Rimaniamo in contatto

Pensieri e parole

Ecco perchè non perdonerò il Sig. Macheda Federico

Published

on

Ecco perché non perdonerò Federico Macheda.

Quando arrivò due anni or sono, scrissi e pubblicai sui social questo articolo:

“Federico è un ragazzo la cui età permette di saltare i fossi per la lunga.

Fisico atletico, lineamenti sfrontati, accento marcato sul romanesco, faccia da simpatica canaglia.

Precoce talento da esportazione immediatamente pronto all’uso in una squadra di alto lignaggio del campionato piú ricco del mondo, minorenne al cospetto di calibri da novanta, palcoscenici che pochi possono calcare, soprattutto a quell’etá, se non possiedi quel pizzico di stravagante e meravigliosa follia.

Girovago poco più che adolescente, che a sedici anni pesca il jolly in un mazzo le cui carte nascondevano chissá quali altri destini.

Predestinato, dunque, e difatti il timbro con il marchio di fabbrica, che per un attaccante é da sempre il gol, lo mette in poco e breve tempo un po’ dappertutto, anche dentro lo scarso minutaggio messogli a disposizione, che di solito viene concesso solo per rompere il ritmo o per mettere in conflitto tra loro speranza e disperazione.

E lui, ragazzo romano, sempre pronto a rispondere presente, con la carta d’identità ancora troppo fresca di rilascio.

Il gol, si sa, non porta con sè dati anagrafici, ma per Federico pareva non valere, questa regola, quindi, troppo velocemente, viene dirottato verso propedeutiche destinazioni buone alla maturazione del boy, e allora via di maglia in maglia, di nazione in nazione, di città in città, con relativa perdita di punti di riferimento umani faticosamente individuati.

E si, perché certi pedaggi vanno pagati, e forse é meglio saldare il debito subito, prima che gli interessi, imposti dal tempo che trascorre impietoso, richiedano una cifra troppo elevata.

Arriva quindi a Novara, che si trova  esattamente in mezzo a due città che avrebbero placato la sua sete di calcio che conta, ma tant’è.

Arriva da noi ancora una volta in anticipo, questa volta rispetto alle date stabilite dal mercato; si vede che l’attitudine di bruciare i tempi stava scritta su quella famosa carta pescata dal mazzo.

Non la conosce Novara, che in comune a Manchester possiede quel colore grigio pastello dovuto a un clima umido, caratteristica delle città a vocazione tessile in quanto il cotone predilige l’umidità per essere lavorato al meglio.

La conoscerà col tempo, e con la città i suoi pregi unitamente ai difetti, che sono, comunque la si guardi, parte integrante di un bagaglio culturale e storico.

Federico avrà solo da guadagnare in questo baratto, a patto che sia disposto a sudare la maglia; noi ad aiutarlo, prima, e a ringraziarlo a prescindere poi, sicuramente ad amarlo: gli ingredienti ci sono tutti, basta unirli con pazienza e giusto dosaggio.

Questa è la nostra cultura, il nostro sospettoso bagaglio a mano che non lasceremo mai incustodito, da buoni novaresi, provincia compresa, quali siamo.

Non so se Federico leggerà mai queste righe, sappia però che Novara sarà sempre pronta ad amare chi si batterà per la nostra causa e chi dimostrerà con l’ impegno, se non proprio di amare, almeno di rispettare la nostra maglia, che di questi tempi è tanta roba.

Coraggio Federico!!”

Non c’è che dire, un augurio di benvenuto e un attestato di stima come a nessun altro riservato, ma senza voler andare oltre, sin quì disatteso.

Non di sicuro per il rendimento sin qui incerto, ma per la reazione a una provocazione che sarebbe stato opportuno riuscisse a controllare.

E il motivo è semplicissimo: proprio quando i tifosi organizzano di ricompattarsi in un unico gruppo per spingere gli azzurri alla conquista della salvezza, proprio nel momento in cui finalmente si è messo da parte il valore relativo delle rispettive posizioni, proprio quando fanculo le stronzate, e tutti insieme, società, giocatori, stampa, tifosi e agnostici si fa quadrato attorno alla salvezza, lui che fa?

Viene meno al patto tacitamente sottoscritto dalle parti.

È caduto forse in una delle più classiche provocazioni? Si, probabile.

Ma riuscire a controllarle fa parte della maturità che un ometto professionista come lui dovrebbe essere in grado di gestire, soprattutto in un momento topico come quello che stiamo vivendo.

Se un contesto simile, con tutti gli scenari macabri che si porta dietro, ti vede incapace di sentirlo nella pancia, se non riesce a stimolarti nel profondo dell’anima, se il tuo comportamento dimostra che nella tua personalissima lista dei valori la tua persona viene prima di ogni altra cosa, allora significa che la maturità risulta ancora lontana da raggiungere. 

Ma forse il Macheda non ha ancora capito cosa vuol dire l’umiltà, nonostante il materiale a sua disposizione accumulato in tanti anni di gavetta trascorsa a cavallo di quella fase che gli esperti chiamano maturazione.

A Novara, e non a Manchester o altrove, a chi, nonostante l’età abbondantemente post adolescenziale, continuasse con atteggiamenti che denotassero momenti di scarsa concentrazione o di istintiva irruenza comportamentale, si dice: “Cul lì al madürarà pü”

Ecco perché non perdonerò il Signor Macheda Federico.

Nonnopipo   

Novara perchè è la mia città, il Novara calcio perchè è la squadra della mia città, il dialetto perchè se il futuro è una porta il passato è la chiave per aprirla. Forsa Nuara tüta la vita.

Continua a leggere
1 Commento

Lascia un commento

Pensieri e parole

La paperella

Published

on

E così, caro il mio Galuppini, secondo te a Novara ci sarebbe della gente da zittire, gente a cui secondo la tue recenti e ripetute gestualizzazioni, non sarebbe concesso protestare e fischiare legittimamente prestazioni che tifosi, social e stampa, hanno abbondantemente censurato. 

Cosa e chi, soprattutto per quale ragione  all’interno della tua esultanza post gol, intendi riprendere, punire, vendicare con l’insulso gesto della paperella, sarebbe opportuno tu lo spiegassi. 

Sai, atteggiarti così platealmente vendicativo ricorrendo a un gesto palesemente infantile, per giunta sguazzando nel fango torbido del vago, potrebbe voler dire tutto o forse niente, un po’ come affermare che non ci sono più le stagioni di una volta … e nemmeno i calciatori!

Sai, caro Francesco, ho avuto per un momento la tentazione di richiederti l’amicizia su Facebook, rispondendo a uno di quei flash che questo social spesso propone, bene, sono contento di non averlo fatto.

Tu non potrai mai essere mio amico, tu come quelli che covano rancore per poi vendicarsi alla prima occasione e gioiscono ben sapendo che il bersaglio non possiede altre armi se non quelle del dissenso, cioè l’opposto dell’applauso.

Conquistalo l’applauso, Francesco, anche se ottenerlo attraverso la trasformazione di un calcio di rigore, non è impresa eccezionale, che lo diventa, però, quando peschi dal ricco cilindro delle tue enormi possibilità, il numero che l’ ovazione la strappa istintivamente, così come qualche tua “cagata”, svogliata e supponente, produce l’effetto opposto.

Dettaglia, Francesco, facci sapere quali sono le negatività da te riscontrate che ti hanno spinto a sguainare la spada della vendetta mascherata con il gesto addirittura a due mani della paperella; forse i rumors derivanti da una serie di contrasti persi, oppure l’essere arrivato tardi su una palla raggiungibile con un tantino più di grinta? O forse i fischi che tracimano in campo dalle tribune quando stai (state) offrendo prestazioni il cui limite della decenza avete superato come è avvenuto nelle ultime partite?

Stavolta, caro Francesco, mi sa che l’hai pestata fresca, poi, per caritа, tu sei libero di pensarla come vuoi e dire ciò che pensi, anche con l’ausilio di una ripetizione, per lo più sgradevole, di determinati gesti di pessimo gusto.

Con rispetto e senza acrimonia nè rancore.

Nonnopipo

Continua a leggere

Pensieri e parole

Il popolo protesta perchè ha fame? Dategli delle brioche!!

Published

on

Caro Massimo, scusa se ti chiamo con il tuo nome, lo faccio perchè in fondo amiamo la stessa donna vestita con gli stessi colori che ne colorano l’anima.

 L’ amiamo ognuno a modo suo, tu con l’autorevolezza di chi è arrivato cavalcando un bianco destriero, io, invece, con indosso gli abiti lisi e sdruciti dallo scorrere del tempo e le toppe al culo ancora fresche di rammendo.

Ho continuato sin dagli inizi ad amarla così, semplicemente, come si presentava ogni qualvolta la volessi vedere, lei, a volte sorridente, altre triste, altre ancora conciata peggio dei miei abiti un paio di righe sopra descritti.

A volte mi faceva male guardarla da vicino, un male che non passava e durava fino a quando avrei avuto la certezza di rivederla il giorno seguente. E la speranza, pagata a caro prezzo, accendeva la mia passione verso di lei, mai sopita.

Poi dopo tanto, forse troppo tempo e un paio di mascalzoni, arrivi tu e te la sposi. Che bello!!

Tu e lei sul cavallo bianco d’azzurro bardato che lasciate la contea della serie D, osannati dal popolo dai vestiti smunti e rattoppati regalatici dai mascalzoni succitati.

Si ricomincia.

Dall’alto dei merli del tuo castello fai suonare le trombe, licenzi coloro che non ritieni essere utili servitori e chiami a corte i tuoi sudditi che accorrono per celebrare il loro Re, colui che li ha liberati dalle catene dilettantesche. 

Che bella fiaba, anche i disegni che colorano questo libro ne confermano la gioia: si torna a vivere nelle terre dove ciò che rotola è professione.

Passa un po’ di tempo e tu, caro Massimo, cuci addosso alla nostra amata un abito bello, elegante, ricco di luccichii e di svolazzi, sobrio al punto giusto, non sfarzoso ma apprezzabile nella sua semplicità.

Intanto noi, sempre più riconoscenti, tacciamo anche sulle questioni che sarebbe lecito approfondire: Fino a quando durerà questo nuovo amore che sulle pergamene protocollari stabiliscono dover durare nella buona e nella cattiva sorte?

E qui, caro Massimo, decidi da buon Re innamorato della sua Regina, di regalare al tuo popolo ormai dubbioso e alla tua consorte, che indossa ancora lo stesso abito che andrebbe quantomeno ritoccato, una suonata di trombe che invece di placare gli animi dei tuoi umili servitori, autorizzano a chiedersi se il lore Re o ci è o ci fa.

Mai vorrei essere costretto ad assistere al popolo che contesta il suo Re, ma avanti di questo passo la protesta diverrà inevitabile, e non basteranno le brioche a placarla. 

Per dirla brevemente: sarebbe stato meglio e più pragmatico aspettare prima di parlare di serie B, sarebbe stato più opportuno guardarsi in giro e soffermarsi sulle ultime partite perse ma soprattutto su quelle vinte, senza voler entrare nei dettagli che su questo blog vengono onorati da firme assai più competenti della mia.

Mi limito ad invitarti caro Massimo, la prossima volta che salirai sulla torre merlata per suonare la tromba a raccolta, di cambiare strumento, ce ne sono molti ben più idonei e intonati con la realtà, tipo il clarinetto o il flauto.

Lascia stare la tromba, perchè dalla tromba al trombone il passo è breve.

Con affetto

Nonnopipo.  

Continua a leggere

Pensieri e parole

La moviola in campo

Published

on

By

“GI VUOLE LA MOVIOLA IN GAMBO” gridava la buonanima di Aldo Biscardi al Processo del Lunedì. E io quel Processo me lo ricordo bene, avendo lavorato per un anno in uno studio di Novara che produceva la Supermoviola di Biscardi. Si trattava sostanzialmente, utilizzando la tecnologia informatica, di prendere il fotogramma incriminato, trasformarlo in immagine 3D e dimostrare “scientificamente” con una serie di misurazioni e camere che giravano intorno all’immagine freezata la legittimità o meno della decisione arbitrale.  Esperienza surreale, a tratti divertente, ma che mi ha fatto capire un po’ di cose su quanto la realtà possa essere interpretabile e opinabile a seconda di come la rappresenti. Parliamo del 2003-2004, ed era ancora l’epoca in cui nella definizione del fuorigioco esisteva il concetto di ‘luce’, ossia doveva esserci almeno uno spazio vuoto tra l’estremità del corpo dell’ultimo difensore e quella dell’attaccante. Una regola che è stata annullata qualche anno dopo e che secondo me ha aggravato il degenero di recriminazioni e insinuazioni sugli arbitri, perché ha aumentato esponenzialmente la difficoltà di rilevazione e quindi la possibilità che la terna canni la decisione, entrando in ballo unità di misura non umanamente rilevabili a velocità di gioco normale. Oltre a diminuire la spettacolarità, visto che era molto più semplice prima che, in caso di dubbio, l’arbitro lasciasse correre vista l’elasticità del perimetro spaziale tra attaccante e difensore.

Ora col VAR c’è quanto meno un aspetto di ‘scientificità’ che in teoria non dovrebbe lasciare spazio alle polemiche, almeno quando si tratta di decisioni totalmente oggettive come un fuorigioco o una palla che ha varcato o meno la linea di porta. Resta però una zona d’ombra, come successo ier al 97’ di Tottenham – Sporting, con un fuorigioco ovviamente non percepito dal guardalinee perché impossibile da vedere (sotto il momento dell’ultimo passaggio a Kane che poi segnerà), gol e relativa esultanza delirante di squadra e panchina, e infine l’arbitro richiamato al VAR che annulla.

Ora, qualcuno dovrebbe spiegarmi come è possibile assicurare che non esista discrezionalità in un fotogramma del genere, che potrebbe essere estratto un centesimo di secondo prima o dopo, così come la linea potrebbe essere inclinata di un centesimo di grado in più o in meno, il tutto in una vista in prospettiva che falsa per definizione la realtà. Segnalo sommessamente che questo episodio potrebbe pregiudicare quella che altrimenti sarebbe stata una qualificazione già acquisita dagli uomini di Conte. Resta poi il tema non secondario di come il VAR sia interpretato in maniera differente in Europa e in Italia: da noi viene utilizzato principalmente per rimediare ad episodi che l’arbitro non ha rilevato (l’esempio più classico è quello dello ‘step on foot’), in Europa è usato più in ottica confermativa, ossia nel momento in cui l’arbitro ha visto e valutato un episodio, anche se la decisione è palesemente sbagliata o quanto meno meritevole di essere andata a rivedere, il VAR non interviene. Perché in questo caso la scelta è quella di non ledere discrezionalità e credibilità dell’arbitro. Il che significa che ci troviamo di fronte al paradosso che in Italia il VAR interviene su episodi di cui magari manco chi è stato danneggiato si è accorto, mentre in Europa non interviene a correggere una cagata palese di cui tutti si sono accorti tranne l’asino in giacchetta nera, perché il direttore di gara ha visto e valutato in un certo modo. La fiera del ridicolo.

Io rimango dell’idea che il modo migliore per utilizzare il VAR sia lo stesso del challenge nella pallavolo: ognuna delle due squadre ha un numero definito di possibilità di ricorrervi e lo utilizza quando ritiene opportuno, mentre sul resto decide l’arbitro con la sua piena discrezionalità. Ma non servirebbe comunque a sanare l’antica malattia che affligge gran parte dei tifosi calcistici dello stivale: ossia l’infantilismo del torto che quando viene subìto va gridato, denunciato e messo agli atti come il complotto del sistema, mentre quando ce ne si avvantaggia è sempre la giusta vendetta per anni di soprusi e quindi è accolto con gioia mentre i rivali ‘rosicano’ (verbo che per me dovrebbe essere la prova per chi lo utilizza di pieno diritto ad usufruire della legge 104). Per guarire da questo morbo servirebbero tre o quattro generazioni di bambini cresciuti a pane e concetti come impegno, accettazione del fallimento, presa di responsabilità delle proprie scelte, non deflessione della colpa al soggetto che giudica. Non credo che succederà mai, ma “incrociamo le dite”, come avrebbe detto Biscardi.

Jacopo

Continua a leggere

NSN on Facebook

Facebook Pagelike Widget

Telegram

Ultimi Articoli

Copyright © 2017 Zox News Theme. Theme by MVP Themes, powered by WordPress.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: