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Quando Avellino e Viareggio non sono così lontane.

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In settimana, mentre fingevo di lavorare in ufficio con una dignità e una classe degna dei  colleghi di Fantozzi, mi è arrivato un whatsapp di Sartorio che, contrariamente al sottoscritto, cazzeggiava senza alcun ritegno e scrupolo in università. Mi chiedeva quali fossero state le partite del Novara che mi avessero deluso maggiormente. Solitamente le delusioni importanti coincidono sempre con sconfitte importanti, nelle partite decisive ma io, oltre alla indimenticabile Novara Solbiatese 2-4, gli dissi un Novara Viareggio 0-2 (in realtà mi ricordavo uno 0-1, ma wikipedia non sbaglia quindi accettiamo lo 0-2 che tanto non cambia la sostanza). Quell’annata idealmente rappresentava per il Novara una sorta di rinascita dopo la retrocessione in serie D nello spareggio a Modena contro il Pontedera, e infatti l’inizio di campionato fu abbastanza positivo tanto da ridare al pubblico e alla città, per quanto possibile, un nuovo entusiasmo e speranza. In occasione di quella partita contro un’avversaria storica e accreditata per un campionato di vertice (fallì poi solo di un punto la promozione) e con un nutrito numero di tifosi al seguito, la città si caricò a dovere e un giovane Vannucci tornò a sognare dopo l’ottimo ma inutile torneo del 1986-87. Non si giocò nemmeno male, ma un contropiede di quelli che ti entrano dentro come un coltello nel burro e, se non ricordo male, la solita punizione che boh…si poteva forse parare o forse no, certificarono la grande delusione. Per carità, il Novara fece poi un dignitoso campionato, per quanto possibile farne a inizio anni 90 in serie C2, ma il primitivo concetto del “mai una gioia” iniziò probabilmente a prendere forma.

E’ cambiato il mondo, il contesto, la storia, l’epoca, le aspettative e pure è cambiato almeno il 90% delle persone presenti rispetto a quella partita citata, tuttavia tornando a casa ho pensato proprio nuovamente a quel Novara Viareggio, perché la delusione è stata simile. In Novara Avellino di ieri non si è giocata la partita in assoluto fondamentale per la stagione, come peraltro non fu quel Novara Viareggio, ma entrambe rappresentavano una sorta di speranza. Quasi 30 anni fa c’era in gioco non solo il momentaneo vertice della categoria, ma in palio c’era la certezza di essersi messi alle spalle quella paura di scomparire, di non farcela, di vedere il nostro Novara perdere ovunque, mentre ieri ci siamo giocati una grossissima fetta di entusiasmo, di autostima, di sicurezza per il proseguo di questo campionato ancora fortunatamente allo stato embrionale ma che, dopo ieri, oggettivamente appare molto più in salita di quello che potevamo pensare. Sì, le delusioni e i sentimenti credo non vadano spiegati ma solo raccontati, e personalmente trovo quindi molte analogie con quelle due delusioni provate.

Ma torniamo a ciò che più ci interessa, ovvero Novara Avellino. Inutile girarci intorno, era una partita da vincere, possibilmente convincendo. Il passo falso infrasettimanale e tutti i grossi dubbi fino ad oggi lasciati dalla nostra squadra imponevano una risposta convinta ed inequivocabile che purtroppo c’è stata, ovviamente contraria alle aspettative. Non voglio dare ora un taglio tecnico all’editoriale perché ho alle spalle un Ciumi che è dato molto incazzato con la sua analisi tecnica, per cui mi limiterò solo ad alcune considerazioni.

Eugenio Corini. Considerato il punto di partenza per una rinascita, stavolta più emozionale che tecnica visto che i predecessori hanno tutti portato a casa la pelle più o meno egregiamente, si è probabilmente giocato qualsiasi tipo di bonus ed apertura concessa dal pubblico. A prescindere dalle proprie impressioni iniziali sul tecnico appare evidente di come, chi per convinzione, chi per esasperazione per la stagione passata e chi per puro atto di fede, abbia concesso al nostro Mister una sorta di impunità, di alibi ed amnistia su qualsiasi scelta tecnica o scempio visto in campo. Direi che siamo arrivati al capolinea di questo approccio filosofico e che siano arrivati i tempi in cui il buon Eugenio indossi una tuta ed un elmetto in più piuttosto di un Nervesa su misura con un perfetto nodo alla cravatta. In sintesi, che sia stato un esempio come calciatore, come uomo e che abbia tutte le migliori intenzioni al mondo di integrarsi nel tessuto sociale come fosse un vero novarese non interessa più nulla a nessuno. Anzi, se proprio vuole sentirsi come noi, allora impari alla svelta che siamo un popolo di merda e che ci stiamo sui coglioni a vicenda perché ognuno di noi considera il proprio vicino un perfetto scemo, e quindi per noi un allenatore con la mentalità vincente, che vuole divertire e proporre un calcio di attacco nuovo ed emozionante e invece ne produce uno dove quasi ad ogni tiro che ci fanno contro è goal e davanti invece centrano la porta 4 volte in 7 partite non è un allenatore del futuro ma un coglione del presente. Ergo faccia lui insomma. Di tempo ce n’è ancora.

A tal proposito, e ieri in altre sedi ho già avuto un confronto in tal senso, è un peccato dover notare la quantità di tifosi che sembra abbiano quasi riabilitato Boscaglia solo per poter trovare appiglio alla critica a Corini. “Se Boscaglia avesse fatto questo l’avrebbero crocefisso”. Ecco, tutti gli amici che han sostenuto questo mi han dato l’idea di quegli italiani che urlano “non vanno in piazza a contestare il governo e la crisi ma la propria squadra di calcio sì” (ovviamente senza andare in prima persona in piazza a contestare) curandosi di smarcarsi subito da quella corrente di pensiero che, ad oggi, non è vincente quasi per voler dire “ecco, avete rotto i coglioni con Boscaglia ora le cose vanno peggio, è colpa vostra”, atteggiamento peraltro tipico novarese. Se ci fosse stato oggi Boscaglia e se avesse fatto l’inizio di campionato di Corini, non saremmo stati tutti in prima linea a contestare la scelta della Società??? Quindi di cosa stiamo parlando? Il fatto che quest’anno per ora le cose non stiano andando come sperato non può a mio avviso autorizzare nessuno a riscrivere una  recente storia passata non soddisfacente. Un Corini ad oggi deludente non può riabilitare di certo Boscaglia. Semmai, perché invece di cercare il sottoscritto fuori dallo stadio per fargli la battutina “se Boscaglia avesse fatto questo l’avrebbero crocefisso” nessuno allo stadio ha detto niente al nuovo allenatore? Ripeto, senza che nessuno si offenda, siete come quelli che urlano contro lo Stato ma dal divano di casa propria. Questa testata ha concesso un’apertura di credito a Corini ma, da quel momento, non è mai stata tenera con lui. E sicuramente non lo sarà, dal punto di vista tecnico che è quello che conta, da adesso in poi perché appunto il credito è finito.

Altro aspetto preoccupante e deludente è quello dell’entusiasmo. Ad ogni partita, pur con numerosa presenza di ospiti, ma soprattutto anno dopo anno, si sta erodendo la parte di pubblico presente allo stadio. E’ sotto gli occhi di tutti e riguarda qualsiasi settore del Piola. Se il calo di pubblico è un problema generalizzato italiano, verrebbe da dire che a Novara lo è un po’ di più. Secondo me questo va ben oltre le solite considerazioni sul costo, sulle offerte, sulla politica di marketing. Il prodotto Novara Calcio non crea più interesse nel suo bacino territoriale di  competenza. E proprio in virtù di questa considerazione, l’eventuale fallimento di Corini avrebbe effetti devastanti sul futuro del pubblico pagante perché, piaccia o no, la nuova operazione di innamoramento alla nostra squadra e di restyling dell’immagine societaria e del marchio Novara Calcio passa da lui, dalla sua storia di calciatore e da dove porterà il Novara calcio stesso. Obiettivo ambizioso e di non facile raggiungimento immediato, ma sicuramente, ad oggi, ancora ben lontano da un risultato credibile ed importante.

Il calcio italiano si basa su schemi abbastanza chiari e consolidati da oltre un secolo. Il primo a pagare è sempre l’allenatore e, ad oggi, è giusto che Corini si senta almeno criticato. Ma personalmente non ho dimenticato un mercato estivo trascorso per lo più a rispondere a inutili telefonate infinite volte solo ad arrivare agli ultimi giorni di mercato. E quando ad un allenatore consegni l’undici titolare a 15 minuti dalla fine del mercato ed effettui operazioni tali per cui gli fai buttare nel cesso tre quarti di preparazione estiva, qualche domanda andrebbe fatta anche a chi sta sopra lui. Per esempio, era davvero così impossibile regalare a Corini un Moscati dal Livorno prima del 30 Agosto, in modo da poterlo integrare maggiormente e subito? Verranno sicuramente anche i tempi dove chi di dovere dovrà rispondere di questo, ma per ora chiudiamo con un Forza Novara sempre. Mai come ora è la cosa che serve di più.

Claudio Vannucci

 

Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

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Noi siamo noi, e voi non siete un cazzo.

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Le 12 ore successive ai post gara sono quelle che solitamente spendo a riordinare le idee per poi buttarle qui sopra. Pensavo che fondamentalmente ha ragione chi sostiene essere molto più semplice e comodo alimentare la critica rispetto ad una puntuale e precisa lode, perché con quest’ultima è molto facile scadere nella banalità o nella ripetizione infinita di concetti, per lo più evidenti a tutti, che ognuno di noi ripete nelle ore successive al fischio finale. Faccio un esempio. Novara Chieri ha palesato a tutti  la stessa identica considerazione: “se questi sono secondi, abbiamo già vinto il campionato”. Cambiate qualche parola a caso, ma sostanzialmente il senso del pensiero è stato questo per ognuno dei tifosi che ha visto la partita. Ecco, la riflessione un po’ diversa che lancio oggi è quella che probabilmente io e tanti altri abbiamo sbagliato a ritenere la stagione di Mimmo Toscano come quella molto più simile all’attuale perché, pur con evidenti analogie con quella stagione, questa potrebbe diventare addirittura speculare alla trionfale annata di Tesser con promozione in serie B. Se è vero che ci vuole poco a passare dalle stelle alle stalle (gli ultimi 10 anni di storia del Novara ce lo dimostrano ampiamente), è vero che oggi ci si deve davvero impegnare a fondo per sottolineare solo le cose negative. O meglio, è un esercizio che darei per scontato facesse per esempio Marchionni, che per me rimane quello che in una stagione come questa ha più di tutti da perdere, essendosi trovato seduto su una “bomba atomica”. Insomma, la sua è la tipica metafora che spiega come la vita sia fondamentalmente ingiusta, perché se vince gli si dirà “e grazie al cazzo avrebbe vinto pure mia nonna”, ma se perde “è un coglione, come cazzo si fa a perdere con questa squadra”. Quindi oggi, sotto Natale, a + 10 dalla seconda (sì lo so, che suocere che siete, potenzialmente solo +7) ben farebbe il nostro allenatore ad abbracciare la filosofia Apelliana ed Alcarottiana del Nulla dies sine linea, ovvero mirare al raggiungimento della perfezione lavorando quotidianamente sui dettagli e sulle cose da migliorare. Ma noi tifosi? evviva Dio la banalità del ripeterci le stesse cose, evviva Dio la sboroneria contro gli avversari, evviva Dio la strafottenza perché sono tutte cose che ci meritiamo e, soprattutto, oggi ci possiamo permettere.

Vivere il Novara allo stadio è quella cosa che ti permette di considerare amico anche colui col quale non lo sei. Di tante facce non ne associo il nome e viceversa, non fanno parte della mia vita e nemmeno ci siamo mai salutati. Ma sono facce che riconoscerei sempre. E’ molto limitativo buttarla sul fatto che gli abbonamenti erano regalati, perché al limite questo giustifica certi numeri importanti raggiunti in prevendita, o al massimo la nuova collocazione degli stessi tifosi in settori solitamente più cari. Ma il nostro tsunami estivo ha oggettivamente avuto il merito di mettere un punto a tutto ciò che è stato, bello o brutto che sia. Da fine agosto non è stato più possibile trincerarsi dietro a nessun tipo di sfumatura: o eri dentro oppure fuori. Non sono certamente ipocrita nel negare quanto le vittorie abbiano aiutato, ma torno a ripetere quanto vedendo negli occhi e in faccia chi ha deciso di esserci, si può solo arrivare alla conclusione che il vecchio cuore azzurro non cesserà mai di battere. Magari ogni tanto avrà bisogno di una fermata ai box per qualche controllino ed intervento, ma c’è e ci sarà sempre in tutta la sua meravigliosa imperfezione congenita a volte incazzosa, a volte disfattista, a volte “mai cuntent”.

Che c’è da dire di più? Che Pereira probabilmente diventerà l’attaccante più forte di tutti quelli che abbiamo in rosa? Che Vuthaj potrebbe pure arrivare a 35 goal? Che nonostante tutto abbiamo margini di crescita? Che ci va bene tutto ciò che può andare bene? Tutto vero. Ma aggiungo “chissenefrega”. Questo di oggi sarà probabilmente il mio ultimo editoriale del 2021. Volete che Vi ricordi cosa scrissi nell’ultimo del 2020? Questo:

il buon Natale di rito va quindi solo a noi tifosi. Che ci meritiamo serenità e felicità. Non auguro mai il male a nessuno, ci mancherebbe. Ma auguro a tutti coloro che sono parte in causa di questo scempio la condanna dell’indifferenza e della solitudine. La stessa che il popolo sportivo italiano riserva alle squadre quint’ultime in serie C. Questo vi meritate. Indifferenza, solitudine e prese per il culo.

Per i cuori azzurri che hanno anche la fortuna di avere la saluta dalla loro, quello di quest’anno sarà un Natale meraviglioso. Riuscire a trasformare quello che potenzialmente poteva essere l’anno più brutto della nostra vita (dal punto di vista sportivo ovviamente), in quello che potrebbe essere ricordato nei libri anche tra N anni (sempre che i libri esisteranno ancora ovviamente), è il più grosso regalo che avremmo mai potuto ricevere. Non chiedo quindi niente di più e di nuovo per il 2022, se non quello di rimanere tutti come siamo. Ovvero con quella strafottente consapevolezza di chi sa che “noi siamo noi, e voi non siete un cazzo”. Dal Presidente all’ultimo dei tifosi. Buon Natale a tutti i cuori azzurri.

Claudio Vannucci

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Sproloqui desolati nel corso di una pandemia. 2° episodio.

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Per i cultori delle partite estreme come me questo dicembre probabilmente verrà ricordato per anni. Prima una partita sotto la neve, e poi una dentro una fitta nebbia, è cosa che nemmeno nei sogni notturni più bagnati si sarebbe mai potuta verificare. Ovviamente non concordo con chi avrebbe preferito il rinvio, ma convengo sul fatto che, a differenza della partita contro la Lavagnese, questa volta l’argomentazione del rispetto di chi ha pagato un biglietto sia molto più solida e fondata, proprio per il fatto che la grande maggioranza dei presenti non sia riuscita materialmente a vederla. Il paradosso, però, è che in una situazione di nebbia la scelta sia molto più oggettiva rispetto ad un campo innevato o allagato: il regolamento infatti impone che si veda da porta a porta, e oggettivamente al momento del fischio iniziale non c’erano le condizioni per rinviarla proprio perché la condizione necessaria e sufficiente per consentire il fischio iniziale era soddisfatta. Semmai la vera paura era per il proseguo dell’incontro, ma sappiamo tutti che la tendenza sia quella, una volta iniziato il secondo tempo, di portare a termine la partita. Ricordo per esempio un recente Novara Pisa in un pomeriggio del 26 dicembre, che benché iniziato in condizioni migliori, è terminato probabilmente in condizioni di visibilità simili se non peggiori a quelle di sabato. Sono cose che succedono in inverno soprattutto al nord Italia, e forse l’anomalia è che ultimamente non capitassero più. Il commento dell’incontro non può quindi che essere allineato a ciò che sostengo da tempo, ovvero che ci sono quelle stagioni dove alla fine va sempre tutto bene. Per chi come me occupa un settore ben definito come l’R7 e prossimo ad una delle due porte, probabilmente ha una visione un po’ sfalsata del match, poiché ha ben visto tutte le occasioni da goal del Gozzano nel primo tempo ma non ha ben percepito le altrettante due nitide avute dai nostri ragazzi nello stesso periodo di gioco. Con questo non intendo sostenere che la vittoria sia stata meritata e sacrosanta, ma solo ridimensionare un po’ quell’impressione molto diffusa di aver subito totalmente gli avversari. Avversari molto più forti di quanto mi aspettassi, ma che ai miei occhi non godono più della benché minima credibilità, perché un conto è vivere su un’opinione altrui indimostrabile di non voler giocare per vincere come si sostiene per tante altre avversarie, e un altro è certificarlo rinunciando al salto di categoria. Non mi permetto di discutere la serietà di una Società che è arrivata ad una (immagino sofferta) decisione come quella presa dal Gozzano in estate, ma mi pare chiaro che la sua presenza in questo campionato sia esclusivamente di contorno giusto per fare numero. La gente si è assurdamente auto convinta che la Juve U23 sfalsi il campionato di C, cosa senza senso visto che non si è mai trovata nella condizione di retrocedere e la promozione in B è un loro dichiarato obiettivo sin dal momento della costituzione, e poco dice sul Gozzano che, immagino, qualora arrivasse nuovamente prima, rinuncerebbe nuovamente al grande salto.

Concordo molto con chi invece sostiene che la classifica sfalsata sia in realtà solo un enorme problema per le avversarie, chiamate a dover vincere sempre. Le remuntade sono delle belle storie, che se è vero possono accadere, tendenzialmente però rimangono nei sogni di chi poi arriva dietro. C’è chi come me sostiene che, in caso di vittoria mercoledì contro il Chieri, il discorso promozione si ricondurrà solo a 2-3 formazioni, con l’aggiunta di un possibile primo “virtuale psicologico match Point” da giocarci a Varese alla terza di ritorno (per me se dovessimo vincere quella partita avremmo sostanzialmente vinto il campionato) e chi invece predica umiltà e politica dei piccoli passi. Vedetela come vi pare, rimane il fatto che in assenza di crolli drammatici della nostra squadra (per carità sempre possibili), la matematica dice che perdendo una partita ogni 10-12, e vincendo sempre in casa come stiamo facendo, sarà molto dura per le inseguitrici raggiungerci. Inseguitrici che ad oggi mi sono comunque parse avere un cammino generalizzato molto più standard, con passi falsi molto più frequenti.

Sono nuovamente molto preoccupato per il dibattito attuale circa l’inasprimento delle possibili limitazioni all’accesso negli stadi (e non solo), anche se non mi è ancora noto se questa possibilità sarebbe circoscritta alla sfera del capodanno oppure più impattante e lunga. All’inizio della pandemia fui uno dei primi a prevedere tempi parecchio cupi, e lo scrissi in questo articolo  di fine marzo 2020 (fate lo sforzo di contestualizzare lo scritto alla precisa data in cui è stato fatto e non ragionando col senno di poi sapendo cosa è successo) in cui dissi:

Ma temo che, inconsapevolmente, proprio quei tifosi possano essere presi come esempio per giustificare una totale revisione del concetto di libertà di andare allo stadio. Sicuramente qualche scienziato, spalleggiato da qualche politico, evidenzierà quanto assembramenti di decine di migliaia di persone in uno stadio possano rappresentare un rischio per la salute della popolazione mondiale, e quindi possano invocare e pretendere distanze assurde tra un tifoso e l’altro, per non parlare di divieti di spostamenti tra città per assistere alle manifestazioni sportive, eliminando così le trasferte ma anche i tifosi fuori sede. Che poi, se ci pensate, è una cosa che farebbe parecchio piacere a tanti. Non sto certo contestando il fatto che si debbano cambiare molte abitudini di vita, ci mancherebbe, ma non riesco nemmeno a mostrare la maschera ipocrita di chi ora vorrebbe un isolamento sociale perenne, ignorando i concreti rischi di fallimento economico e di disturbi psichici generalizzati se questo durasse ancora mesi.

Fatemi spiegare meglio: gli eventi mondiali da lì poi successi è evidente che abbiano giustificato uno stop all’accesso degli stadi. Chi nega questo ha evidenti problemi. Quello che ho contestato, e mi sia consentito di ribadirlo ancora, è stato il protrarsi all’infinito di restrizioni che col tempo non avevano più motivo di esistere e che poi, nei fatti, hanno colpito così a lungo solamente categorie ben definite, tra cui quelle dei tifosi. Si è iniziata una stagione con il vincolo dell’accesso al 50%, che se vogliamo aveva pure un senso, visto che obbligava le Società a mettere in vendita un posto si e uno no. Insomma, c’era un criterio logico. Si è poi saliti al 75%, questa volta senza logica, visto che “random” si è lasciato alle Società l’onere di decidere chi potesse stare distanziato e chi no. Il tutto in un contesto di una campagna vaccinale che è proseguita in maniera trionfale, e successiva imposizione di un Green pass, poi rinforzato, che ha avuto il merito di certificare come chiunque sia allo stadio è vaccinato. Evitatemi adesso la lezione di virologia sul fatto che vaccinato non voglia dire esente da virus, perché lo so da solo, ma se nel momento in cui è in corso la terza dose obblighi addirittura ad un tampone vuol dire che nuovamente stai richiudendo gli stadi visto che il sistema delle farmacie italiane non reggono già la mole di tamponi attuali figuriamoci un aumento, e implicitamente stai ammettendo di aver preso per il culo tutti. E la storia dice che una decisione del genere come minimo verrà rivista alla vigilia del nuovo campionato. Mentalizziamoci già sul fatto possa essere impossibile vedere dal vivo questo girone di ritorno, a meno che ognuno di noi decida pure di tamponarsi nonostante sia stato ligio nel farsi inoculare tre dosi. La salute viene prima di tutto, per cui se la situazione peggiorerà in maniera tale da giustificare una nuova chiusura o un nuovo forte inasprimento, che facciano quello che c’è da fare per la tutela di tutti, ma sia chiaro che qualcuno contestualmente ci dovrà mettere la faccia e spiegare perché siamo ancora a questo punto nonostante tutto ciò che abbiamo fatto. La verità è che ad oggi la faccia la stanno mettendo solo i convinti “no Covid Vax” ai quali ride pure il buco del culo per ciò che stanno leggendo. A me invece il buco del culo inizia a bruciare, e inizio pure ad essere irritato.

Prendete questo solo come uno sfogo del momento, magari non ci sarà nessun inasprimento, magari lo sarà solo di facciata e temporaneo, e a Tortona il 9 gennaio non ci sarà nulla di diverso rispetto al solito. Ma ormai ho capito come tira il vento, e la sensazione che la gente da stadio dovrà pagare nuovamente il conto più salato in termini di rinunce mi è ad oggi molto chiara. Ma prima di fasciarci la testa su questi aspetti abbiamo ancora una partita molto importante da vivere (per chi potrà farlo e non sarà al lavoro) e da vincere, per chiudere questa seconda metà del 2021 in maniera epica e festeggiare il Natale ancor più capolista di quanto già siamo. Un ultimo sforzo e poi penseremo a tutto il resto. Avanti Novara!

Claudio Vannucci

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A Novara solo il Novara.

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La legge del più forte ha colpito ieri in tutta la sua cinica brutalità. Forse un risultato finale un po’ troppo severo contro i locali che, fino al momento del raddoppio subito, se è vero che stringi stringi non hanno creato mai nessun pericolo (eccezion fatta per i primi 10-15 minuti), sono comunque meritevoli di essere rimasti dignitosamente in partita. Ancora una volta la differenza l’ha fatta il gap tecnico in campo, ma soprattutto la girandola dei cambi che hanno reso un po’ più ordinata una squadra come la nostra fino a quel momento parecchio imprecisa. In queste partite, ma più in generale in queste stagioni, si tende a mio avviso a fare una narrazione e una ricostruzione un po’ troppo semplicistica di ciò che si è visto in campo. Si ha solitamente la percezione di non aver visto giocare una partita epica dal punto di vista della bellezza, e la si butta un po’ troppo banalmente sul “si ok, ma alla fine hai vinto solo perché te l’hanno risolta i singoli”. Personalmente tendo sempre a dissociarmi da questi tipi di analisi perché le trovo sbagliate. Partiamo da un presupposto: se Ferranti ha costruito una squadra in grado di far scendere in campo contemporaneamente Alfiero, Vuthaj e Pablo, e come primo cambio Pereira, immagino non l’abbia fatto perché sia una ONG o un’associazione umanitaria che opera in territori di guerra. L’ha fatto per vincere. Il come ci riesca, o come questo venga percepito dalla piazza, è un dettaglio. Ci sono partite dove è probabile che ti segni pure il portiere, ma ce ne sono tante altre dove è un po’ più complicato. Ed è proprio in queste che servono quelli più forti. Quindi ai “si ok, ma alla fine hai vinto solo perché te l’hanno risolta i singoli”, bisognerebbe con garbo rispondere “bravo, tu si che ne capisci di calcio, pensa un po’ che li abbiamo comprati apposta”. Il fatto è che è difficile giocare anche bene, e torno sempre al solito punto, con una formazione iniziale che per forza di cose è un compromesso tra ciò che potenzialmente la nostra rosa potrebbe esprimere e quello che si è poi costretti a mettere in campo a causa dei vari vincoli. Personalmente concordo con chi sostiene che la vera formazione titolare sia quella che si vede intorno al ventesimo del secondo tempo, e non è un caso, mi ripeto purtroppo nuovamente, che in tutte le partite da quel momento non ci sia più storia, se non in termini assoluti almeno in quelli relativi (vedi partita in Val d’Aosta).

Sinceramente, al di là del goal segnato ieri, non sono ancora in grado di dire quanto sarà fondamentale l’apporto di Alfiero, ma certamente lo è già stato in termini di segnali e di messaggi alle possibili concorrenti dirette. Un acquisto come questo, ma potremmo estendere il discorso a tutti i 4 arrivi dall’autunno in poi, è il classico che toglie ogni speranza all’avversario, che probabilmente lo può portare a decidere di posticipare un investimento all’estate prossima, perché tanto farlo ora è inutile “visto che c’è il Novara”. Mi sembra infatti che, tolto il Casale ad oggi deludente in relazione alle ambizioni e agli investimenti fatti, si siano per ora visti movimenti che difficilmente possano spostare concretamente gli equilibri in campo. Nessuno lo ammette, ma la storia dei campionati è piena di casi simili, a partire da quella famosa serie B in cui si sono ritrovate insieme Juve, Napoli e Genoa, e dove nessuna delle altre ci ha nemmeno provato a fare mercato. Vedremo che succederà da qui al termine delle contrattazioni, ma la tendenza mi pare abbastanza chiara. Forse ieri è stato un po’ troppo presto per valutare l’intesa dei tre, perché Alfiero fondamentalmente ha fatto solo un paio di allenamenti completi con il gruppo. E in tal senso mi aspetto grossi miglioramenti.

E’ inutile girarci intorno: il doppio turno casalingo contro Gozzano e Chieri è un’occasione ghiottissima per delineare ancora più questa classifica applicando anche a queste due avversarie la legge del Piola. Sabato sarà tempo di derby, con la d minuscola e parecchio ridimensionato rispetto all’immagine che si era costruito nei due campionati in serie C in cui si è giocato. Però non possiamo nemmeno negare che sia una partita uguale a tante altre. Il Gozzano, e i relativi tifosi, sono riusciti in due soli campionati a crearsi una rivalità tutta loro contro di noi che oggettivamente li ha resi molto più antipatici di quello che sono in realtà. Tuttavia ritengo che queste partite siano un ulteriore banco di prova, come lo sono state quelle contro Varese e Casale brillantemente superate, per la nostra proprietà, il nostro staff e i nostri giocatori. Non si deve infatti mai commettere l’errore di sottovalutare l’importanza di certe partite, e la specifica gioia supplementare che una vittoria può generare in una piazza. Tutte le partite vanno preparate bene, a partire dalla proprietà fino al massaggiatore, ma maggior ragione quella di sabato perché va ricordato, ribadito e certificato che la provincia di Novara era, è e sarà sempre solo Novara (Football Club). Avanti così!

Claudio Vannucci

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