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I sensation seeker

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La dizione inglese sensation seeker (alla lettera: cercatore di sensazioni) si riferisce a un tipo di personalità in costante ricerca di sensazioni nuove e intense, unita alla disponibilità a correre rischi per ottenerle. Questi individui non cercano il rischio di per sé, esso è però una conseguenza del fatto che le sensazioni più forti possono essere sperimentate, spesso, solo in situazioni estreme. L’assunzione di droghe, dormire con estranei, saltare con il paracadute, corse con veicoli a motore, alpinismo e ogni altro sport estremo sono comportamenti che forniscono le sensazioni cui il seeker tanto anela, ma al prezzo di mettere in rischio la sua incolumità e quella delle persone che gli stanno attorno.

…a questo elenco non vi sono dubbi che “assistere ad una partita del Novara calcio” possa essere inserito di diritto negli esempi di esperienze estreme in grado di mettere a rischio la propria incolumità e quella delle persone che gli stanno attorno, proprio per la quantità di emozioni contrastanti che ti invadono in quei 95 minuti circa di partita. Provare a capire, a studiare o a prevedere qualsiasi cosa che riguardi i bianco azzurri è cosa che metterebbe in seria difficoltà pure Freud, che quando non sapeva cosa dire la buttava sulla sessualità o sulla mancanza o eccesso di sesso (ma conoscendo la platea di tifosi starei più coi piedi per terra e parlerei di mancanze), visto che questo Novara non ti permette di aggrapparti a nulla di logico se non a ciò che i freddi numeri dopo tre mesi di campionato ci dicono: in casa perde sempre o quasi, in trasferta vince sempre o comunque fa punti. Più la squadra avversaria è forte (o percepita tale) e più il Novara può fare male, e più la squadra avversaria è imbarazzante e più il Novara fa figure oscene. In mezzo a questi due estremi c’è un mondo fatto di smadonnamenti, incazzature, depressioni, accuse varie ed abbracci per goal che uccidono le corde vocali di chi per questa maglia è disposto davvero, da buon sensation seeker, a mettere a rischio la sua incolumità e quella delle persone che gli stanno attorno.

Quello che molti non capiscono, o che probabilmente non vogliono capire, è che i percorsi mentali che portano a scrivere certi editoriali forti sono molto più semplici di quello che si possano pensare e non possono per loro natura essere caratterizzati da una forma politicamente corretta di base che non ferisce mai i destinatari della critica; se così non si facesse non si aggiungerebbe mai nulla di nuovo ad un panorama abbastanza scontato e abitudinario di punti di vista che, pur nella loro correttezza di forma, di tesi esposte e di legittimità di linea di esposizione, sono di fatto tutti solamente un grande copia e incolla. Tutte le nostre critiche, le nostre accuse, le nostre paure sono basate su una sola grandissima verità incontestabile: il tabellone luminoso alla fine della partita. Se questo tabellone dice che abbiamo perso 6 partite su 8 in casa di cui un derby dove quasi non superi la metà campo, deve essere chiaro che qui sopra non si leggerà mai un trattato di filosofia sulla gestione a medio lungo termine di una Società di calcio condita da parole quali “visione d’insieme”, “discorso più ampio”, “analisi a lungo termine” che tanto piacciono al nostro Direttore sportivo e non solo, perché chi scrive qui sopra non è avvezzo a farsi prendere per il culo con questi discorsi che non servono a nulla, e nemmeno è troppo incline a farsi accusare di andare dove tira il vento, come se chi lo pensa invece si vestisse allo stesso modo sia in estate che in inverno. L’essere prima di tutto tifosi passionali, fedeli e innamorati di questa maglia ci ha imposto di alzare i toni; è stato quasi un obbligo morale farlo nella speranza di aver dato voce a una paura molto diffusa tra la tifoseria per quello che, prima di Venezia, si è visto in campo nel mese di Novembre.

Non occorre essere fini intenditori di calcio per capire che con una punta vera di ruolo il gioco complessivo del Novara non sarebbe potuto che migliorare, e infatti così è stato. Non tanto per la pericolosità della punta stessa, ma per i benefici che un riferimento là in avanti avrebbe inevitabilmente portato a tutti gli altri giocatori, Da Cruz in primis che si è trovato molti più spazi liberi facendoci ricordare ieri, per le corse imprendibili palla al piede, per il goal fatto e per quelli sbagliati nel finale solo davanti al portiere, il Pablo dei bei tempi. Dalla partita di ieri si chiedevano non solo punti ma una reazione dal punto di vista del gioco e della grinta e non possiamo quindi che gioire per tutto questo che finalmente è arrivato. Soffrire è normale, anche perché nel giuoco del calcio hanno inventato pure gli avversari che, guarda a caso, pure loro vogliono vincere, ma essere stati capaci di soffrire senza perdere la testa è qualcosa che merita di essere celebrata. Ora ci troviamo davanti nuovamente all’ennesimo esame di maturità, ovvero una partita casalinga contro una delle tante squadre candidate alla promozione. Perdere la settima partita casalinga vorrebbe dire buttare nel cesso nuovamente tutto quel castello di convinzioni e serenità che ci siamo costruiti mattone dopo mattone in laguna, ed è inutile ed ovvio ribadire che questo non deve accadere.

C’è tanto ancora da fare e c’è ancora molto da dimostrare, ma 21 punti fatti e 15 ancora disponibili a 5 partite dalla fine del girone di andata devono essere uno stimolo e un punto di partenza per crescere. Non è così utopistico in questo strano campionato pensare un po’ più in grande del solito minimo sindacale, ma questo l’abbiamo già detto tante volte. Sarebbe però ora di iniziare a farlo davvero. Quale è il prezzo da pagare? Qualunque esso sia ne vale la pena. C’è davvero voglia di sfacciataggine, di arroganza, di supponenza. C’è voglia di un Novara che vada a rovinare le feste e le bollette alla Snai. E questo Novara, nonostante tutto, può farlo. E allora facciamolo.

Claudio Vannucci

Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

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La gatta frettolosa fa i gattini ciechi.

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E’ davvero difficile farsi un’opinione argomentata e costruttiva senza vedere bene le partite. Ieri sono riuscito a seguire solo il secondo tempo grazie ad un utente che, da Sestri, ha trasmesso live via Facebook la partita (Roberto Fabbrica dei Fedelissimi), con tutti gli ovvi limiti di chi, e va ringraziato, nel suo piccolo in forma amatoriale ha cercato di ovviare ad un evidente vuoto informativo che accompagna questa categoria soprattutto nelle trasferte. E in quel secondo tempo, in perfetta sincronia con Danny Faranna di Radio Azzurra (lo massacro in quanto amico quotidianamente, ma va detto che è parecchio migliorato a fare le radio/telecronache) si è in balia della percezione emotiva del momento del radiocronista. Alcune occasioni capita che vengano esaltate in maniera eccessiva ed altre sottostimate nel potenziale effetto che hanno, ma è comprensibile. Di conseguenza si è un po’ tutti in balia del commento a caldo dell’amico in trasferta, di quei 2 minuti di pareri del giornalista di turno, e del micidiale tam tam di commenti post gara dei tifosi. Tendenzialmente, in questa situazione, il rischio è di percepire un sicuro problema come un dramma esistenziale. E’ probabilmente un po’ come al gioco del telefono senza fili, che il primo dice al secondo “abbiamo giocato partite migliori, pareggio giusto”, il secondo lo sussurra all’orecchio del terzo e via dicendo, col risultato che il concetto che arriva al ventesimo in fila è “facciamo cagare, siamo una squadra di merda”. Un parametro di riferimento oggettivo è certamente lo sfogo di Marchionni post partita. Al di là dell’essersi preso di facciata le colpe, se un allenatore arriva a dichiarare “Non siamo esistiti, sbagliamo tutto” ecc ecc, significa che, se tanto mi da tanto, negli spogliatoi ha appeso qualcuno. Il che farebbe paio con una sfuriata giovedì in allenamento, e con qualche “mano nei capelli” che il Ds Di Bari è stato visto portarsi ieri in tribuna più volte. L’invito che, in maniera costruttiva, faccio al Novara è proprio quello di aumentare il livello di comunicazione soprattutto in trasferta. Se esistono impedimenti legali tali per cui non è possibile trasmettere autonomamente le partite giocate fuori dal Piola, è a mio avviso importante ovviare a questo, anche con qualche modalità fai da te, fornendo immagini e brevi video durante gli incontri. Altrimenti saremo sempre in balia degli sfoghi distruttivi dei singoli in rete, che bene non fanno.

Per come la vedo io oggi principalmente esistono due grossi problemi. Il primo, e la maggior parte delle partite in casa lo hanno testimoniato, diamo ampiamente l’impressione di essere i più forti, ma solo per pochi tratti in una partita concretamente dimostriamo effettivamente di esserlo. C’è una componente di paura di sbagliare, c’è una componente di ansia, c’è un tema di un centrocampo con carenza di cm (eccezion fatta per Bortoletti), c’è il fatto di non riuscire mai a schierare la stessa difesa, e poi, che è probabilmente il tema più scottante, la consapevolezza di dover vincere. Che ci porta direttamente al secondo punto: la percezione, anzi la pretesa, che mediamente la piazza ha di dover e poter sempre battere chiunque, e di farlo nella maniera più eclatante possibile. Mi trovo costretto a ribadire un concetto già espresso, ovvero delle enormi analogie con l’annata di Mimmo Toscano. Sapevamo di essere i più forti, c’erano uno-due concorrenti più temibili, tuttavia noi eravamo quelli da battere. Il che ha creato grossi problemi nei primi due mesi di campionato oltre ad una serie infinita di mugugni ad ogni singolo pareggio. Perché noi eravamo i più forti, e se non si usciva dallo stadio coi tre punti era una tragedia. Questa considerazione e similitudine non deve però essere letta come una negazione di un problema. Già a Ligorna e nel derby con Rg Ticino sono emerse alcune evidenti problematiche, insabbiate per lo più grazie ai colpi dei singoli che del collettivo. Il dato inequivocabile, peraltro accennato da Marchionni anche nella conferenza pre gara, è che, a prescindere dal risultato finale, nessuna squadra ci ha mai dominato ma tutte, in qualche modo, ci hanno messo parecchio in difficoltà. Quindi, dato per assodato che non basta chiamarsi Novara, aver speso molto e ribadire ogni settimana che il nostro obiettivo è quello di vincere, per pretendere che, a Ottobre, qualcuno si scansi. Potrebbe bastare a Marzo, ma non oggi.

A costo di sembrare stucchevole e menagramo rimango fortemente convinto che sarà un’annata di soddisfazioni. Sono certo che a Gennaio faremo un mercato importante e diventeremo ancora più forti, come sono convinto che il girone di ritorno sarà un po’ più semplice. Ma l’invito che mi permetto di fare oggi alla tifoseria è quello di non guardare in forma così maniacale la classifica. Non importa se siamo secondi, terzi o quarti, conta essere lì in attesa di un miglioramento che dovrà esserci. E’ vero che senza Vuthaj (aggiungo pure senza Pablo) saremmo nella seconda metà della classifica, ma credo che questa cosa di continuare a ribadirlo, come in tanti fanno ad ogni partita, sia un esercizio mentale pericoloso che sfalsa la realtà. Vuthaj è stato comprato proprio per fare la differenza, ed è, a quanto mi risulta, pagato esattamente come quei giocatori che la differenza la fanno. Senza Messi il Barcellona avrebbe vinto così tanto? Possibile, ma sarebbe stata parecchio più dura. Questo per dire che non ha senso esultare perché ci hanno comprato il meglio che si possa avere, e poi rinfacciarlo alla Società dicendo “eh ma senza di lui non avremmo vinto”. Cazzi di chi non può permettersi certi giocatori, non deve diventare un nostro problema. Il problema oggi è di Marchionni, e intendiamoci non è una critica a lui ma un dato di fatto, che deve riuscire a far alzare l’asticella a tutto il gruppo. E se posso permettermi, il problema siamo anche un po’ noi, dove per noi parlo di quella fetta di tifoseria che comprensibilmente soffre e, pur nella ragione nell’evidenziare una palese situazione di difficoltà, inconsapevolmente esagera con aspettative ad oggi troppo elevate. Vincere in casa e pareggiare fuori, come stiamo facendo, è un ruolino di marcia che alla lunga ti porta lontano. Diamo tempo al tempo nella speranza di vincere un po’ più anche in trasferta. Questa è la mia profonda convinzione e speranza oggi. Come sempre fino a prova contraria.

Claudio Vannucci

 

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Quando le dimensioni contano davvero

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Scorrendo la classifica a questo punto del campionato, la riflessione che mi viene da condividere è che l’essere praticamente in vetta significa che c’è un grosso problema per le altre pretendenti alla promozione. Avevo ipotizzato un girone di andata con obiettivo credibile quello di non far scappare nessuno e invece, paradossalmente, da ognuna delle tre partite terminate in pareggio siamo usciti dal campo con qualche rammarico. Non sarebbe stato così assurdo essere oggi a punteggio pieno ma va bene così, anche perché i nostri margini di miglioramento sono importanti. Ad oggi è il Casale che deve preoccuparsi di non perdere terreno, e questo indubbiamente ci mette nelle migliori condizioni di poter giocare liberi da ansie e pressioni. Giocando a fare indegnamente il Marchionni, direi che il nostro gioco deve oggi essere quello di provare a non perdere mai, ed ovviamente cercare di vincerle tutte, portandoci sempre a casa quei pareggi in trasferta che fanno brodo, soprattutto quando alla fine rischi pure di perdere. E riuscire alla fine portare a casa il punto come oggi (ma anche a Borgosesia dove alla fine abbiamo corso qualche serio brivido) vuol dire, e mi ripeto rispetto al precedente editoriale, che è un anno di buona.

Uno dei nostri punti di forza oggettivamente è la panchina, e non è un caso che, tendenzialmente, nella ripresa veniamo fuori anche perché ormai appare chiaro che i nostri avversari partono tutti a mille per poi calare alla distanza. Sono proprio curioso di vedere tutte queste squadre tra qualche mese, quando per lo più sarà chiaro che non rischieranno di vincere il campionato ma nemmeno di retrocedere, quanto manterranno la stessa intensità agonistica che vediamo oggi. Sergio Borgo ai tempi sosteneva che la C2 si giocasse realmente sul campo solo nel girone di andata, e “altrove” nel girone di ritorno. Mi sono sempre chiesto quanto questa affermazione fosse più dettata da una narrazione surreale che reale, ma mai come un format abbastanza semplice come questa D, in cui sale solo la prima e il resto serve solo per eventuali ripescaggi, può essere presa come test per capire se il Sergione fosse sotto effetto di alcool o no. La speranza è ovviamente quella di diventare davvero i più forti e fregarsene di queste leggende. Se di leggende si possa davvero parlare.

Sarei inoltre curioso di sentire il parere dei professionisti del pallone, se fossero chiamati a giocare su un campo chiaramente troppo stretto come quello di Ligorna. Chissà se confermerebbero il parere delle colleghe professioniste dei film porno che, solitamente e magari ipocritamente, sostengono che a letto le dimensioni non contano. La delusione di questa serie D è proprio rappresentata dalle dimensioni di certi campi. Si può sorvolare sulla tecnica media, sulla copertura mediatica inesistente, sugli impianti scadenti, sul pubblico talvolta ridicolo e sulla poca professionalità delle società che ne fanno parte, ma sinceramente davo per scontato che almeno le dimensioni dei campi fossero standard. Non è una scusa per la mancata vittoria, diciamolo chiaramente, anche perché pure tutte le altre squadre giocheranno sullo stesso campo del Ligorna così come quello del Borgosesia (giusto per citarne un altro parecchio stretto in cui abbiamo già giocato), ma non serve aver giocato a calcio a certi livelli per capire come un campo così ridotto sfalsi notevolmente gli equilibri in campo a favore di chi ci gioca con regolarità. Quindi a letto non lo so, ma nel calcio le dimensioni contano eccome, poche balle! Pazienza, ce ne faremo una ragione, ma rido se penso che anni fa abbiamo messo in discussione una partita a Terni pretendendo la misurazione del campo, mi chiedo allora se quell’anno avessimo giocato a Ligorna che cinema avremmo piantato giù, probabilmente avremmo abbandonato il campo con Di Bari stile Galliani a Marsiglia che ci avrebbe intimato di uscire.

Tornando seri, due goal su quattro subiti fino ad ora arrivano da calcio d’angolo, e questo fatto non deve essere sottovalutato. In un quadro difensivo tutto sommato affidabile, stona molto aver preso due goal in situazioni in cui i movimenti dei difensori (e del portiere) sono determinati. Qualcosa evidentemente va registrato perché non funziona ancora come dovrebbe. Per Pablo, invece, non esistono davvero più parole. Anche oggi un assist e un goal che certificano nuovamente quanto sia fondamentale, e che enorme valore aggiunto rappresenti nella nostra rosa.

E adesso derby. Per chi come noi ha un solo derby, forse due se consideriamo quello con l’Alessandria, quando capita di giocare contro squadre come Romentino o Gozzano corriamo il rischio di sottovalutare realtà che meritano rispetto. Nel mio mondo fatato non può esistere che l’RG Ticino, i cui dirigenti dichiaratamente hanno sempre tifato Novara, possano venire al Piola a rompere i gioielli che portiamo tra le gambe e portare a casa punti. Ma il mio mondo non è lo stesso in cui si gioca, per cui è bene si replichi la vittoria in coppa Italia per poi riempirli di pat pat sulle spalle e attestazioni di stima. Ma questo dopo. Già il Gozzano si è messo di impegno per risultare antipatico come pochi, mi rifiuto di pensare che pure i vicini di casa lo diventino. Sarebbe troppo.

Claudio Vannucci

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Incassiamo il credito col destino

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Tornando a casa dal Piola ieri, e ripensando alla partita appena vinta contro la fu capolista Bra, pensavo nuovamente alle molte analogie con la stagione vincente di Mimmo Toscano. Quell’anno, che avrebbe dovuto rappresentare la rinascita azzurra, cosa poi effettivamente successa, ricordo un inizio non entusiasmante, una grande consapevolezza di fondo di essere i più forti, la solita stagione epica della solita avversaria a casaccio durata appunto una sola stagione (Bassano) e, vabbè, le vicende extra calcistiche che stavano per rovinare tutto benché, ma non avremo mai la riprova, ero e sono abbastanza sicuro del fatto avremmo comunque poi vinto i playoff. Quel campionato lo ricordo molto bene perché avevo e avevamo un po’ tutti quella sana sboroneria tipica, appunto, di chi sapeva di essere il più forte. L’abbiamo manifestata in modi diversi: chi prendendo in giro gli avversari, chi ignorandoli, chi con una serie interminabile (e pure un po’ stucchevole) di gesti scaramantici, ma tutti con una presenza costante ed un rinnovato calore che nella categoria superiore avevamo un po’ smarrito. Retrocedete di un piano il tutto e ditemi se non vi ritrovate con la stagione attuale dove sto rivedendo non solo una curva che, piano piano, sta tornando allo splendore che aveva perso, ma anche uno stadio molto partecipe ripopolato da persone che avevo smesso di vedere da tempo. Quel campionato di Toscano, e sintetizzo in maniera un po’ impietosa, lo abbiamo vinto fondamentalmente sapendo di avere un’ottima difesa e che sarebbe bastato “tirarla su” che qualcosa di buono con Evacuo, Corazza e Pablo sarebbe successo. Ricordo inoltre tantissime partite il cui risultato dopo 45 minuti era di parità, trasformato puntualmente in vittoria alla fine del match, cosa che, più o meno e sempre impietosamente sintetizzando, è quello che stiamo facendo oggi con Marchionni. Giochiamo, la difesa si dimostra assolutamente importante e affidabile, e quindi la tiriamo puntualmente su dove prima o poi, tra Vuthaj e Pablo (ma anche con Tentoni, Capano, Di Masi e via dicendo), qualcosa di buono arriva.

Calcisticamente parlando sono poco incline a vedere le sfumature. Per me le stagioni si dividono in buone o di merda, e quelle finite così così mi hanno sempre lasciato o qualche rammarico, o comunque la percezione di essere state un po’ di merda. E’ il destino di chi, come me, ambisce sempre al meglio ma, consentitemi di dirlo, anche la condanna di quelli incapaci di sognare, perché aver visto del buono ed essersi accontentati di non essersi nemmeno qualificati ai playoff la scorsa stagione lo trovo un po’ triste. Ovviamente meglio undicesimi che essersi svegliati freddi sotto ad un cipresso come successo qualche mese dopo con Pavanati, ma il concetto di base rimane. Ed è per questo che ad oggi poco mi importa se al 10 ottobre non è stato fatto ancora nulla e che questa stagione possa potenzialmente rivelarsi una di merda perché io (e noi tifosi tutti) non sono chiamato a scendere in campo ma ad essere sugli spalti a tifare, e dal mio punto di vista (che qualche campionato nella mia vita l’ho visto) questa è chiaramente una stagione “buona”. Abbiamo la storia migliore di tutte le nostre avversarie, la piazza attualmente migliore, il pubblico più numeroso e qualitativamente più elevato, la squadra apparentemente più forte (sicuramente lo è stata tra quelle viste fino a ieri), la Società con più ambizione e, forse, con più possibilità economiche in rapporto alla categoria. Proprio per questo mi viene la nausea quando vedo recitare il copione che prevede il castrarsi quotidianamente dalle emozioni e della gioia in virtù del principio che bisogna stare umili e concentrati. Ma cazzo, ieri il Bra capolista aveva un tifoso solo al seguito orgogliosamente con sciarpa al collo nel rettilineo. Ecco, lo sappiamo tutti noi, oltre a lui, che la Trasferta con la T maiuscola della sua stagione è stata Novara. Mi chiedo allora perché a Novara si debba per forza passare per quelli che “no no zitti non parliamo è ancora lunga vuoi mica che cade un meteorite e crepiamo tutti, no no per carità”. Eddai su, possiamo permetterci di avere la lingua lunga dopo mesi (o anni) di orecchie abbassate.

Ovvio che questa considerazione è da intendersi confinata al microcosmo della tifoseria. Marchionni è chiamato ad infondere ogni giorno un livello di tensione agonistica altissima. Nessuno deve permettersi di scendere in campo con la certezza di avere già vinto, ma anzi con quella cattiveria di chi è conscio possa anche perdere ma che sa di poter battere chiunque. Far parte del Novara FC quest’anno vuol dire essere calciatori privilegiati in tutto e per tutto, e deve essere chiaro ad ognuno di loro che questo status va ripagato con prestazioni degne di nota. Spero che il senso del mio discorso sia arrivato a tutti e soprattutto capito. Poi ognuno la viva come meglio crede, mi pare ovvio. Ma è proprio da queste stagioni che si costruiscono le basi per diventare una tifoseria che può fare la differenza in futuro. I giocatori non sono i soli che non possono e non devono perdere questa grande occasione, ma anche noi tifosi tutti. In un certo senso pure noi siamo privilegiati perché quello che stiamo vivendo non era scontato e nemmeno dovuto. Se avevamo un credito col destino è giunto il momento di incassarlo. Possibilmente senza fare le fighe di legno.

Claudio Vannucci

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