Quelli borderline Editoriale

Che Spezia fosse una trasferta maledetta l’ho messo in conto quella sera in cui tornammo a casa dopo un tennistico 6-0 per noi, perché è evidente che da quel momento ci avrebbe colpito una sorta di maledizione destinata a portarci sfiga e depressione in quello stadio per un indefinito arco di tempo, probabilmente quantificabile in almeno 20 anni di sconfitte e amarezza crescente, per cui le aspettative personali erano alquanto basse. Spezia, o se preferite La Spezia o anche solo lo Spezia calcio si prestano pure bene ad essere oggetto dei nostri psicodrammi, in quanto espressione di una terra di confine, probabilmente mal vista dalla “vera” Liguria ed odiata dalla confinante Toscana. Una città di mare ma che attraversandola in auto noti che il mare lo vedi poco, e quel poco che vedi è di fatto un solo enorme cantiere angosciante che ti fa rivalutare la bellezza della nebbia e del nostro centro storico deserto già alle 19:30 di sera. Qualcuno lo chiamerebbe posto di merda, altri “città industriale di mare”, io credo invece sia un meraviglioso luogo dover poter fare qualsiasi cosa tipo shopping, cene, notti romantiche tendenti al sesso estremo, ma non giocarci contro la locale squadra di football. Sicuramente non se sei il Novara Calcio. Ma tranquilli, a naso ancora 16-17 anni e poi la maledizione dello 0-6 dovrebbe esaurirsi.

Terminata questa doverosa premessa, possiamo ora giocarci le ultime cartucce di quella fiducia e positività, da alcuni chiamata lucidità e da altri “fette di salame sugli occhi”, e metterci a parte civile attendendo di recuperare gli infortunati, la cui assenza evidentemente inizia ad avere un peso troppo grande sull’equilibrio di una squadra ancora alla ricerca di tutto ciò che serve per farla diventare una vera squadra. 5 partite sono sempre poche ma sono già abbastanza, pure troppe, per non avere legittime preoccupazioni dopo gli inequivocabili segnali lanciati dal nostro Novara, in parte mascherati dal Dio culo che ci ha assistito nelle due partite vinte e in parte ingigantiti dalle quaterne arbitrali incontrate all’inizio.

Partiamo dalla più classica delle ovvietà: nel calcio vince chi fa goal e noi abbiamo un serio problema a fare goal. Lo sappiamo e lo abbiamo sempre detto. Ma approfondendo la questione possiamo dire che il problema non sia tanto il buttarla dentro, ma sia soprattutto tutta la fase di attacco nel suo insieme. Abbiamo una manovra lenta, prevedibile, che ci porta a verticalizzare per poi sistematicamente impantanarci tra il dubbio di crossare in mezzo verso il nulla oppure il tentare di dribblare pure quelli seduti in panchina, o in alternativa sparare da 50 metri palloni dalla difesa in avanti sperando che Da Cruz in contropiede bruci tutti oppure che qualcuno si impersonifichi in Gesù Cristo e faccia qualcosa di oggettivamente impossibile pure per lui. Si fatica a capire come si possa segnare se non casualmente oppure con una giocata alla Di Mariano come contro il Cittadella, che però solitamente riesce un paio di volte all’anno. Se riusciamo ad avere una punizione a favore in posizione interessante la sprechiamo puntualmente in maniera imbarazzante, e quando invece cadiamo in area non ci fischiano i sacrosanti rigori. Detta così è davvero preoccupante, ma come dissero  Papa Wojtila e  Ratzinger,  “se mi sbaglio mi corriggerete” .

Poi c’è sempre la seconda delle più classiche delle ovvietà: nel calcio vince chi prende meno goal. In quattro partite su cinque siamo andati in svantaggio entro i primi 20 minuti con altrettanti goal oggettivamente evitabili, o comunque quei goal che le squadre che poi vincono i campionati stranamente non subiscono (quasi) mai. Approfondendo la questione anch’essa nota, sempre nelle quattro partite su cinque incriminate (ma in realtà pure sulla quinta che rimane) abbiamo regalato gran parte del primo tempo agli avversari. Ed è su questo punto che è auspicabile avere subito una netta inversione di tendenza contro l’Avellino, perché una squadra che non mette paura alla sua avversaria, ma anzi gli da fiducia, è una squadra che non va lontano. Non lo so se la colpa è di Corini che non è ancora riuscito a lavorare sulla mentalità complessiva della squadra, se Corini è inadeguato, se è solo un problema di forma fisica e di amalgama tra giocatori o semplicemente, ipotesi che non piace mai considerare ma che occorre farlo, ci sarà da soffrire tutto l’anno perché, pur restando nel mazzo con le altre, siamo meno forti di loro. Fatto è che giochiamo male e così non va.

In questi casi si dice “meno male che giochiamo subito” in modo da poter subito coltivare quella speranza di esserci sbagliati e di vedere un Novara più cattivo e concreto. Presto per parlare di imputati, di errori e di incapacità dei singoli ma l’impressione è che siamo già border line tra quelli che hanno la tranquillità di chi conosce la propria forza e sanno che emergeranno nonostante qualche problema e quelli invece con fragilità emotiva di chi, per esempio al primo goal subito, manda a puttane tutto il lavoro settimanale e tutte le sue certezze. Sicuramente non siamo una squadra rassegnata, si vede infatti che proviamo a giocarcela e a reagire con tutte le nostre forze, e questo è probabilmente il piedistallo più solido sul quale appoggiare le nostre speranze già da Sabato, oltre al recupero degli infortunati che sembra finalmente essere definitivo.

Spezia, o se preferite La Spezia o anche lo Spezia Calcio ce lo siamo levati dai coglioni. Adesso tocca solo a noi.

Claudio Vannucci

 

 


Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

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