La storia di Francesco. Racconti

Arrivò con il suo bagaglio di povertà riempito di solo orgoglio, la sua terra ballerina, in altre circostanze generosa, quella volta non volle fare sconti e con un paio di scosse maledette portò via in un tragico respiro di morte la sua casa e con essa i sogni e le speranze che un bambino, non ancora adolescente, custodisce nel segreto della sua fanciullezza.
Arrivò qui a Novara profugo a dodici anni con la sua famiglia che venne subito adottata dalla gente del posto in una gara di solidarietà che solo una comunità sana può offrire.
E noi piccoli bambini, figli di un boom economico industriale che ci consentiva una vita in prospettiva migliore rispetto a quella dei nostri padri, si rinunciava volentieri a qualche capo di abbigliamento non più nuovissimo per consentire a Francesco di potere indossare qualcosa di appropriato che lo proteggesse dal nostro freddo e rigido inverno; lui abituato al sole caldo di Sicilia, pativa tremendamente gli aghi accuminati del gelo.

Ma un bambino ha bisogno anche e soprattutto di giocare, e il calcio parla un linguaggio universale che si apprende sin da piccoli, per cui ogni qualvolta ci si trovava almeno in cinque o sei, si creava subito l’occasione per disputare una partitella. Non era necessario disporre di un campo di calcio, troppa grazia sarebbe stata.
Bastava una strada, un fazzoletto di terreno o un spiazzo qualsiasi preso in prestito da una cascina. Ognuno voleva impersonare il proprio giocatore più gradito, di conseguenza, i milanisti litigavano per chi dovesse essere Rivera, gli interisti si contendevano il ruolo di Mazzola, i gobbetti quello di Zigoni.
Io non avevo rivali in quanto unico a tifare per il Novara e la scelta cadeva inevitabilmente sul giocatore più simpatico in quel momento, che per il suo modo felpato di correre e per la consuetudine a finire spesso a terra non poteva che essere il Ricu Bramati. Francesco invece voleva sempre essere “Sivvino Beccellino”, così lo pronunciava, giocatore per lui idolo indiscusso di quel Palermo che avrebbe poi vinto il campionato assaporando il ritorno in serie A dopo diversi anni.

Una domenica con mio padre e mio zio, in bicicletta, si partiva alla volta dell’Alcarotti per assistere alla partita del Novara, incontrammo Francesco che, in solitudine, calciava una palla sgonfia contro il muro. Lo sguardo e i gesti denotavano una grande tristezza tipica di chi si sente solo e lontano dai propri affetti. Subito capimmo che era nostro dovere portarlo con noi e ottenuto il permesso dai suoi genitori, non possedendo lui una bicicletta, lo caricammo, a turno sulla canna della bici e via…Non mi ricordo il risultato di quella partita, né contro chi giocasse il Novara, però nitido ho in mente il volto di Francesco che ad ogni azione del Novara ansimava e applaudiva con coraggio e convinzione imitando i nostri comportamenti. Da quel giorno molte altre volte venne all’Alcarotti con me fino al giorno in cui mi confidò che il Novara sarebbe stata, di lì in poi, la sua seconda squadra dopo il “Palemmo”.
Francesco tornò successivamente nella sua terra, e il giorno in cui partì mi disse toccandosi il petto con la mano destra: ”Di ccà ci sta u Palemmo e di cca u Nuara”.

Auguro a chiunque cerchi conforto al di fuori dei propri confini, di poter fare propria la frase che rese celebre l’opera autobiografica di Woody Guthrie : “questa terra è la mia terra”.

Forsa Nuara tüta la vita

Nonnopipo


Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

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