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Martedì vinciamo noi.

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Avete presente la perfetta catena di montaggio di una qualsiasi officina meccanica di una delle tante aziende industriali che per esempio producono biscotti? Gli operai che ci lavorano partono dai singoli materiali, li appoggiano su un rullo, li fanno entrare nelle singole parti delle macchine che li puliscono, li tagliano, li assemblano, li mettono in cottura e alla fine li impacchettano pronti per finire in un altro reparto della filiera distributiva fino ad arrivare nelle nostre case. Ogni passaggio è preciso, perfetto nei suoi ritmi di lavoro e nei rispetti dei tempi in modo che non ci sia mai nessun intoppo e si possano ogni giorno produrre un buon numero di confezioni finite. Ecco, i campionati di merda sono tutti sempre incredibilmente simili ad una perfetta catena di montaggio aziendale: arrivano i giocatori, si allenano col nuovo allenatore, si spendono belle parole, si creano aspettative ed entusiasmo, inizia il campionato solitamente male, non ci si scoraggia, la classifica non è buona, iniziano gli infortuni, ci si mettono gli arbitri, la piazza contesta, si prova a rialzarsi tutti insieme ma sul medio periodo i risultati continuano a non arrivare, ci si demoralizza, si cambia l’allenatore, quello nuovo crea entusiasmo, si vince la prima partita ma nel medio periodo i problemi ritornano. Se ci fate caso lo schema è sempre lo stesso, quasi mai c’è una deviazione ad un tema che nel caso di una catena di distribuzione industriale porta sempre al lieto fine dell’impacchettamento, ma nel caso di un campionato di calcio non è così scontato succeda.

Seppur con oggettive differenze rispetto alle prestazioni viste all’epoca di Corini, è evidente di come il trend di Di Carlo abbia preso una pericolosa tendenza al ribasso: vittoria, pareggio, sconfitta che, classifica alla mano, ci ha ancora mantenuto nella zona retrocessione peraltro avvicinandola drammaticamente, e il fatto si sia giocato contro tre squadre che, a prescindere dalla loro posizione in classifica, non sono state assolutamente espressione di un calcio spumeggiante e di valori tecnici dei loro giocatori clamorosamente superiori ai nostri, rende la situazione generale ancor più complessa e pericolosa. Ma questa classifica, vista dal punto di vista di una piazza incattivita che non è intenzionata a perdonare la minima cosa e a concedere più sconti a nessuno e che ieri non ha avuto dubbi nell’attribuire ai cambi dell’allenatore la sconfitta in Irpinia, bisognerà velocemente accettarla, visto che le posizioni di fine Febbraio molto spesso sono coerenti con quelle che leggeremo a metà Maggio, e ciò indica una sola cosa: ogni partita sarà una battaglia sportiva che andrà affrontata con un livello di cattiveria agonistica molto alta. Se nessuno ci regalerà nulla e tutto dovremo guadagnarcelo, sarebbe già un buon passo avanti non commettere certi errori da principianti tipo parlare di playoff in conferenza stampa (sarebbe anche opportuno che chi pone ai giocatori le sue domande quantomeno non le faccia con la malizia di chi vuole portare i calciatori, che premi nobel di intelligenza non lo sono per definizione, a dire cose che magari non pensano, ma questa riflessione la scrivo solo tra parentesi perché come sempre finisce che faccio incazzare qualcuno e davvero non voglio farlo), o commettere in partita errori banali in fase difensiva come successo ieri ad Avellino.

Le mie competenze calcistiche sono troppo scarse per poter capire se davvero le sostituzioni effettuate da Di Carlo ieri sono state la causa della sconfitta, per cui come sempre mi baserò sulle sensazioni avute vedendo la partita. Ho visto un Novara che, pur coi suoi noti limiti, ha provato a fare la partita e a vincerla, esattamente come ha fatto nelle precedenti due gare nelle quali, tolta la prima che si è messa meglio, i cambi effettuati sono stati simili: Di Carlo mi ha sempre dato l’impressione ad un certo punto di volerla provare vincere inserendo attaccanti nel finale, atteggiamento che difficilmente si vedeva prima quando ci si accontentava di non perdere o di non prendere goleada tipo a Parma. Se è vero che il goal del 2-1 è nato da un errore di mancata marcatura a Gavazzi fatta da chi ha preso il posto di Dickmann (per cui non vi è una riprova che senza questa sostituzione il goal non lo avremmo preso, semmai solo una sensazione) forse concettualmente me la prenderei più con chi ha colpevolmente lasciato solo il giocatore avellinese che con chi ha fatto il cambio, visto che mi aspetterei da un giocatore di serie B che non commetta simili leggerezze. Ma sono dettagli che non aggiungono nulla e non portano da nessuna parte quando invece noi ora abbiamo bisogno di positività e di costruire e non di distruggere con le nostre considerazioni e bocciature. Il fatto è che quando giochi 3 partite in 7 giorni sei obbligato a far rifiatare i tuoi giocatori, a fare turnover e far giocare un po’ tutti e questo è proprio il nostro vero limite visto che non possiamo permetterci di farlo causa inadeguatezza della rosa. Tolti i soliti noti, con gli altri in campo è un terno al lotto. Mi auguro quindi che Di Carlo ora abbia provato sulla sue pelle cosa voglia dire affidarsi a taluni elementi e che abbia capito su chi possa realmente contare in certe situazioni.

Nella passeggiata in centro col Mister è stato possibile fare una lunga chiacchierata in cui è emerso tutto il suo carattere forte e la voglia di vincere. Nessuna difesa a prescindere da parte mia nei suoi confronti ma solo una considerazione: abbiamo un allenatore che in poco più di un decennio di attività ha perso addirittura un preliminare di Champions causa una papera del portiere al 96′, ha allenato 7 anni in A ed è passato quasi sempre indenne in piazze sicuramente più problematiche della nostra (Livorno, Cesena, Spezia tanto per citarne 3). Se è vero che oggettivamente nemmeno Corini sul one to one a pelle mostrava di essere inadeguato, è altresì vero che Di Carlo si porta con se una dote di carisma e di esperienza che sarebbe un peccato mortificare con uno scetticismo frutto solamente della nostra delusione accumulata in questi mesi. Il “peccato originale” (cit. Ciumi) è stato fatto nella scorsa estate con una rosa discutibile e per questo Di Carlo non ha colpa. Sbaglierà come tutti, ma a questo punto della stagione vale la pena sostenere lui e la squadra. Al netto di quella forma di paraculismo che è normale trovare in certi allenatori navigati, ci ha detto con convinzione che lo scorso anno il suo Spezia, se avesse avuto l’attacco di questo Novara, sarebbe andato sicuramente in A. Probabilmente tra questa forzatura piaciona e il “finché sarà nel Novara sarà il mio Van Basten” di Sergio Borgo usata con gente che si faceva fatica a classificare come calciatori, esiste una via di mezzo che è fatta della nostra realtà, con giocatori che effettivamente sulla carta spesso sono superiori agli avversari e che, con un gioco un pelo più organizzato e spregiudicato, speriamo ci regalino una salvezza che sarebbe davvero atroce non portare a casa. Fortunatamente si gioca subito e in questi casi è meglio così. Martedì sera lo stadio sarà probabilmente un po’ più pieno del solito causa massiccia presenza ospite, ma questo spero sia ugualmente da stimolo per i ragazzi che vestiranno la nostra maglia. Tanta gente da mezzo nord Italia verrà a Novara per assistere ad una festa che, peccato per loro, sarà la nostra. Tutti al Piola.

Claudio Vannucci

 

 

Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

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Gli amici sono diventati nemici, i nemici sono diventati amici

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C’è sicuramente qualcosa di perverso nella mia testa, ma oserei dire in quella di tanti altri tifosi, nel trovare folle e criticabile un’azione come quella fatta ieri da Ferranti soprattutto se, nella sostanza, era stata richiesta da tutti. Magari in forma soft o indiretta, ma continuare per settimane a sostenere (a ragione) quanto il semestre di Zebi fosse stato uno dei più fallimentari della storia novarese recente, e aggravarlo da un continuo malcontento sull’operato di Semioli, non dovrebbe poi sfociare in una bocciatura sul Pres con accusa di essere Zampariniano, ovviamente nella sua accezione negativa. Alla fine ha fatto ciò che tutti noi, in qualche modo, abbiamo pensato fosse la soluzione migliore, soprattutto in relazione al ritorno di Marchionni. Trovo sinceramente più coerente chi, per convinzione o per copione, attribuisce tutte le colpe a Ferranti. Si può non essere d’accordo ma che gli vuoi ribattere? Molto più interessante quindi sarebbe capire tutti gli altri di che cosa si lamentano.

Diciamo che, a voler eccedere nel buonismo, l’aver silurato il DS in pieno mercato ma avendo già un sostituto pronto è un segnale che il Pres, piano piano forse pure troppo piano, sta imparando a capire come funziona. Lo scorso anno fece ben peggio stando mesi senza un DS. Semmai, la vera critica, forse preventiva, che faccio al Pres è quella di non credere molto alla narrazione che, immagino, verrà fatta circa il mettere le basi per la nuova stagione. Per mettere le basi occorrerebbero due fattori: che Marchionni, comunque vada, sia già investito del ruolo di allenatore nel prossimo campionato e che al DS succeda lo stesso. Ma siccome, ad oggi e fino a prova contraria, ho fondati motivi di credere che così non sarà, mi pare evidente che si è solamente deciso di alzare bandiera bianca su questa stagione. Ma in fin dei conti mettere le basi oggi per il futuro è cosa assai complicata sapendo che hai almeno un 85% di rosa che dovrai epurare. Su che basi ragioniamo oggi? Su Tavernelli? Sui vari 35enni? Sull’acquisizione definitiva di Galuppini? Su Carillo? Su Pissardo? Quindi in assenza di elementi che faranno pensare ad una nuova epoca Marchionni/DS oggi leggo solo il tutto come frustrazione e ammissione di aver sbagliato tutto.

Uno dei film a mio avviso più belli della storia è Mediterraneo di Salvatores. C’è una scena sul finale in cui un soldato trova i protagonisti che, da anni dispersi su un’isola greca, ignoravano i ribaltoni geopolitici successi all’Italia. “Gli amici sono diventati nemici, i nemici sono diventati amici” spiega loro il soldato. Ecco, mi pare la metafora migliore. Da adesso scopriremo che non abbiamo capito una mazza e Ciancio e Benalouane torneranno ad essere i Piquet del caso prima e dopo la Twingo, e che Sacchi aveva ragione nel dire che il trequartista non serve ad un cazzo. Magari le cose andranno meglio magari peggio, chissà. In ogni caso, speriamo di arrivare presto ad Aprile e metterci in coda per un nuovo giro di giostra. Sicuramente da protagonisti. O almeno fino all’inizio del campionato.

Claudio Vannucci

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Nuovi testicoli cercasi disperatamente

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FeralpiSalò Novara 4-0 e Novara Mantova 5-0 rappresentano in maniera equivocabile le due facce di questo Novara e di come, copyright mio e di Paolo Molina, il calcio sia un meraviglioso sport di merda. I primi 25 minuti di Salò prestazione maiuscola della squadra prima del naufragio collettivo, ieri due grosse opportunità del Mantova prima del loro naufragio collettivo. Al netto di qualche scelta il gruppo è sostanzialmente lo stesso delle due partite citate, così come era lo stesso nel match contro il Trento la cui vittoria è sfumata solo al 94′ o a Meda dove si è giocato malino ma perso per un goal tutto sommato casuale. Questo per dire, al di là di qualsiasi legittima e veritiera considerazione sulla pochezza di gioco, sugli errori fatti da inizio anno, sulle aspettative, sul modulo e sul fatto che un giocatore possa starci antipatico e uno simpatico, il gruppo attuale è in grado di vincere o perdere la maggior parte delle partite contro un avversario “medio” di questo girone perché i due principali “dettagli” che entrano in gioco, ovvero la casualità (un palo, piuttosto che un rigore o un goal divorato) e lo spirito, indirizzano ogni partita. Se sul primo dettaglio c’è poco da fare, anche se la vera forza di un gruppo è anche quella di saper sfruttare gli episodi a favore o addirittura indirizzarli, dove si è oggettivamente sbagliato tutto è stato sulla costruzione di una rosa psicologicamente debole. In settimana mi ha incuriosito un messaggio sul muro dell’amico Sela, peraltro subito oggetto di critiche, in cui evidenziava grosse analogie con gli anni della retrocessione. Mi rendo conto che spesso scrivo cose che ai più possono volare alte e invisibili rispetto ai propri occhi, ma personalmente mi trovo assolutamente d’accordo con lui avendo toccato con mano certe situazioni passate e attuali: un gruppo che, al di là degli abbracci dopo i goal, è chiaramente frammentato in fazioni differenti, e un gruppo in cui presi singolarmente ti vengono a dire “si lo so gioco male ma sentire una critica non mi fa bene perché perdo completamente la mia tranquillità ed equilibrio e vado giù di morale”. Sono tutte situazioni ampiamente viste e riviste negli anni delle retrocessioni, che mostrano una carenza di base di carattere. Non sto dicendo che rischiamo la retrocessione, anche se eviterei di perdere contatto dalla quota playoff, ma sono assolutamente convinto che questo gruppo non ha nelle sue corde quelle caratteristiche vincenti che fanno far bene a prescindere da come vengono schierati in campo. Se Ferranti pensa di poter concretamente raggiungere il terzo quarto posto e giocarsela ai playoff con questo gruppo a mio avviso pecca di eccesso di visioni mariane. Il fallimento quindi, ho maturato questa convinzione, non è tanto o comunque non è stato solo avere un Galuppini del caso che ha reso sotto le aspettative, ma aver creato una combinazione di elementi con evidenti lacune caratteriali prima che tecniche. E, aggiungo, di non essere stati capaci, dal punto di vista societario e tecnico, di gestire questo problema.

Questo è il motivo per cui un passaggio sul mercato è a mio avviso obbligato, a prescindere dalle ambizioni e aspettative personali, perché o adesso scopriamo che babbo Natale ci ha portato la grinta e iniziamo a fare risultati positivi di seguito, oppure siamo in balia del caso, del singolo episodio che può indirizzare un match e soprattutto la testa di una rosa. Ieri è andata bene, sabato può andare male e riprecipitare nell’isterismo e nell’angoscia di sempre. Non può funzionare così, bisogna interrompere questo circolo vizioso e il solo modo di farlo è inserire anche scarponi ma che non si caghino addosso ad ogni fischio. Permettetemi di essere volutamente estremo: ho organizzato anni fa una festa di un club il cui ospite era Seferovic. In quella sera vi garantisco che non ha staccato la testa da quel cazzo di iPhone che aveva. Non gliene fregava nulla se eri lì a lodarlo o ad insultarlo, per lui contava solo il campo. Ecco, ho volutamente esagerato citando un campione, ma il senso è proprio questo: se riempi la rosa di gente che ti questiona al primo mugugno perché poi “va giù di morale”, tu puoi solo accettare di convivere con una stagione di merda. Chiaro che, a questo punto, uno schieramento più congeniale alle caratteristiche della rosa attuale (magari più coperto a centrocampo) sarebbe preferibile ad un integralismo filosofico che non porta da nessuna parte. Ma mi pare, potrei sbagliarmi, che ieri Semioli qualcosa in tal senso lo abbia rivisto.

Certo vincere fa sempre bene, e qualsiasi considerazione amara attuale non può ne deve toglierci la soddisfazione e la goduria per una manita che non è facile vedere. Per come la vedo io questa vittoria non cambia di un millimetro la situazione, però non prendiamoci in giro: è stato davvero bello. Ma ora serve mercato, e non quello per ora visto fatto di scambi improbabili volti ad eliminare “mele marce”. Se si vuole guardare in alto servono soldi, se si vuole solo migliorare servono nuovi testicoli. In ogni caso serve un DS che faccia il tutto e che, soprattutto, goda ancora della stima illimitata della proprietà, a prescindere da un 4-0 subito o 5-0 inflitto. Perché altrimenti è solo umore da ciclo mestruale e non fare calcio.

Claudio Vannucci

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Noi e loro

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È molto difficile trovare una quadra nella testa dei tifosi, soprattutto quando si deve convivere con ripetuti alti e bassi tra vittorie e sconfitte, ma anche, e noi ne siamo un esempio, tra stagioni fallimentari seguite da altre esaltanti e ricche di vittorie. In fin dei conti il nostro ultimo decennio è stato proprio questo, caratterizzato da veloci ascese e altrettante discese, da stagioni di playoff a quelle di playout, da retrocessioni seguite da promozioni col risultato di percepire come “insulsa” (in parte pure dal sottoscritto) quella stagione in cui con Boscaglia in B ci siamo permessi di salvarci comodamente senza mai rischiare di retrocedere o di lottare per la promozione. Non cambieremo mai.

Ma in tutto questo c’è un’altra componente, anch’essa costante spesso irritante e destabilizzante per la tenuta psicofisica di noi tifosi, ovvero l’atteggiamento del gruppo squadra o, più nello specifico, dei calciatori che molte volte eccedono in quei comportamenti borderline tra la permalosità e l’orgoglio che, tendenzialmente, peggiorano la situazione. Il riferimento specifico è proprio il post gara contro l’Arzignano, dove a fronte finalmente di una vittoria contro non propriamente una corazzata, l’occhio attento alla ricerca di qualche segnale non poteva che notare quasi quel piglio di rivalsa dei giocatori ai giornalisti e pubblico, come a volerci sfidare con gli sguardi per urlarci “e adesso non avete da dirci un cazzo?”. Piglio ovviamente durato il tempo di una sola partita. Ecco, nemmeno loro cambieranno mai.

È su questo rapporto molto complesso tra “noi e loro” che, a prescindere dall’epilogo della stagione, si costruiscono annate buone o di merda, la cui linea di demarcazione spesso è molto più sottile degli estremi cui noi siamo abituati. Ed è purtroppo proprio questa la stagione classica dove si rischia di buttarla in vacca aumentando il divario tra noi e loro. Ne ho vissute tante, e proprio perché in tante di queste ho contribuito, tra scritti e azioni, ad aumentare quel gap, so perfettamente come questo momento sia il più delicato. Ieri, guardando la partita, volevo uccidere in ordine: il gatto, la moglie, la vicina di casa, gente a caso in strada, Galuppini (ieri tra i migliori ma non importa), Masini (perché quel goal si segna senza se e senza ma) e tutte la classe politica (che non ha colpe ma non importa). Però alla fine la penso come Jacopo quando rileva che abbiamo fatto i migliori trenta minuti della stagione. Si, lo so, ci sono i restanti 60 minuti. Però se ci concentriamo su quelli finisce davvero alla caccia di noi a loro. Partiamo quindi da quei primi 30 minuti (e dalla scorsa partita) e proviamo a verificarci nelle prossime due partite prima dello stop natalizio e di un mercato che qualcosa cambierà. Volevamo un’inversione di tendenza che in parte oggettivamente si è vista, e forse la strada è quella giusta.

Nella mia testa è ben chiaro chi ha sbagliato cosa, a tutti i livelli. Lo è chiaro a tutti, credo. Mi permetto però di suggerire un’ulteriore apertura di credito verso la squadra, ma lo stesso chiedo a loro nell’essere più aperti alla critica e allo spirito di sacrificio. In caso di vittoria col Trento dovranno essere i primi a capire di non aver fatto nulla di eclatante. Il momento è delicato, e forse ora stiamo ottenendo meno di quello che potenzialmente potremmo ottenere. Salò deve essere il punto di rimbalzo e non il proseguimento di una caduta.

Claudio Vannucci

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