiato per tutta Lisbona in attesa di incontrarci nell’eventuale finale. Forse si dovrebbe solo dire che abbiamo vinto un Europeo in un momento di grazia, con la Francia suicidata che se arriva in fondo schianta chiunque, che abbiamo affrontato la Bulgaria al rientro dallo stop estivo e che in qualsiasi altro momento fisico e psicologico gliene buttavi 4 come la Svizzera ed era finita lì. Che con la Svizzera hai sbagliato 2 match point su rigore, che nelle ultime 2 partite hai avuto fuori punta, centrale difensivo e regista titolari. Che semplicemente non eri un fenomeno prima e non sei da dopolavoro adesso. No. Troppo difficile tenere un equilibrio del genere per i giornalisti sportivi nostrani.

Il vero zenit di ipocrisia si è raggiunto però negli ultimi giorni con la vicenda della giornalista fiorentina a cui, immagini alla mano, è arrivata una pacca sul culo da parte di un idiota all’uscita dal settore ospiti dello stadio di Empoli. Fatta salva l’ovvia condanna per un gesto degradante per la vittima, stupido, e che spero avrà i suoi giusti strascichi anche in sede legale, solo 24 ore dopo eravamo passati dalla molestia sgradita che si vede nel video a una specie di violenza carnale di massa. Non dò ulteriori giudizi di merito perché mi rendo conto che sto camminando su un crinale pericolosissimo, invito solo a confrontare il video diffuso del fatto in oggetto con l’intervista rilasciata dalla giornalista a questo link: (https://27esimaora.corriere.it/21_novembre_28/greta-beccaglia-giornalista-molestata-diretta-tv-empoli-fiorentina-violenza-aggressione-sessista-io-oggetto-9b217006-502a-11ec-9504-b455041bff74.shtml). Ma la cosa che più mi urta è il linciaggio che si sta facendo di un professionista come Micheletti, che è stato addirittura SOSPESO, e che apprezzavo già ai tempi di QSVS che all’epoca era l’unica fonte di aggiornamento in diretta delle partite in un’era pre Pay TV. Ed era tutto tranne il pollaio che è adesso. La sua colpa è di essersi trovato impreparato in una situazione non convenzionale come quella di gestire da conduttore una molestia in diretta (e il suo “non te la prendere” è ovviamente non opportuno). Nessuno e sottolineo nessuno sta segnalando che dopo i 10 secondi che tutti hanno visto, ha anche detto che se questi signori avessero preso da piccoli qualche schiaffone in più sarebbero cresciuti più diritti, solidarizzando immediatamente con la vittima. E non importa se sia scusato pubblicamente e anche la giornalista lo abbia difeso. Va messo alla berlina come portatore del germe del patriarcato tossico, nella più classica delle carognate all’italiana.

E’ in casi come questi che mi torna sempre in mente quella battuta di Luttazzi: “c’è una grande differenza tra una prostituta e certi giornalisti: ci sono cose che una prostituta non fa”.

Jacopo

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Domani (oggi) si vince

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Non mi interessa nulla determinare se è più azzurra la maglia attuale o quella che mi ha accompagnato durante la mia crescita di tifoso innamorato, o di chi poggia le chiappe sulla nostra panchina ora o tra un anno o due, e nemmeno chi sia attualmente il proprietario della societá.

Voglio che mi si consenta di vivere l’attesa, e poi la gara, con la stessa leggerezza con cui aspettavo, circa sessant’anni orsono, le partite del mio Novara.

Allora, giocatori a parte, conoscevo a malapena il nome dell’allenatore, Carletto Parola, semplicemente perché lo vedevo strigliare i miei idoli al campo di allenamento dell’Enel.

E il presidente era il geometra Santino Tarantola eh!! mia batarìa!!

Ecco, mi interessava esserci, non vedevo l’ora di esserci, mi piaceva annusare il profumo intenso dell’attesa, ci tenevo ad assistere al riscaldamento dei “mitici” che si svolgeva dietro la curva del mercato coperto, dentro a un quadro la cui cornice era la semplicitá dei soggetti, fossero essi calciatori, tifosi, amici.

Non vedevo l’ora di assistere a una volata inarrestabile della “freccia di Caltignaga”

o a una finta maledetta del Luigino, la cui classe sopraffina faceva si che l’avversario depositasse il culo a terra, o allo spettacolo del duello ingaggiato dal Nini con il centroattacco di turno….povero Pruzzo, non la vedeva mai!!

Mi piaceva tutto questo o solo questo, dipende dai punti di vista; era comunque una buona metá delle emozioni che popolavano la mia domenica.

Perché la domenica, per essere tale, oltre al risotto di mezzogiorno a pranzo, ottenuto con il brodo del “buí”, aveva bisogno della partita del Novara per essere considerata festiva.

E veniva preceduta da tutti quei riti scaramantici che accompagnavano l’attesa, come rispettare le tappe ai vari Circoli che si trovavano sul percorso destinazione Alcarotti, e che gli adulti rigorosamente imponevano, compresi i bambini trasportati sulla canna della bici.

Non esisteva il Muro e nemmeno questo blog su cui scrivere le proprie opinioni; qualcosa si scriveva si, ma sul muro di cinta che racchiudeva come uno scrigno il terreno di gioco e le tribune dell’Alcarotti.

“Viva Ghio” c’era scritto con un pezzo di mattone, proprio sopra la feritoia, dalla quale una mano senza proprietario, ti allungava il biglietto d’ingresso recante la pubblicitá del Cynar.

E quel biglietto era come un “minerva” che incendiava la mia passione….ecco, la passione; la stessa che oggi brucia lentamente come la “brasca”.

Non piú la fiamma viva che tutto divora, ma tizzoni ardenti che meditano e ponderano il calore necessario per tenere in vita la storia, perchè questo è il solo e unico dovere che abbiamo: tenere in vita la storia, indipendentemente dagli attuali interpreti, noi compresi.

Retorica? Si, puó essere, anche perchè di moduli, formazioni e tattiche io non parlo, non avendoci mai beccato nè capito quasi niente. Preferisco lasciare questi contenuti a coloro che sanno tracciare sapienti geometrie e sviluppare oculati schemi. 

Io, come altri gnürantòn in materia di tecnica, ci metto solo il cuore a sorreggere tutta l’impalcatura di questo castello azzurro che, in fin dei conti, ha solo cambiato il proprietario, il quale tutto ha fatto per salvarlo dalla fatiscenza in cui era stato abbandonato da lestofanti indegni, turpi e volgari. E, parafrasando il titolo di un libro di qualche anno fa, opera dello scrittore Marco Paracchini, ribadisco a tutti che “Il castello è nostro e ve lo prestiamo solo per giocare, come del resto la Maglia”.

  

Forsa Nuara tüta la vita

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