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Storia e memoria

I fratelli del calcio

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Un tempo quando non esistevano i marciapiedi e le strade erano sterrate, le auto che vi transitavano le contavi sulla punta delle dita e sollevavano polveroni che neanche il ghibli del deserto sarebbe riuscito a tanto.

Il pallone rotolava tranquillo preso a calci da frotte di bambini incuranti di ció che capitava attorno, mentre le squadre prendevano vita e forma attraverso l’applicazione di criteri di amicizia senza valutare le singole capacità pallonare.

Tutti insieme, vocianti e incuranti di quel poco che scorreva attorno, animati solo dal desiderio di perseguire il divertimento, puro e casto, come solo i bambini sanno cercare.

Altri tempi; non contaminati dai virus della assuefazione, liberi dal condizionamento di emulazione e dal paragone con i migliori interpreti della disciplina calcistica.

Anche i piú brocchi erano importanti e non venivano mai esclusi dalla competizione: l’emarginazione non esisteva e nemmeno la sete di prestazione.

In quei tempi c’erano i “fratelli”, tanti fratelli.

Conseguenza della TV che ancora non era stata inventata, per ciò erano erano rarissime le famiglie con solo uno o due figli. Quindi sulle strade, trasformate in occasionali campi di calcio con barattoli a sostituire i legni delle porte, e su quelli veri del calcio che contava, era normale udire i numeri romani scanditi subito dopo il cognome.

Tutti erano fratelli, a prescindere dall’avere o meno un pallone tra i piedi, e questo era un valore aggiunto, come la biancheria esposta al sole ad asciugare: semplice ma pulita.

E in una sorta di romanticismo che non conosceva ancora le gradazioni ovattate del colore, come per magia su una tavola di marmo a caratteri indelebili, segnarono il proprio passaggio molte dinastie che consegnarono al calcio di allora innumerevoli  fratelli che a vario titolo scrissero la loro dignitosa ma gloriosa pagina di storia.

Dal primo dei Sentimenti (Primo non solo dal punto di vista anagrafico, ma bensí anche di nome), fino al quinto, furono i primi ad aver onorato il calcio di allora, anche se solo uno, Lucidio, arrivò alla Nazionale, mentre Arnaldo risultò essere il primo ad aver provato l’ebbrezza dell’ esordio in seria A.

Anche quella dei Ferraris, però, fu dinastia di fratelli atrettanto rigogliosa.

Attilio, genio e sregolatezza, il migliore dei quattro fratelli, fu alquanto riluttante ad uscire dalla cerchia romana. Figlio di genitori torinesi trapiantati nella capitale, ancor giovine mise in scena il primo grande rifiuto a un trasferimento, nel caso specifico in bianconero, motivato dall’amore per la Roma in cui militava, ma soprattutto squadra della sua cittá, che gli consentiva di considerarsi romano a tutti gli effetti, proprio lui la cui discendenza sabauda avrebbe potuto giocare un ruolo determinante in favore della Juve che ne filava le prestazioni.

Precursore del Totti pensiero.

Anche in epoca meno remota, sempre che gli anni 80 si possano ancora definire tali, altri due fratelli, irrompendo sulla scena, confezionarono un quadro che piú colorato di cosí sarebbe stato arduo immaginare in virtú delle rispettive cromaticitá della maglie indossate. Se le sono suonate di santa ragione per anni all’ombra della Madunina, la quale in quel periodo osservava preoccupata dall’alto lo scorrere degli aperitivi e delle passerelle consumati con spregiudicata arroganza dalla “Milano da bere”.

Beppe e Franco Baresi si scambiarono i gagliardetti in qualitá di capitani di Inter e Milan prima che si spegnessero definitivamente le “luci a San Siro”, lasciando una ribalta spenta a una neoplasia di nomi stranieri.

E infine non si puó certo dimenticarsi dei “padri”, intesi nell’accezione genitoriale.

Partendo da Valentino Mazzola, per arrivare attraverso un lungo viaggio dentro quegli anni, al cospetto di Maldini Cesare: il primo, padre di quel Sandro il quale ebbe come unico limite quello di aver dovuto  misurare le sue fantastiche doti con quelle di un giovine Rivera che puntualmente gli scassava la minchia in ogni dove, financo negli ambiti celesti della Nazionale.

Il buon Cesare invece incassó le invettive dei moralizzatori di allora che insinuavano l’esistenza di un percorso privilegiato riservato al figliolo Paolino, esordiente già nel 1985 in quanto figlio di cotanto padre.

Quando si dice la malafede, ad ogni livello!!!

Anche noi Nuares, nel nostro piccolo e in tempi non sospetti, abbiamo avuto a che fare, anche se limitatamente nel tempo, con i due calciatori aventi lo stesso cognome: Giampiero e Vittorino Calloni.

Essi però non erano fratelli.

Il secondo dopo essere stato buon centrocampista divenne addirittura anche allenatore.

E a proposito di “Ferraris” rilevo quanto mi fanno incazzare quelli che vogliono far passare il calcio attraverso la lente di ingrandimento della scienza, quando invece di scientifico nel calcio non c’è proprio nulla.

Basti pensare alla storia di Ferraris Pietro, appunto, campione del mondo nel 1938, che accettando l’invito del suo amico Piola Silvio, dal grande Torino passò al Novara.

Tale scelta gli salvò la vita, risparmiandolo dalla sciagura aerea di Superga.

Non che quanto riportato possa aver sconvolto la vita a nessuno di voi eh!

Così, giusto per trovare una plausibile ed elegante via di  uscita da questo  articolo nato…boh, non so perchè nè da cosa, ma che forse dieci minuti di svago, magari senza pretese, ve li ha fatti passare in qualche modo.

Se aveste litigato con moglie, figli o amante o capoufficio che sia, sarebbe stato peggio che leggere quanto sopra…per cui…

…Forsa Nuara tüta la vita

Nonnopipo

Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

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Giovanni da Caselle Lurani

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Era l’autunno del 76 e quel Novara arrivava da una stagione che, Catanzaro a parte, aveva fatto sognare tanti che, come me, non avevano ancora vent’anni.
L’arrivo di Lodetti con Buso, Vriz ed il ritorno di Fumagalli ci aveva fatto sperare, nonostante le tante uscite, in un altro campionato da protagonisti.

Retrocedemmo da ultimi senza nemmeno capire perché e Lodetti fece il suo, senza infamia e senza lode, con i suoi 34 anni che, a quel tempo e probabilmente con i tanti chilometri fatti per servire Rivera, erano tanti e si vedeva.

Lo salutammo l’anno dopo quando diede l’addio al calcio in un campionato di serie C che lo  vide poche volte in campo.

Ci inchiniamo comunque davanti ad un campione, dentro e fuori dal campo, ed ad un uomo che non fece mai pesare il suo passato.

Ciumi

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Ciao Maciste

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Ci ha lasciato Bruno Bolchi, allenatore del Novara nella stagione 1978/79. Si è spento all’età di 82 anni dopo una lunga malattia.

Nel 1961 fu il primo calciatore ad apparire sulle figurine della Panini ma a Novara lo ricordiamo per essere stato alla guida degli azzurri nella stagione 1978/79 lottando per la promozione in serie B fino a poche giornate dalla fine quando il processo per illecito causato dalle accuse di Troilo verso Scandroglio stroncarono ogni speranza.

Era un’ottima squadra quella guidata da Bolchi con Genzano, Basili, Giudetti nella sua stagione migliore, i giovani Gioria e Boldini e le colonne Veschetti e Jacomuzzi. Alla fine, concluse il campionato con 40 punti effettivi a soli 4 punti dal Parma promosso in B, con molti rimpianti.

Bolchi lasciò il Novara dopo una sola stagione per partecipare al supercorso di Coverciano che all’epoca non consentiva di allenare contemporaneamente una squadra. Successivamente divenne allenatore di successo raggiungendo diverse promozioni in serie A con Bari, Cesena, Lecce e Reggina oltre a due promozioni dalla C alla B con Bari e Pistoiese.

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Storia e memoria

il portiere più forte del mondo senza mani

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Garella divenne famoso giocando nella Lazio, nel Verona e nel Napoli ma il suo vero battesimo di fuoco, con un campionato spettacolare giocato da lui e da tutta la squadra, fu in quel Novara di Lamberto Giorgis.

Portiere anomalo per i tempi giocava solo con l’istinto … come dovrebbe fare un vero portiere: gambe, piedi e testa erano i suoi punti di forza; punti talmente forti che l’Avvocato arrivò a definirlo “il portiere più forte del mondo senza mani”.

Tanto era sgraziato ed aggressivo in mezzo ai pali tanto era gentile e buono fuori dal campo. Fu l’idolo di tanti di noi che in quei tempi giocavano in porta e che si arrangiavano come potevano con tutte le articolazioni che avevano a disposizione.

Dimenticato da tutto il mondo del calcio nonostante due scudetti vinti resterà indelebile nella memoria di tanti di noi la cavalcata di quell’anno in cui sfiorammo la promozione in A con lui come protagonista.

Ciumi

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