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Pensieri e parole

Nonno perché stai piangendo?

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Escono da scuola, vocianti e allegri. Corrono dando sfogo a quella vitalità imbrigliata e poi sopita nelle regole da rispettare.
Gridano, saltano, si sfogano, appunto.

Una multietnia confusa ma interessante che mischia senza problemi i diversi colori della pelle su quelle faccine ancora libere da condizionamenti imposti dall’egoismo dei grandi.

Si liberano dagli indumenti imposti, mentre gli zaini, pesanti come quelli portati a schiena di mulo dagli alpini, giacciono offrendo una sensazione di abbandono anche se temporaneo.

Da sotto quei grembiuli spuntano maglie di calcio, alcune originali altre tarocche, altre ancora improvvisate, altre impossibili da sintonizzare sulle frequenze del calcio.

Basta un pallone, a patto che rotoli colpito da qualche calcione ben assestato, a patto che si rispettino le regole improvvisate anch’esse, a patto …

Strisciate le maglie, tutte, che senza il nero verticale sarebbero rosse, bianche e blu, si blu, perché l’azzurro che abita in questa città è ben diverso. Il nero che hanno in comune le identifica come ospiti, almeno per me.

Ma loro giocano ugualmente, indifferenti alle differenze, dribblano anche le panchine e le convenzioni intrise di razzismo, mentre allo scivolo ci passano sotto, poi un tiro finisce contro un cestino dei rifiuti il cui compito straordinario è quello di fare il palo a sua insaputa, l’altro non esiste, o meglio, esiste nel diritto di ogni bambino di immaginarlo piantato dove meglio crede.

Ed è incredibile come una porta senza traversa e senza un palo, riesca nell’impresa di fare accettare, a chi lo ha subíto, un gol non gol senza discussioni e soprattutto senza il quarto uomo e la VAR.

Magie dell’innocenza, miracoli prodotti dalla sola voglia di dare un calcio non tanto ad un pallone, che potrebbe colpire un cestino saltuariamente svuotato dall’immondizia, ma spingere quella sfera al di la della realtá di tutti i giorni, portandola a superare la linea della porta oltre la quale esistono i sogni che solo i bambini sanno fare ad occhi aperti.
Gioca!! Gabriele, gioca finché puoi sognare un calcio libero da condizionamenti, un calcio costruito solo per te su un terreno che sia pieno di ostacoli gioiosi come solo quelle giostrine impiantate su questo prato sanno esserlo, e fino a quando la tua maglietta azzurra, con quello scudo, bianca la croce in campo rosso, che posizionato sul cuore, registrerà sempre la tua fede come sa fare un holter cardiaco.
Il nostro scudetto sarà rispettato e considerato valoroso e nobile al pari di quello posto su quelle maglie strisciate e foreste che noi, come ti ho insegnato, non disprezziamo, in quanto vengono anch’esse sudate dalla gioia di chi le indossa.

Mezz’ ora dura lo svago, mezz’ora rubata ai compiti ma restituita alla fantasia e alla libertà, però ora ti devo chiamare, anche se so che farai finta di non sentire, lo facevo anch’io quando la nonna Rina urlava dal fondo del campetto dell’oratorio di Veveri chiamandomi … non sentivo, proprio come stai facendo tu, non sono mica nonno per caso eh, li conosco tutti questi trucchetti, sono stati il mio salvagente, il mio diritto a richiedere che mi venisse accordato l’orario lungo per giocare a calcio fino a quando l’oscuritá imponeva la ritirata.
Quarantacinque minuti ormai, il tempo che misura la metà di una partita, la sera cala lentamente su quei calci offerti a una sfera che rotola, di qua e di la senza avere apparentemente una destinazione precisa e forse avendo i minuti contati.

Andiamo, le maglie sono sparite ognuna verso destini giá scritti ma ancora da interpretare, ognuna sulle ali della speranza piú che sulle giovani spalle di ragazzini appartenenti alle piú varie etnie.

Sali, Gabry, sali in macchina e occhio alla cartella, (io la chiamo ancora così) come è andata oggi a scuola? Cosa hai mangiato a pranzo? Le solite domande, quelle che ti pongo tutti i giorni … no, oggi no, oggi non ti chiedo nulla, oggi indossi quella maglia che è un lasciapassare per i sentimenti piú belli, proprio in questa settimana che porterá a quella che è celebrata non come una semplice partita, ma “LA PARTITA!!!”

E tu mi chiedi di ascoltare quel CD che spesso ti nego all’ascolto tutto preso come sono a guidare nel traffico o a pensare ai cavoli miei che talvolta sono di una grandezza esagerata, questi cavoli!!

Oggi no, oggi ti voglio più bene del solito, ti amo più del solito, oggi non so perché ma è cosi.
E allora te lo metto il tuo CD, te le metto le tue due canzoni preferite, io le ho già sentite tante volte al punto che quando si arrivava a casa le suonavo entrambe con la chitarra mentre tu ascoltavi incuriosito quanto la mia interpretazione fosse curiosamente distante dall’originale.
Vabbè dai!! ascoltale pure e alza il volume, anzi sparalo a mille, anche se magari qualcuno ci manderà affanc…ops, scusa, non si dicono parolacce in presenza di bambini … ci manderà a quel paese!!

Parte la batteria cadenzata al ritmo di marcetta, la nostra marcetta, Gabry, quella che mi chiedi di ascoltare tutti i giorni all’uscita da scuola e io ti accontento quando non sono inverso.
Canti sottovoce accompagnando quell’incedere musicale, che si confonde con i battiti disordinati del mio cuore, aiutandoti con le dita della mano sinistra, intanto che il ritmo della musica compie il suo percorso naturale verso quei sentimenti più spontanei e liberi che ci hanno consentito di amare quell’azzurro colore.

Un minuto e trentotto secondi dura questa melodia, ma tu prima che finiscano le note mi chiedi con garbo misto a preoccupazione : “Nonno, perché stai piangendo??”

Forsa Nuara tüta la vita

Nonnopipo

Novara perchè è la mia città, il Novara calcio perchè è la squadra della mia città, il dialetto perchè se il futuro è una porta il passato è la chiave per aprirla. Forsa Nuara tüta la vita.

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La paperella

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E così, caro il mio Galuppini, secondo te a Novara ci sarebbe della gente da zittire, gente a cui secondo la tue recenti e ripetute gestualizzazioni, non sarebbe concesso protestare e fischiare legittimamente prestazioni che tifosi, social e stampa, hanno abbondantemente censurato. 

Cosa e chi, soprattutto per quale ragione  all’interno della tua esultanza post gol, intendi riprendere, punire, vendicare con l’insulso gesto della paperella, sarebbe opportuno tu lo spiegassi. 

Sai, atteggiarti così platealmente vendicativo ricorrendo a un gesto palesemente infantile, per giunta sguazzando nel fango torbido del vago, potrebbe voler dire tutto o forse niente, un po’ come affermare che non ci sono più le stagioni di una volta … e nemmeno i calciatori!

Sai, caro Francesco, ho avuto per un momento la tentazione di richiederti l’amicizia su Facebook, rispondendo a uno di quei flash che questo social spesso propone, bene, sono contento di non averlo fatto.

Tu non potrai mai essere mio amico, tu come quelli che covano rancore per poi vendicarsi alla prima occasione e gioiscono ben sapendo che il bersaglio non possiede altre armi se non quelle del dissenso, cioè l’opposto dell’applauso.

Conquistalo l’applauso, Francesco, anche se ottenerlo attraverso la trasformazione di un calcio di rigore, non è impresa eccezionale, che lo diventa, però, quando peschi dal ricco cilindro delle tue enormi possibilità, il numero che l’ ovazione la strappa istintivamente, così come qualche tua “cagata”, svogliata e supponente, produce l’effetto opposto.

Dettaglia, Francesco, facci sapere quali sono le negatività da te riscontrate che ti hanno spinto a sguainare la spada della vendetta mascherata con il gesto addirittura a due mani della paperella; forse i rumors derivanti da una serie di contrasti persi, oppure l’essere arrivato tardi su una palla raggiungibile con un tantino più di grinta? O forse i fischi che tracimano in campo dalle tribune quando stai (state) offrendo prestazioni il cui limite della decenza avete superato come è avvenuto nelle ultime partite?

Stavolta, caro Francesco, mi sa che l’hai pestata fresca, poi, per caritа, tu sei libero di pensarla come vuoi e dire ciò che pensi, anche con l’ausilio di una ripetizione, per lo più sgradevole, di determinati gesti di pessimo gusto.

Con rispetto e senza acrimonia nè rancore.

Nonnopipo

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Il popolo protesta perchè ha fame? Dategli delle brioche!!

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Caro Massimo, scusa se ti chiamo con il tuo nome, lo faccio perchè in fondo amiamo la stessa donna vestita con gli stessi colori che ne colorano l’anima.

 L’ amiamo ognuno a modo suo, tu con l’autorevolezza di chi è arrivato cavalcando un bianco destriero, io, invece, con indosso gli abiti lisi e sdruciti dallo scorrere del tempo e le toppe al culo ancora fresche di rammendo.

Ho continuato sin dagli inizi ad amarla così, semplicemente, come si presentava ogni qualvolta la volessi vedere, lei, a volte sorridente, altre triste, altre ancora conciata peggio dei miei abiti un paio di righe sopra descritti.

A volte mi faceva male guardarla da vicino, un male che non passava e durava fino a quando avrei avuto la certezza di rivederla il giorno seguente. E la speranza, pagata a caro prezzo, accendeva la mia passione verso di lei, mai sopita.

Poi dopo tanto, forse troppo tempo e un paio di mascalzoni, arrivi tu e te la sposi. Che bello!!

Tu e lei sul cavallo bianco d’azzurro bardato che lasciate la contea della serie D, osannati dal popolo dai vestiti smunti e rattoppati regalatici dai mascalzoni succitati.

Si ricomincia.

Dall’alto dei merli del tuo castello fai suonare le trombe, licenzi coloro che non ritieni essere utili servitori e chiami a corte i tuoi sudditi che accorrono per celebrare il loro Re, colui che li ha liberati dalle catene dilettantesche. 

Che bella fiaba, anche i disegni che colorano questo libro ne confermano la gioia: si torna a vivere nelle terre dove ciò che rotola è professione.

Passa un po’ di tempo e tu, caro Massimo, cuci addosso alla nostra amata un abito bello, elegante, ricco di luccichii e di svolazzi, sobrio al punto giusto, non sfarzoso ma apprezzabile nella sua semplicità.

Intanto noi, sempre più riconoscenti, tacciamo anche sulle questioni che sarebbe lecito approfondire: Fino a quando durerà questo nuovo amore che sulle pergamene protocollari stabiliscono dover durare nella buona e nella cattiva sorte?

E qui, caro Massimo, decidi da buon Re innamorato della sua Regina, di regalare al tuo popolo ormai dubbioso e alla tua consorte, che indossa ancora lo stesso abito che andrebbe quantomeno ritoccato, una suonata di trombe che invece di placare gli animi dei tuoi umili servitori, autorizzano a chiedersi se il lore Re o ci è o ci fa.

Mai vorrei essere costretto ad assistere al popolo che contesta il suo Re, ma avanti di questo passo la protesta diverrà inevitabile, e non basteranno le brioche a placarla. 

Per dirla brevemente: sarebbe stato meglio e più pragmatico aspettare prima di parlare di serie B, sarebbe stato più opportuno guardarsi in giro e soffermarsi sulle ultime partite perse ma soprattutto su quelle vinte, senza voler entrare nei dettagli che su questo blog vengono onorati da firme assai più competenti della mia.

Mi limito ad invitarti caro Massimo, la prossima volta che salirai sulla torre merlata per suonare la tromba a raccolta, di cambiare strumento, ce ne sono molti ben più idonei e intonati con la realtà, tipo il clarinetto o il flauto.

Lascia stare la tromba, perchè dalla tromba al trombone il passo è breve.

Con affetto

Nonnopipo.  

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La moviola in campo

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“GI VUOLE LA MOVIOLA IN GAMBO” gridava la buonanima di Aldo Biscardi al Processo del Lunedì. E io quel Processo me lo ricordo bene, avendo lavorato per un anno in uno studio di Novara che produceva la Supermoviola di Biscardi. Si trattava sostanzialmente, utilizzando la tecnologia informatica, di prendere il fotogramma incriminato, trasformarlo in immagine 3D e dimostrare “scientificamente” con una serie di misurazioni e camere che giravano intorno all’immagine freezata la legittimità o meno della decisione arbitrale.  Esperienza surreale, a tratti divertente, ma che mi ha fatto capire un po’ di cose su quanto la realtà possa essere interpretabile e opinabile a seconda di come la rappresenti. Parliamo del 2003-2004, ed era ancora l’epoca in cui nella definizione del fuorigioco esisteva il concetto di ‘luce’, ossia doveva esserci almeno uno spazio vuoto tra l’estremità del corpo dell’ultimo difensore e quella dell’attaccante. Una regola che è stata annullata qualche anno dopo e che secondo me ha aggravato il degenero di recriminazioni e insinuazioni sugli arbitri, perché ha aumentato esponenzialmente la difficoltà di rilevazione e quindi la possibilità che la terna canni la decisione, entrando in ballo unità di misura non umanamente rilevabili a velocità di gioco normale. Oltre a diminuire la spettacolarità, visto che era molto più semplice prima che, in caso di dubbio, l’arbitro lasciasse correre vista l’elasticità del perimetro spaziale tra attaccante e difensore.

Ora col VAR c’è quanto meno un aspetto di ‘scientificità’ che in teoria non dovrebbe lasciare spazio alle polemiche, almeno quando si tratta di decisioni totalmente oggettive come un fuorigioco o una palla che ha varcato o meno la linea di porta. Resta però una zona d’ombra, come successo ier al 97’ di Tottenham – Sporting, con un fuorigioco ovviamente non percepito dal guardalinee perché impossibile da vedere (sotto il momento dell’ultimo passaggio a Kane che poi segnerà), gol e relativa esultanza delirante di squadra e panchina, e infine l’arbitro richiamato al VAR che annulla.

Ora, qualcuno dovrebbe spiegarmi come è possibile assicurare che non esista discrezionalità in un fotogramma del genere, che potrebbe essere estratto un centesimo di secondo prima o dopo, così come la linea potrebbe essere inclinata di un centesimo di grado in più o in meno, il tutto in una vista in prospettiva che falsa per definizione la realtà. Segnalo sommessamente che questo episodio potrebbe pregiudicare quella che altrimenti sarebbe stata una qualificazione già acquisita dagli uomini di Conte. Resta poi il tema non secondario di come il VAR sia interpretato in maniera differente in Europa e in Italia: da noi viene utilizzato principalmente per rimediare ad episodi che l’arbitro non ha rilevato (l’esempio più classico è quello dello ‘step on foot’), in Europa è usato più in ottica confermativa, ossia nel momento in cui l’arbitro ha visto e valutato un episodio, anche se la decisione è palesemente sbagliata o quanto meno meritevole di essere andata a rivedere, il VAR non interviene. Perché in questo caso la scelta è quella di non ledere discrezionalità e credibilità dell’arbitro. Il che significa che ci troviamo di fronte al paradosso che in Italia il VAR interviene su episodi di cui magari manco chi è stato danneggiato si è accorto, mentre in Europa non interviene a correggere una cagata palese di cui tutti si sono accorti tranne l’asino in giacchetta nera, perché il direttore di gara ha visto e valutato in un certo modo. La fiera del ridicolo.

Io rimango dell’idea che il modo migliore per utilizzare il VAR sia lo stesso del challenge nella pallavolo: ognuna delle due squadre ha un numero definito di possibilità di ricorrervi e lo utilizza quando ritiene opportuno, mentre sul resto decide l’arbitro con la sua piena discrezionalità. Ma non servirebbe comunque a sanare l’antica malattia che affligge gran parte dei tifosi calcistici dello stivale: ossia l’infantilismo del torto che quando viene subìto va gridato, denunciato e messo agli atti come il complotto del sistema, mentre quando ce ne si avvantaggia è sempre la giusta vendetta per anni di soprusi e quindi è accolto con gioia mentre i rivali ‘rosicano’ (verbo che per me dovrebbe essere la prova per chi lo utilizza di pieno diritto ad usufruire della legge 104). Per guarire da questo morbo servirebbero tre o quattro generazioni di bambini cresciuti a pane e concetti come impegno, accettazione del fallimento, presa di responsabilità delle proprie scelte, non deflessione della colpa al soggetto che giudica. Non credo che succederà mai, ma “incrociamo le dite”, come avrebbe detto Biscardi.

Jacopo

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