Tempi grami Editoriale

Tempi grami per chi come me prova a raccontare emozioni. Per chi ha una visione un po’ diversa da quello squallido modo di ricondurre il gioco del calcio al mero risultato sportivo dove si appiattisce tutto al vincere il campionato, al salvarsi e al retrocedere, e dove si fa passare qualsiasi sfumatura differente come aria fritta. Tempi grami per chi non si nasconde dietro a quella superiorità un po’ snob e un po’ ipocrita di chi banalizza il derby e lo identifica solamente in una partita casalinga e una in trasferta come altre quaranta di un campionato lungo nove mesi, perché questo non è  il calcio, o meglio la vita da stadio, che piace a me.  E’ troppo facile nascondersi dietro al risultato finale quando la strada che ti ci ha portato è stata caratterizzata per un anno da grossa amarezza e noia per uno spettacolo modesto, ed è oltretutto offensivo farlo passare come una manna dal cielo in virtù del fatto che c’è chi sta sempre peggio. Per il  mio modo di vedere la vita, chi fa calcio è chiamato a regalare emozioni,  non solo risultati, altrimenti rimarrà uno dei tanti che verrà ricordato solamente negli almanacchi sportivi e che tornerà buono solo per la statistica, che seppur rappresenta di fatto la storia, rimane comunque un freddo numero privo di calore.

Si parla sempre male della figura del tifoso, in particolar modo di quello Novarese accusato di essersi imborghesito oltre ad ogni lecita misura, ma se togliete alla massa il divertimento di giocare a fare l’ultras almeno per una sola partita all’anno, se gli togliete quell’adrenalina che l’accompagna tutta la settimana, quella “cattiveria” (possibile oggetto di studi da qualcuno bravo, ne sono consapevole) in cui nel percorso in bus tra la stazione e lo stadio rende addirittura stimati avvocati, medici, imprenditori e figure dirigenziali di alto livello dei perfetti ignorantoni rancorosi e incattiviti, ma allora che cosa rimane del calcio, dello stadio e dell’essere tifosi? Se una partita come il derby della nostra gente si sintetizza nelle pippe che avremmo dovuto farci nel momento in cui “si apre un varco per un nostro contropiede  quattro  contro due…..mannaggia,  palla persa”, allora chiudiamo tutta la baracca e dedichiamoci agli sport con la rete in mezzo tanto in voga dalle nostre parti o peggio a quelli con lo sfondo musicale, che tanto è lo stesso. Ed è per questo che mi sono sempre schierato dalla parte opposta di chi non ha mai fatto lo sforzo di comprendere l’importanza di certi appuntamenti nei quali non vi è certo l’obbligo di vincere, ma sicuramente quello di avere un approccio completamente differente da quello avuto ieri.

Gli ultimi quattro derby dicono due sconfitte e due pareggi (nei quali si è andati molto più vicini a perdere che a vincere), giocati tutti con una fottuta paura e dove non si è mai nemmeno per sbaglio dato l’idea di essere superiori. Più  nel dettaglio, in questo campionato non siamo stati nemmeno capaci di segnare un goal (non ci siamo nemmeno andati così vicini a farlo ad essere sinceri) ad una squadra che è altamente probabile retrocederà in serie C e che si è permessa il lusso di dominare in casa nostra e ha dato l’anima in casa sua, nonostante evidenti limiti certificati dalla classifica attuale. Ci siamo presentati a Vercelli con l’attacco probabilmente migliore di tutto l’anno, sia a livello di forma fisica che mentale, dove con “migliore attacco” si è inteso schierare il nostro attaccante di punta ancora non in grado di reggere 95 minuti di gioco a metà Aprile, il primo sostituto (che ha pure giocato nella vita con CR7) non in grado di toccare un pallone in quasi mezz’ora e tutti gli altri in quel limbo che va dal 5+ al 6– , e chicca finale il nostro allenatore, al quale però concedo il beneficio del dubbio di aver capito che più di tanto qui non si sarebbe potuto ottenere, che nella conferenza stampa pre partita ha lasciato l’impressione di vedere di buon occhio il pareggino visto che “a questo punto del campionato pareggiare in casa di chi ti sta dietro vuol dire mantenere inalterate le distanze”. Mi chiedo, ma di che cosa stiamo parlando? Potrete anche farci passare tutti per “maicuntent” imborghesiti, ma rimane il fatto che questa stagione rimarrà fallimentare a prescindere dal risultato finale.

Certo, piuttosto che morire è meglio rimanere al mondo senza una mano, ma Puscas a parte (che sappiamo tutti essere di passaggio) e forse non più di altri due o tre giocatori, ma ditemi in chi vi identificate, cari novaresi. Ditemi chi vi ha reso orgogliosi di essere novaresi, ditemi con chi vi siete sentiti rappresentati, con chi pensereste di costruire un futuro affidandogli la vostra maglia per qualche altro campionato. Ditemi chi mai quest’anno vi ha fatto tornare a casa con la certezza di mettere al sicuro la stagione e ha alimentato quella sana passione che riempie la vita. Fatevele queste domande, e quando vi darete la risposta allora pensate a tutti quelli che in questi giorni vi hanno raccontato che il derby è una cazzata da sfigati, che bisogna essere lucidi e ragionare sempre e solo sul traguardo finale e non sull’intermedio e fate una bella cosa: dategli una bicicletta e ditegli di andare a pedalare. O in alternativa, mandateli a dar via il culo.

Claudio Vannucci


Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

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