E’ una questione di punti di vista. Editoriale

E’ una questione di punti di vista: come gli aquiloni, che pensano che la terra sia attaccata al filo. E. Iacchetti

Il calcio è una cosa estremamente semplice. Se fai un goal in più degli altri vinci. Poi siamo arrivati noi italiani ad incasinare la questione sostenendo la stessa identica cosa ma dal punto di vista contrario, cioè che per vincere basta subire un goal in meno degli altri. Da quel momento il calcio è diventato davvero un gran casino, perché ognuno si è sentito nel diritto di sparare la propria cazzata caratterizzata dal fatto di essere assolutamente vera e soprattutto incontestabile, fino ad arrivare a perle di saggezza inarrivabili pronunciate dall’indimenticabile maestro Boskov “questa partita la possiamo vincere, perdere o pareggiare”. Insomma, qualsiasi cosa si dica sul giuoco del football si ha sostanzialmente sempre ragione, perché dal momento in cui si è sdoganata una delle più grande pirlate dette nella storia del calcio: “abbiamo perso ma i vincitori morali siamo noi” (cit. c’è l’imbarazzo della scelta) è evidente che si è consentito di ricondurre il calcio solamente ad una questione di punti di vista.

Questa premessa è molto importante perché, a mio avviso, Foggia Novara di oggi pomeriggio è proprio l’emblema della partita in cui si può sostenere tutto e il contrario di tutto a seconda di come si guardi la faccenda. O, se preferite, è la classica partita in cui viene molto semplice a chi si sente messo sotto critica ribattere argomentando con qualsiasi tesi credibilissima e contraria. Partiamo però da alcuni assunti fondamentali. Temevamo un po’ tutti questa trasferta per ciò che, non so quanto a ragione, rappresenta Foggia ai nostri occhi, ovvero una piazza molto calda del Sud, con uno stadio pieno e molto caldo, una squadra carica ancora fresca di promozione e molto ambiziosa. Al di là delle più ottimiste previsioni di qualche singolo, per un Novara in difficoltà reduce da due sconfitte consecutive e da un inizio di campionato problematico, sceso in Puglia ancora penalizzato da assenze importanti, l’obiettivo reale poteva essere solo quello di muovere la classifica. Insomma, quelli del “firmerei per un pareggio” . E fin qui siamo (forse) tutti d’accordo. Il problema è che il malato Novara era chiamato, più che al risultato, ad una prova che convincesse un po’ tutti sul fatto che la guarigione fosse alle porte. Che non si prendesse goal subito, che l’attacco pungesse, che il gioco corale migliorasse. Invidio chi ha trovato queste risposte perché, personalmente, eccezion fatta per il goal non preso nei primi 20 minuti (questa è la sola cosa oggettiva, risultato finale a parte) ho ancora più dubbi e preoccupazioni di prima.

Giuro che ci ho messo grandissimo impegno e tantissima buona volontà, ma quando leggo Corini sostenere:

volevo una partita coraggiosa da parte nostra, con la forza di andare a far male. Ho intravisto qualcosa di importante anche oggi

penso che non ci sia nulla da fare. Chiunque siede sulla panchina del Novara evidentemente vede una partita differente dalla mia.

Il fatto è che un fondamento di verità in quanto detto da Corini c’è sicuramente perché quando le cose si mettono male e si va sotto allora si gioca anche discretamente bene. Quando riusciamo ad alzare finalmente il livello di agonismo e di cattiveria riusciamo anche a tenere il pallino del gioco in mano e a schiacciare gli avversari nella loro area, pur tirando poco. Ma la cosa drammatica è che questo succede appunto a risultato quasi sempre compromesso e sempre solo a sprazzi.

Siccome è sempre e solo una questione di punti di vista, allora penso che prima del classico goal della domenica di Moscati, perché di classico goal della domenica si parla, si è vista una squadra lenta, confusionaria, mai pericolosa, che non è passata in svantaggio solo perché in attacco quelli del Foggia sono abbastanza pippe e che anzi, dopo essersi trovata in vantaggio, non è riuscita ad affondare il colpo con l’incisività necessaria. Parliamoci chiaro, temevamo Foggia perché soffriamo sempre di un immotivato senso di inferiorità, ma questo Foggia è l’ennesima squadraccia incontrata in questo campionato che, ad oggi, fatica a tramutare concretamente sul campo tutte le lodi che gli sono state attribuite in estate.

Detto questo, sarebbe finalmente auspicabile vedere una volta, pure per sbaglio, la reale formazione titolare. Questo è il vero e forse unico alibi che si può dare oggi a Corini che ha sempre dovuto schierare una formazione monca nei suoi punti chiave. Se è vero che quando le cose vanno male e si commettono errori (tipo rischiare Casarini a Carpi) la paternità degli stessi cade sempre e solo sull’allenatore (ma lo staff sanitario ha certamente autorizzato l’utilizzo del capitano), è altresì vero che molti dei nostri problemi attuali hanno tutti dei nomi e cognomi precisi. Maniero acquistato in condizioni fisiche imbarazzanti, Macheda che non sa manco come si chiama, Ronaldo che si è rivelato un buon giocatore per un tranquillo campionato di Eccellenza, Troest che non tiene un avversario manco a morire, Golubovic che non si schioda dalla linea difensiva nemmeno per raggiungere gli spogliatoi. Tutti giocatori che, se potesse, Corini sono certo non schiererebbe nemmeno per giocare a Risiko ma che invece è obbligato a mettere in campo.

Possiamo solo migliorare. Lo penso davvero. Questa squadra non è peggiore di tante altre e deve solo trovare una quadra. Ovviamente Corini deve trovarla al più presto prima che la stagione prenda una piega brutta. In fin dei conti lo ha detto anche lui oggi, e in questo calcio in cui contano solo i punti di vista dire due cose uguali da due persone differenti non è tutto ma è tanto. Domenica arriva la squadra considerata più forte del torneo, quale occasione migliore per dimostrare che noi lo siamo di più? In fin dei conti basterà fare un goal in più di loro o, se volete, prenderne uno in meno. È sempre questione di punti di vista.

Claudio Vannucci


Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

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