Riprenditi la città. Editoriale

Scrivo questo editoriale senza avere ancora la certezza dell’esonero di Eugenio Corini e men che meno di quali scelte potranno essere prese dalla Società che, in questo momento, nessuno può ancora escludere possano essere clamorose e drastiche (defenestramento pure del DS) o rasentare il nulla (la famosa ennesima ultima possibilità), ma comunque mi prenderò la libertà di dare per scontato il cambio di guida tecnica in virtù del fatto che, per quanto visto e letto ieri, Eugenio Corini non fa più parte del Novara calcio. Sfiduciato anche dagli ultimi baluardi di difesa ormai ridotti ai minimi termini e forse sfiduciato pure dalla sua coscienza, la brutta sconfitta contro l’Ascoli ha oggettivamente messo il punto a questa storia. Solamente ipotizzare che la Società gli riconfermi la fiducia è cosa praticamente impossibile oltre che inquietante per il fatto che una scelta del genere aprirebbe la porta a scenari surreali e drammatici che pure qualcuno in malafede e pronto ad operare per il male del Novara non riuscirebbe a fare.

Parlando quindi di lui al passato, penso che ricorderò di questa figura la grande delusione a livello umano che mi ha dato. Sì, avete letto bene: a livello umano. In un contesto di elogi e riconoscimenti pressoché unanime al suo sapersi ben porre e alle sue doti umane oggettivamente importanti e ad una bocciatura senza appello a quelle tecniche, non dimenticherò mai la chiacchierata estiva con i colleghi di Novara Siamo Noi, dalla quale è nata un’iniziale apertura di credito nei suoi confronti. In quella chiacchierata Corini era davvero riuscito ad alimentarmi quel famoso margine di sogno tanto sbandierato, ma non tanto dal punto di vista tecnico e dei possibili risultati della squadra, ma per la figura di leader che era riuscito a trasmettere. In quella lunga chiacchierata, seguita poi da altre a Novarello negli incontri del Lunedì sera del Coordinamento, era maturata in me la sensazione di avere finalmente seduto sulla panchina non solo un buon allenatore, ma soprattutto una persona con le palle, non disposta a compromessi, con una grandissima voglia di calcio e di trasmettere passione. Un allenatore che alla domanda sul fatto lo potesse spaventare l’avventura in  una piazza non particolarmente calda, che non ambisse dichiaratamente a campionati di vertice, con una proprietà che aveva più volte dimostrato a parole e fatti di non tutelare mai le bandiere e di considerare i propri tesserati come professionisti usa e getta da una o due stagioni massimo e per giunta pagandoli al ribasso, rispose con orgoglio “non mi sono fatto problemi ad andarmene via da Palermo dove ero considerato un Re, per giunta rinunciando a tantissimi soldi e a una panchina sicura per il prossimo campionato, figuriamoci se mi farei problemi ad andarmene via da qui. Mi è stata promessa una squadra importante e un certo modo di fare calcio, e se capissi che questo non fosse possibile o cambiassero le condizioni iniziali me ne andrei immediatamente.” Non penso avrò mai più l’occasione di sedermi al tavolo con lui, ma se dovesse succedere ancora la prima domanda che gli farei sarebbe “Eugenio, mi hai preso per il culo dicendomi quello che mi hai detto oppure consideri davvero quella che hai avuto una squadra importante e quello che si fa a Novara un certo modo di fare calcio?” Perché prima di ragionare su schemi, moduli, sostituzioni e capacità di motivare la squadra, bisognerebbe fugare ogni dubbio sulla persona, sulla quale si è basato tutto l’entusiasmo iniziale della piazza. Se nemmeno dopo la sconfitta di ieri Corini ha preso in considerazione di andarsene, allora ai miei occhi non può che passare inevitabilmente come il primo complice di questa situazione. Quello che ha avallato due sessioni di mercato totalmente fallimentari, quello che ha accettato di lavorare con una proprietà che peraltro lo ha sfiduciato già prima di Natale e che è sempre meno presente, quello che ritiene “un certo modo di fare calcio” una gestione volta solo alla tutela dei bilanci in cui l’argomentazione del mantenimento della categoria viene puntualmente usata per far passare per imbecille e irriconoscente quella parte di città che “non si merita un cazzo” (cit.). Non ci sono mezze misure: se ha fatto solo marketing di se stesso provando a correggere alcuni errori di chi in passato era al suo posto e vendendosi come una persona diversa da quella che è, o se è stato l’ennesimo yes man aggrappato alla sola panchina che, a questo punto, immagino è riuscito ad ottenere in estate, allora ai miei occhi rimarrà per sempre un perdente ben prima di metterla sull’aspetto tecnico, sul quale lascio agli altri 56 milioni di miei connazionali il divertimento di massacrarlo.

Un esonero di un allenatore è comunque una sconfitta per tutti. Se la Società ritiene di aver allestito una squadra competitiva allora ha sbagliato la scelta della persona, se ritiene invece di dover cambiare guida tecnica perché impossibilitata a cambiare tutti i giocatori è maggiormente colpevole di averli ingaggiati e di non aver concretamente modificato la rosa nel mercato appena concluso. Se la proprietà inoltre non ha più fiducia dei suoi collaboratori è ulteriormente colpevole di non licenziarli, oltretutto dando l’idea di debolezza e indifferenza nei confronti della situazione. Se è vero che l’evento estremo dell’esonero almeno certifica che qualcuno ai posti di comando ha preso atto della situazione e ha messo in discussione qualche sua convinzione, situazione che si è dimostrata non essere così scontata a Novara, è altresì vero che il solo aspetto sul quale si può lavorare in questo momento è quello di lavorare sulla testa dei giocatori che devono almeno tornare a fare quello che teoricamente sono in grado di fare. Presi uno a uno i singoli giocatori e spogliati poi delle solite frasi di circostanza che peraltro menano pure una sfiga incredibile tipo i vari “non retrocederemo”, il commento unanime che riescono a fare è “non riusciamo in campo a fare quello che vorremmo, quello di cui saremmo capaci”. Siccome questi giocatori che non riescono a fare quello che vorrebbero fare in un modo o nell’altro occorre che si sbrighino a fare il minimo sindacale dell’ottenimento della salvezza, il solo modo che ritengo efficace è quello di dare loro una guida tecnica che abbia l’autorità e il curriculum per poter raddrizzare la testa e la schiena di troppi imbambolati con gli occhi pallati e la faccia pallida che non si accorgono che stanno naufragando. Non è più momento del giovane strafottente con l’idea del bel calcio che solitamente fa venire un’erezione a MDS, serve uno che nella vita ha vinto e gestito situazioni complesse in piazze complesse, che abbia l’autorità e titoli per pigliare uno Sciaudone di turno e gli dica “ho attaccato al muro gente alla quale forse tu avresti potuto portare le borse, a te ti sbatto a pulire il culo al cigno di Novarello, e ritieniti già fortunato”. Se questo allenatore costa più delle tre lire in croce del giovane che magari nella vita ha centrato un playoff di Lega pro e da calciatore ha fatto qualche goal, gliele si diano. Se si deve retrocedere lo si faccia almeno con la dignità e la serietà di chi dimostra di aver capito gli errori e di provare a correggerli. Altrimenti è meglio che cambi lavoro.

Voglio comunque spendere le mie ultime risorse di ottimismo pensando che ora arrivi qualcuno che riesca in qualche modo a chiudere il cerchio, a fare quadrato e a tirare fuori quel qualcosa di più che Corini non è riuscito a fare. Non voglio pensare che questa Società sia così autolesionista da prendere ora una figura non carismatica e inesperta. Non ci voglio credere. Ci aspettano 4 mesi parecchio difficili, dal quale dobbiamo uscirne tutti insieme, per il bene del Novara e della nostra maglia. Massimo De Salvo esci allo scoperto, hai ora la possibilità di iniziare a riprenderti in mano una città che ti ha adottato e amato come pochi. Non ci deludere ora.

Claudio Vannucci


Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

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