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Pensieri e parole

È un amore strano, ma dietro la palla corre spesso la vita.

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La parola “amore” può essere riferita a talmente tante cose e situazioni che è impossibile definirne in modo compiuto un significato generale, ed è possibile spiegarla solo osservandone i vari aspetti che la caratterizzano nelle situazioni specifiche a cui la si può associare.
E queste situazioni non sempre sono determinate dai classici rapporti umani nei quali si stabiliscono relazioni che convenzionalmente definiamo amorose. A volte sono passioni di diverso genere, verso cose, attività spesso di lavoro, insomma ogni cosa che fa riferimento a tutto lo scibile possibile e immaginabile.
Eppure in molti casi si determina un rapporto amoroso che risulta più intenso e duraturo di quello che si può stabilire in una relazione di coppia.

Esiste, per esempio, un amore che spesso nasce nel periodo in cui si accendono quei rapporti che dureranno tutta la vita, ovvero l’infanzia, dove sará pressocché impossibile successivamente abbandonarlo e che ti seguirá fedelmente per tutta la vita: l’amore per il calcio.

Questo sentimento nasce, appunto, solitamente da piccoli, quando è più facile dare fuoco alle fantasie create dalla purezza d’animo che accompagna, mano nella mano, i sogni che più avanti si trasformeranno in speranze: scatta la scintilla e si viene assaliti da una irresistibile voglia di emulare le gesta e le imprese dei giocatori della tua squadra del cuore e di provare a diventare come loro; ed è così, proprio con queste motivazioni e queste aspettative che si inizia a giocare a calcio, magari in una squadretta di periferia, non prima di aver calcato ogni tipo di terreno improvvisato.

Ma inevitabilmente quando si cresce questa sensazione diventa ancor più forte, fino ad assumere i tratti della dipendenza, come una droga, davanti alla quale assume i tratti di un’impresa titanica dovervi rinunciare.
Ma se risulta sacrosanto fuggire dalle droghe che creano dipendenza e provocano danni inimmaginabili, dalla dipendenza dal calcio, sarebbe buona cosa non fuggire, anzi, favorire l’introduzione di un ragazzo a questa disciplina di carattere sportivo, significherebbe offrire a lui una importante opportunitá di crescita.
Importante però sarebbe che i genitori non pretendessero di avere dopo pochi mesi un piccolo futuro campione in casa, evitando poi comportamenti ignobili durante le partite dei loro figlioli.

Da questa esperienza si possono imparare tante cose come l’importanza del gioco di squadra e la imprescindibilità del reciproco sostegno nonchè aiuto, e che da questa universale disciplina, a patto che si rispettino i criteri fondamentali di rispetto e lealtà nei confronti dell’avversario, si possono provare tutte quelle gioie che tutti conosciamo avendole almeno una volta provate, come vincere un torneo o una coppa, magari segnare un gol decisivo e subito trovarsi a celebrare, attraverso un abbraccio collettivo, uno di quei momenti che per sempre resteranno impressi.

Quanto sopra rappresenta il top delle emozioni, ma esistono altresi anche quelle piccole soddisfazioni quotidiane come i miglioramenti e progressi tangibili che in allenamento si possono percepire come conquiste di cui essere orgogliosi, e che segnalano inequivocabilmente la qualità del lavoro svolto con passione.

Bisogna però mantenere un certo equilibrio e non temere di esibire un buon livello di onestà intellettuale nel parlare di queste cose, quindi si deve sottolineare che, come dice il proverbio, non sono tutte rose e fiori, e chiarire subito che dal calcio le emozioni che si prossono provare non sono solo quelle positive, anzi sono statisticamente più frequenti quelle negative, basti pensare alla recente e bruciante eliminazione dai mondiali della nostra Nazionale come esempio macroscopico.

Comunque, nonostante questi alti e bassi, il calcio entra nella vita e nell’essere di chi lo pratica, così profondamente al punto che risulta essere poi molto difficile, se non addirittura quasi impossibile, da sostituire con altra materia sportiva, o da dimenticare, fors’ anche da accantonare temporaneamente.
Non credo di sbagliare nell’affermare che per molti il calcio viene considerato più che uno sport, più che uno sfogo psicofisico, addirittura come una seconda vita.

Mi è capitato di dover difendere la mia personalissima posizione dall’attacco di chi giudica sciocco e infantile innamorarsi di uno sport il cui scopo sia quello di correre appresso una palla, e come sia possibile spendere così tanti soldi e tempo per seguire allo stadio la propria squadra, addirittura accompagnandola in trasferta.
È propabile che sia superfluo tentare una risposta, quasi certo che qualunque sia la controteoria esposta, sarà pressocchè impossibile fare breccia nel qualunquismo dal quale nascono queste affermazioni.
Mai potrà capire e fare propria la gioia che si prova quando la tua squadra vince, o più ancora quando ciò avviene grazie a un gol spettacolare o anche attraverso il classico gollonzo, chi ti formula queste accuse; lui si, probabilmente è uno di quelli che è nato e vive in perenne fuorigioco!!

Per non parlare poi dell’adrenalina e della tensione tributate all’attesa di una partita importante della tua squadra, anche se tutte le partite sono importanti!
Penso che gli amanti del calcio dentro di sè, posseggano e custodiscano qualcosa di perverso o di sadico e magari di autolesionistico, in quanto il meno che ti possa capitare è una sorta di malessere fisico e comportamentale, senza voler citare quella stranissima e spiacevole sensazione intestinale di budella contorte prima di ogni appuntamento con i tuoi sacri colori.

In definitiva il calcio è si solo correre dietro a una palla, e per questo è un amore ben strano; ma con quella palla molto spesso corre anche la vita.
E se a quella palla tu riuscissi mai a dare il calcio giusto, quello che fa la differenza rispetto a quanti di calci ne prendi in culo sovente dalla vita, vedrai quella palla infilarsi nella porta per portarti con lei alla vittoria.
Il Novara rappresenta tutto questo.

Forsa Nuara tüta la vita

Nonnopipo

Novara perchè è la mia città, il Novara calcio perchè è la squadra della mia città, il dialetto perchè se il futuro è una porta il passato è la chiave per aprirla. Forsa Nuara tüta la vita.

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Il popolo protesta perchè ha fame? Dategli delle brioche!!

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Caro Massimo, scusa se ti chiamo con il tuo nome, lo faccio perchè in fondo amiamo la stessa donna vestita con gli stessi colori che ne colorano l’anima.

 L’ amiamo ognuno a modo suo, tu con l’autorevolezza di chi è arrivato cavalcando un bianco destriero, io, invece, con indosso gli abiti lisi e sdruciti dallo scorrere del tempo e le toppe al culo ancora fresche di rammendo.

Ho continuato sin dagli inizi ad amarla così, semplicemente, come si presentava ogni qualvolta la volessi vedere, lei, a volte sorridente, altre triste, altre ancora conciata peggio dei miei abiti un paio di righe sopra descritti.

A volte mi faceva male guardarla da vicino, un male che non passava e durava fino a quando avrei avuto la certezza di rivederla il giorno seguente. E la speranza, pagata a caro prezzo, accendeva la mia passione verso di lei, mai sopita.

Poi dopo tanto, forse troppo tempo e un paio di mascalzoni, arrivi tu e te la sposi. Che bello!!

Tu e lei sul cavallo bianco d’azzurro bardato che lasciate la contea della serie D, osannati dal popolo dai vestiti smunti e rattoppati regalatici dai mascalzoni succitati.

Si ricomincia.

Dall’alto dei merli del tuo castello fai suonare le trombe, licenzi coloro che non ritieni essere utili servitori e chiami a corte i tuoi sudditi che accorrono per celebrare il loro Re, colui che li ha liberati dalle catene dilettantesche. 

Che bella fiaba, anche i disegni che colorano questo libro ne confermano la gioia: si torna a vivere nelle terre dove ciò che rotola è professione.

Passa un po’ di tempo e tu, caro Massimo, cuci addosso alla nostra amata un abito bello, elegante, ricco di luccichii e di svolazzi, sobrio al punto giusto, non sfarzoso ma apprezzabile nella sua semplicità.

Intanto noi, sempre più riconoscenti, tacciamo anche sulle questioni che sarebbe lecito approfondire: Fino a quando durerà questo nuovo amore che sulle pergamene protocollari stabiliscono dover durare nella buona e nella cattiva sorte?

E qui, caro Massimo, decidi da buon Re innamorato della sua Regina, di regalare al tuo popolo ormai dubbioso e alla tua consorte, che indossa ancora lo stesso abito che andrebbe quantomeno ritoccato, una suonata di trombe che invece di placare gli animi dei tuoi umili servitori, autorizzano a chiedersi se il lore Re o ci è o ci fa.

Mai vorrei essere costretto ad assistere al popolo che contesta il suo Re, ma avanti di questo passo la protesta diverrà inevitabile, e non basteranno le brioche a placarla. 

Per dirla brevemente: sarebbe stato meglio e più pragmatico aspettare prima di parlare di serie B, sarebbe stato più opportuno guardarsi in giro e soffermarsi sulle ultime partite perse ma soprattutto su quelle vinte, senza voler entrare nei dettagli che su questo blog vengono onorati da firme assai più competenti della mia.

Mi limito ad invitarti caro Massimo, la prossima volta che salirai sulla torre merlata per suonare la tromba a raccolta, di cambiare strumento, ce ne sono molti ben più idonei e intonati con la realtà, tipo il clarinetto o il flauto.

Lascia stare la tromba, perchè dalla tromba al trombone il passo è breve.

Con affetto

Nonnopipo.  

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La moviola in campo

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“GI VUOLE LA MOVIOLA IN GAMBO” gridava la buonanima di Aldo Biscardi al Processo del Lunedì. E io quel Processo me lo ricordo bene, avendo lavorato per un anno in uno studio di Novara che produceva la Supermoviola di Biscardi. Si trattava sostanzialmente, utilizzando la tecnologia informatica, di prendere il fotogramma incriminato, trasformarlo in immagine 3D e dimostrare “scientificamente” con una serie di misurazioni e camere che giravano intorno all’immagine freezata la legittimità o meno della decisione arbitrale.  Esperienza surreale, a tratti divertente, ma che mi ha fatto capire un po’ di cose su quanto la realtà possa essere interpretabile e opinabile a seconda di come la rappresenti. Parliamo del 2003-2004, ed era ancora l’epoca in cui nella definizione del fuorigioco esisteva il concetto di ‘luce’, ossia doveva esserci almeno uno spazio vuoto tra l’estremità del corpo dell’ultimo difensore e quella dell’attaccante. Una regola che è stata annullata qualche anno dopo e che secondo me ha aggravato il degenero di recriminazioni e insinuazioni sugli arbitri, perché ha aumentato esponenzialmente la difficoltà di rilevazione e quindi la possibilità che la terna canni la decisione, entrando in ballo unità di misura non umanamente rilevabili a velocità di gioco normale. Oltre a diminuire la spettacolarità, visto che era molto più semplice prima che, in caso di dubbio, l’arbitro lasciasse correre vista l’elasticità del perimetro spaziale tra attaccante e difensore.

Ora col VAR c’è quanto meno un aspetto di ‘scientificità’ che in teoria non dovrebbe lasciare spazio alle polemiche, almeno quando si tratta di decisioni totalmente oggettive come un fuorigioco o una palla che ha varcato o meno la linea di porta. Resta però una zona d’ombra, come successo ier al 97’ di Tottenham – Sporting, con un fuorigioco ovviamente non percepito dal guardalinee perché impossibile da vedere (sotto il momento dell’ultimo passaggio a Kane che poi segnerà), gol e relativa esultanza delirante di squadra e panchina, e infine l’arbitro richiamato al VAR che annulla.

Ora, qualcuno dovrebbe spiegarmi come è possibile assicurare che non esista discrezionalità in un fotogramma del genere, che potrebbe essere estratto un centesimo di secondo prima o dopo, così come la linea potrebbe essere inclinata di un centesimo di grado in più o in meno, il tutto in una vista in prospettiva che falsa per definizione la realtà. Segnalo sommessamente che questo episodio potrebbe pregiudicare quella che altrimenti sarebbe stata una qualificazione già acquisita dagli uomini di Conte. Resta poi il tema non secondario di come il VAR sia interpretato in maniera differente in Europa e in Italia: da noi viene utilizzato principalmente per rimediare ad episodi che l’arbitro non ha rilevato (l’esempio più classico è quello dello ‘step on foot’), in Europa è usato più in ottica confermativa, ossia nel momento in cui l’arbitro ha visto e valutato un episodio, anche se la decisione è palesemente sbagliata o quanto meno meritevole di essere andata a rivedere, il VAR non interviene. Perché in questo caso la scelta è quella di non ledere discrezionalità e credibilità dell’arbitro. Il che significa che ci troviamo di fronte al paradosso che in Italia il VAR interviene su episodi di cui magari manco chi è stato danneggiato si è accorto, mentre in Europa non interviene a correggere una cagata palese di cui tutti si sono accorti tranne l’asino in giacchetta nera, perché il direttore di gara ha visto e valutato in un certo modo. La fiera del ridicolo.

Io rimango dell’idea che il modo migliore per utilizzare il VAR sia lo stesso del challenge nella pallavolo: ognuna delle due squadre ha un numero definito di possibilità di ricorrervi e lo utilizza quando ritiene opportuno, mentre sul resto decide l’arbitro con la sua piena discrezionalità. Ma non servirebbe comunque a sanare l’antica malattia che affligge gran parte dei tifosi calcistici dello stivale: ossia l’infantilismo del torto che quando viene subìto va gridato, denunciato e messo agli atti come il complotto del sistema, mentre quando ce ne si avvantaggia è sempre la giusta vendetta per anni di soprusi e quindi è accolto con gioia mentre i rivali ‘rosicano’ (verbo che per me dovrebbe essere la prova per chi lo utilizza di pieno diritto ad usufruire della legge 104). Per guarire da questo morbo servirebbero tre o quattro generazioni di bambini cresciuti a pane e concetti come impegno, accettazione del fallimento, presa di responsabilità delle proprie scelte, non deflessione della colpa al soggetto che giudica. Non credo che succederà mai, ma “incrociamo le dite”, come avrebbe detto Biscardi.

Jacopo

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… solo per rispondere al Vannu.

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Giusto per rispondere al pezzo del Vannu, metto insieme alcune considerazioni forse già esposte in altre circostanze.

Novara è sempre stata cosi, nostalgicamente rassegnata, bella addormentata nel bosco che però nessun principe potrà mai svegliare, nemmeno Ferranti.

 

Pronta a farsi da parte senza reclamare, invisibile perchè avvolta nella semplicità un po’ egoista della nebbia, culturale e sportiva, come lo stecco che si nasconde dentro lo zucchero filato.

Triste, mesta e mite comunque, buona e elegante, a volte raffinata come solo una gran signora sa esserlo, orgogliosamente priva di cavaliere, quindi non accompagnata nè da Messer Na got meneghino nè da Monsü Parèi torinese.

Troppo buona, troppo sincera e vera o falsa e cortese, sicuramente ingenua, e da troppe faccende affaccendata, autentica come solo una moneta fior di conio sa esserlo.

Indifferente e fatalista anche quando accetta, favorendo sfacciatamente un consumo del territorio tale da collocarla ai primi posti nel Paese per questa specialità.  

A Lei sono stati sottratti gandi affetti, grosse partecipazioni emotive, strutture sociali di grande importanza, senza mostrare le unghie nè far udire il sinistro rumore stridente dei denti digrignanti.

Prima l’ Ente Risi, che strappatoci approdò nella vicina Vercelli, seguito qualche anno dopo dall’ esproprio del titolo di capoluogo del Distretto Militare e, in rapida successione, dall’Università del Piemonte Orientale che più orientale di Novara, in Piemonte, si poteva registrare solo la limitrofa Trecate. Quindi tocca a un pezzo di Provincia salutare Novara, ovvero tutta la parte a nord di quella linea tracciata dal blu dei due laghi, che si insinua fin dentro la naturale bellezza di una serie di valli montane tra le più incantevoli dell’ intero arco alpino. Difficile mettere d’accordo tre realtà territoriali così diverse tra loro per ciò che riguarda storia, cultura e territorio, tenute insieme solo dai confini tracciati su una cartina geografica: troppo diverso il Verbano turistico dei Borromeo rispetto alle asprezze dell’Ossola che si magnificano nella Formazza, e del Cusio dai tratti pittorici che sembrano impressi su una tela addormentata nel tempo, che lì scorre lentamente salvo accelerare bruscamente quando si va a registrare la forza dell’ impatto economico legato all’ industria del rubinetto. 

Ma Novara non si è scomposta, silenziosa e disinteressata, quasi snob, che diventa facile confondere quando sconfina nel menefreghismo, che null’altro è se non l’ anticamera della rassegnazione colpevole. Almeno questa è stata l’immagine offerta dalle varie amministrazioni chiamate ad assistere a tali espropri e che nulla hanno tentato al fine di opporsi a questa emorraggia di strutture che, una dopo l’altra, hanno salutato Novara.

Novara e le sue contraddizioni; il Novara Calcio 1908 che nel 2014 ebbe l’ardire di sfidare e vincere, sola contro tutti, le mafie con i guanti di seta, che poi te la fanno pagare facendoti saltare per aria. Ma il Novara è anche quello che assiste alla condanna di un Bertani, calciatore più sciocco che colpevole, o se preferite colpevolmente sciocco, unico condannato, e mai riabilitato, di quel letamaio che fu il calcioscommesse.

Novara che si incendia per una avventura in Coppa Italia la cui unica certezza è determinata dal poter misurare la propria forza al cospetto di una squadra di serie A e muove tredicimila persone portandole a San Siro, trasformando la Padana superiore in una arteria intasata come manco quella di un infartato poteva esserlo. Novaresi, non certo tutti tifosi, semplicemente entusiasti di aver assistito a Davide che le suonava per un tempo intero a quello spocchioso di Golia.

Novara che celebra due promozioni in modo completamente diverso: quella della serie A, lussuriosa e universale, ospitata come si conviene ad un grande avvenimento nella magnifica cornice di Piazza Martiri, mentre la successiva cavalcata in lega pro, resa più difficoltosa dalle follie penalizzanti legate all’ IRPEF, celebrata quasi in sordina in una piazza Puccini sin troppo ampia, per giunta con il timore di disturbare una città che già si era distaccata dalla sua squadra, a prescindere dalle millecinquecento maglie azzurre che invasero Lumezzane.

Capace però di mobilitarne altrettante in corteo per richiedere l’interessamento ufficiale delle autorità politiche, finalizzato alla ricerca di investitori in grado di garantire la sopravvivenza del calcio in città.

Quindi, caro Capo redattore Vannu, condividendo quasi tutti i contenuti esposti nel suo “pezzo”, le cosiglio di non di non illudersi su un possibile cambiamento di rotta o di tendenza delle abitudini purtroppo consolidatesi con l’ avvento della nuova gestione, che da parte sua, come da Lei sottolineato, ha fatto in fretta ad adeguarsi al tran tran.   

Il Novara del calcio, prima il 1908 e poi l’FC, e la sua città, divntano così interpreti e protagonisti di un film d’ amore in cui l’amore stesso mai esploderà tra loro. Caratteri schivi per natura entrambi, scontrosi e di poche parole, forse antipatici, freddi e distaccati, mai veramente innamorati ma condizionati dall’arrapatura del momento che il fuoco accende, destinato a spegnersi sempre troppo presto e velocemente.

Nati tra riso e zanzare, abituati a farci togliere quello che è nostro di diritto, siamo diventati spettatori ai quali puoi proporre qualsiasi film che non la faremo lunga più di tanto, come del resto è sempre successo e come spiegato all’inizio di questo articolo.

Incazzati per le vigliaccate iniziate con MDS, Re dei malmostosi e degli ignavi, e terminate con il bavoso immobiliarista certamente, riconoscenti a Ferranti and friends di sicuro, ma senza esagerare dai, in fin di cünt suma nuares, Capì Vannu? 

Forsa Nuara tüta la vita 

Nonnopipo    

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