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La Novara che piace. E vince.

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Che la nascita di questo blog avesse portato culo al Novara ci è parso subito evidente dopo la vittoria in quel di Latina . Rimane ora da chiarire l’ultimo dubbio ancora aperto, ovvero la paternità esoterica della tanto ambita, attesa e cercata vittoria dello scudetto della Igor Volley Novara: abbiamo filosoficamente portato un po’ di culo pure a loro oppure è stata l’attribuzione della patente di Zeru Tituli a Leonardi ad aver nuovamente portato immensamente fortuna?  Pur vivendo nella nostra certezza assoluta di non essere dei menasfiga, c’è da dire che l’ultimo personaggio che si è beccato in mondovisione dello Zeru Tituli, dopo qualche anno è riuscito a vincere un campionato inglese con il Leicester, non proprio una big storica del campionato britannico, e questo fatto ci pare avere un peso molto importante sulla questione paternità della botta di culo. Verrebbe quasi da dire che MDS sia stato pirla a farci andare un anno in A, perché questo risultato non gli consente di ricevere il marchio di fabbrica “very original Zeru Tituli”, e quindi non può ovviamente beneficiare dell’oggettivo culo che questo riconoscimento importante si porta appresso. Peccato.

Al di là delle battute, uno scudetto non è mai del tutto casuale, ma è la somma di diversi fattori che nel corso di una stagione diventano fondamentali. Alla base c’è la costruzione di una squadra tecnicamente forte, la solidità di una società alle spalle e di uno staff tecnico che sanno guidarla e, piaccia o non piaccia, una dose di fattore culo cui, onestamente, la Igor era assolutamente in credito. Non è un caso che, e non lo dico io ma gente che ne capisce, questo benedetto scudetto sia arrivato proprio quest’anno nonostante la squadra non fosse in assoluto la più forte degli ultimi anni o comunque la più forte (sulla carta) di tutto il campionato. Ma l’essere stata presente, lucida, cattiva al punto giusto e bravissima a sfruttare le difficoltà delle avversarie (a proposito di culo, gli infortuni mica devono capitare sempre a Novara eh, che se li becchino pure gli altri), ha fatto sì che indiscutibilmente questa vittoria sia stata più che meritata. Davvero brave.

Al di là del giusto momento di euforia e della risonanza mediatica che la vittoria di un campionato comporta, è difficile capire realmente quanto la città ne guadagni in termini concreti. Il volley femminile occupa un ruolo sicuramente importante nel panorama sportivo italiano, ma comunque non paragonabile a quello maschile, e nemmeno avvicinabile al Basket (il calcio non prendiamolo nemmeno come riferimento in quanto fuori concorso). Ed è qui che, a mio avviso, il ruolo del fu Sig. Zeru Titoli diventa ancora più importante da adesso in poi: questa vittoria in un certo senso lo  mette nelle condizioni di dover spingere ancora di più sull’accelleratore perché non può fermarsi. E’ riuscito a costruirsi un “impero” di consensi, di attenzioni e di sponsor che sarebbe folle e assurdo bruciarsi. Giusto per essere chiari, la vittoria di questo scudetto per Leonardi rappresenta quello che è stata la promozione in A che ottenne MDS, e che il non essere riuscito a conservarla e, soprattutto, a riprendersela negli anni successivi, gli ha causato non pochi problemi. Sia in termini economici che soprattutto manageriali e imprenditoriali. Non sono in grado di quantificare la portata del rientro economico che in questi anni Leonardi e la Igor hanno avuto, ma sicuramente se prima qualcuno potesse avere il dubbio che questo fosse il suo giocattolino che aumentasse il suo ego e la sua fama di consenso, ora non più. Ma questo paradossalmente è peggio perché ora gli da l’obbligo morale di portare la Igor Novara più in alto che può. Non avrebbe senso, ora, tirare i remi in barca disponendo di risorse economiche e di consenso davvero invidiabili. Spero quindi porterà sempre più in  alto il nome di Novara, per esempio riuscendo a portare finalmente a Novara la nazionale di Volley, che la città e lui si meriterebbe pure di avere, oltre ad allestire una formazione che provi a vincere la Champions. Sognare si può.

Per il resto, appurato che la Stampa probabilmente scriverà il prossimo articolo serio sul Novara Calcio solo intorno all’inizio del campionato visto che la Igor ormai ha attirato tutte le attenzioni, ribadisco quanto scrissi a Febbraio. Spero che MDS faccia tesoro e impari a muoversi come ha saputo fare il suo collega di sport Leonardi. Certo, nel calcio è tutto più difficile. Si alzano le cifre, gli interessi e le normative sono molto più stringenti tali per cui MDS non può “comprarsi” facilmente consenso, tifo, coreografie e portare in trasferta masse come invece a Leonardi probabilmente viene più facile fare. Ma il consenso, se non arriva dai risultati, può arrivare da un lavoro certosino sul territorio. MDS deve diventare ancora più novarese, deve diventare ancora più tifoso e deve saper diventare più simpatico. Senza tutto questo, e in mancanza di ulteriori eclatanti successi, il rischio che ogni anno si veda erosa una quantità di risorse e di alleati è altissimo. Non a caso in passato, quando il Comune si è trovato nelle condizioni di dover scegliere se favorire il volley o l’hockey, non ha avuto dubbi nel scegliere la prima ipotesi. Ecco cosa vuol dire saper farsi voler bene.

Complimenti ancora alle igorine e ai suoi tifosi, soprattutto quelli storici, che hanno il diritto ora di festeggiare perché se lo sono meritati più di tanti altri. Quando vince Novara è sempre bello, quando si vince per la prima volta ancora di più.

Claudio Vannucci

Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

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Perchè questa Davis significa così tanto

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Non sono mai stato un patito di tennis in termini assoluti, lo ammetto. Ma la Coppa Davis di fine anni 90’, per me nato nell’’82, rappresenta ancora oggi qualcosa di magico. A 15 anni, quando hai deciso che la tua squadra del cuore si chiamerà Novara Calcio e stai per iniziare un calvario di campionati di merda nell’ ultima serie del professionismo che dureranno almeno 6-7 anni, la tentazione di innamorarti nello stesso momento di una nazionale di uno sport così nobile ma rappresentata in Italia sostanzialmente da gente che in quel momento fa fatica a stare nei primi 100 del mondo, può accompagnare solo. E quei week end infiniti di full immersion iniziati il venerdì pomeriggio con il primo singolare e terminati la domenica con l’ultimo, a parte denotare la componente desolantemente scacciafiga del me stesso adolescente, erano circondati da un’aurea di attesa e di adrenalina che difficilmente ho più vissuto, Novara e Nazionale di calcio esclusi.

Era la formula della Coppa Davis con un turno che durava tutto il week-end, al meglio dei cinque e non dei tre come è oggi, sia come set da vincere per aggiudicarsi il punto, sia come match da vincere per passare il turno. Con i big che o non partecipavano o lo facevano spremuti dai tornei, diventavano inaspettatamente competitivi i Pescosolido, i Camporese e i Furlan, tutti discreti top 50 tra inizio e metà anni ‘90 ma ormai in declino, e che invece concentravano molte delle energie su quella vetrina di prestigio, che li portava in un week end a passare da perfetti sconosciuti per 9 italiani su 10 ad avere magari 6 ore di diretta RAI non stop. E questo non alle 2 di notte, ma all’ora di punta. Ne uscivano spesso delle vere e proprie maratone in cui l’italiano di turno faceva vedere i sorci verdi e delle volte faceva l’impresa contro nazionali come gli Stati Uniti, magari in casa loro, quasi sempre perché i migliori degli altri stavano a defaticare da qualche torneo in giro per il mondo. Ma ad uno come me, cresciuto a pane e alti valori etici e morali trasmessi dalla massiccia visione ripetuta di tutte le serie di Ken il Guerriero, tutto questo non importava. Vedevo solo un piccolo italiano, accompagnato dalla voce in perenne affanno respiratorio di Bisteccone Galeazzi, che teneva testa a giganti biondi che tiravano bombe a mano da fondocampo. Ero lì con loro, a spingere un dritto lungolinea di Sanguinetti o una volée del grande Diego Nargiso che faceva un paio di doppi all’anno davanti a qualche milione di spettatori e poi probabilmente tornava ad insegnare ai bambini del tennis club di Napoli.

Purtroppo, finito quel triennio d’oro, culminato con la finale del ’98 e con quel tendine della spalla di Gaudenzi contro Norman dopo 6 ore di poema epico in diretta TV, che ogni volta che lo rivedo è come se si fosse rotto a me, successe l’inevitabile. Con il ritiro di quella generazione di buoni elementi e senza ricambi generazionali, iniziò un periodo buio, culminato con la retrocessione prima in B e poi addirittura in C, e anche io mi sono progressivamente disinteressato dei destini del tennis italiano. Sì, ultimamente mi capitava di sentire ogni tanto di quel Fognini che smattava, o di quel Berrettini che aveva avuto un netto calo fisico casualmente dopo che aveva iniziato a bombarsi la Satta, ma poco di più. E c’è stata un’intera generazione di Potito Starace, di Seppi, di Bolelli, che onestamente non ho mai avuto idea neanche di che faccia avessero.

Ammetto quindi di essere spudoratamente salito sul carro del sinnerismo, specie dalle ATP Finals in poi, anche se questo ragazzo già da prima mi aveva dato l’impressione di avere qualcosa di diverso. È un predestinato, e infatti c’è da scommettere che la cloaca maxima del giornalismo sportivo italiano farà il possibile, dopo averlo esaltato con la peggiore melassa finto patriottica che tiriamo fuori in questi casi, per infilarsi nella prima piccola crepa e affossarlo. È sempre stato il passatempo preferito della carta da culo sportiva con chiunque dimostrasse di essere un fuoriclasse senza stare alle regole non scritte dello show business, ossia fare notizia, e un assaggio lo abbiamo già avuto con i paginoni vergognosi per la non risposta alla convocazione al turno precedente di Davis. In più Sinner ha il torto enorme di fare solo quello per cui è pagato, ossia giocare a tennis, e di farlo in modo così poco da ‘personaggio’. Non sbraita, non aizza il pubblico, non protesta, non spacca racchette, non fa il buffone. Nelle interviste post partita ha sempre una parola per l’avversario che spesso ha appena demolito tecnicamente, non sconfina in campi che non sono i suoi per fare hype, tipo esprimendosi a slogan acefali sui temi internazionali senza averne le minime competenze ma solo perché è la posizione dominante, o colpevolizzandosi per avere il cazzo come hanno fatto tanti suoi colleghi sportivi e non in queste ultime settimane. È solo Jannik Sinner, tennista italiano, che ha fatto tornare indietro me e tanti altri di 25 anni, riaccendendo sensazioni ed emozioni che pensavamo di aver scordato e vestendole di un finale diverso. E anche solo per questo motivo io personalmente gli sarò per sempre grato.

Jacopo

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Viva Sanremo, Viva l’Italia!

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Ammetto di non essere mai stato un particolare fruitore di Sanremo, essendo i miei gusti musicali troppo diversi da quelli trasmessi nella kermesse. Devo dire però, come gran parte degli italiani, di aver sempre dato uno sguardo qua e là alla settimana sanremese perché parliamo pur sempre dell’evento mondano più importante dell’anno. Avevo ad esempio seguito con interesse l’edizione di Baglioni che aveva inaugurato un cambio importante a livello di generi musicali, pur anche questi lontanissimi dai miei, ma che dava per lo meno un segno di modernità mai visto prima.

Devo dire che invece le ultime due edizioni mi sono risultate del tutto inguardabili. E questo per il solito genderismo da accatto, non tanto dei poveri protagonisti del Festival che seguono una linea editoriale prestabilita, ma più da parte di un’ opinione pubblica che per 358 giorni l’anno tollera rutti, scoregge, pollai, risse TV, tronisti, ma che in questa settimana è concentratissima per sgamare ogni più piccola defaillance rispetto al politicamente corretto sulle tematiche di genere e a sparare quintali di merda sul malcapitato di turno.

E quindi ci vuole per forza un Achille Lauro conciato come un mix tra la Bertè e il culo di un pavone, con annesso bacio al chitarrista che fa sempre molto trasgressivo. E guai a dire che a livello canoro ha, diciamo così, qualche margine di miglioramento, tipo quelli che ho io per diventare calciatore, perché la sua è una ‘sfida alla mascolinità tossica’ – cit. Lorenzo Tosa, detto anche ‘quello che scrive articoli su internet perché altrimenti dovrebbe trovarsi un lavoro’.

Sia chiaro, tutto ciò nulla ha a che fare con la vera parità di genere, il divario salariale e tutte le altre sacrosante battaglie da condurre e portare a compimento, e su cui peraltro a dispetto di quanto si dice, il nostro Paese e tra quelli che negli ultimi anni stanno più rapidamente riducendo il gap, per fortuna. Ma ci troviamo in un periodo strano. Un periodo in cui si crea una polemica enorme per il fatto che su tre ministri espressione di un partito (non 15, TRE) non c’è neanche una donna, e questo contribuisce probabilmente alle dimissioni del segretario del partito stesso. Ma nessuno che sottolinei che il livello di partecipazione delle donne alla politica in Italia è la metà di quello degli uomini. Però si pretende che dall’imbuto della competizione politica, per magia escano tante donne quanti uomini.

E non si può più neanche dire che una cosa forse riesce un po’ meglio a un maschio che a una femmina, perchè si viene sommersi da quintalate di insulti e accuse di sessismo. Questo succede anche nel calcio, ad esempio quando in un anonimo pomeriggio di fine febbraio viene trasmessa in diretta su Rai 2 una partita di qualificazione ai Campionati Femminili di Euro ‘22, finita 12 (DODICI) a 0 per l’Italia e che ha fatto lo share peggiore di tutte le 7 reti mainstream. Ecco, si può dire che forse il calcio femminile non ha ancora raggiunto un livello di maturazione tecnica e tattica tale da appassionare una fetta significativa di telespettatori senza passare per bigotti difensori della società patriarcale?

Temo di no, in un paese dove la Palombelli, che durante l’anno conduce un pollaio televisivo in cui c’è gente che si produce in scene di isteria recitata perché il fidanzato ha una passione per MILF, espone proprio a Sanremo un monologo appassionato su impegno e ribellione delle donne per conquistare i propri diritti (e poi sposare un segretario di partito, immagino).

Ma va bene così. Finita questa settimana di full immersion, torneremo a parlare in qualche speciale in quarta serata dei dati disastrosi che questa pandemia sta avendo sull’occupazione femminile (quelli sì meriterebbero tutta la nostra attenzione), mentre la Gruber e la Murgia ci ricorderanno una sera sì e una no dell’importanza di abbattere gli stereotipi della virilità dominante nella nostra società.

Jacopo

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Alex Zanardi non esiste

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La vicenda Zanardi è emblematica dello stato comatoso in cui versa il giornalismo, e, come spesso succede essendone specchio, la nostra società. ‘Zanardi non è uno di noi’ titolava ieri il sempre melodrammatico Verdelli, col solito paternalismo verso il popolo che non si merita un eroe del genere. Zanardi, l’uomo senza limiti, che se cade si rialza sempre, per cui nulla è impossibile. E di conseguenza, come per un tacito assioma, senza difetti. Dall’altra parte la massa, noi poveri mortali che possiamo solo venerare e inchinarci a questo esempio fulgido di grandezza.

Prevengo ogni possibilità di equivoco: Zanardi è un grande sportivo, un uomo con una forza d’animo straordinaria che ha saputo rialzarsi e dimostrare che si possono superare le difficoltà più grandi, reinventarsi e primeggiare in un contesto completamente diverso. Un grande atleta che spero con tutto il cuore si riprenderà da questa ennesima botta che la vita gli ha dato. Ma è un brand. Probabilmente anche suo malgrado. Il brand rassicurante dell’uomo che nonostante la vita lo abbia sottoposto a prove difficilissime, ha sempre una parola gentile e educata, che non si arrabbia mai, che vede il buono in tutto. Zanardi semplicemente non esiste. Esiste l’idea costruita dopo il suo primo incidente e che adesso spazza via tutto: organizzatori di eventi ciclistici che ripetono che non c’era alcuna autorizzazione e la prova andava vista come una semplice escursione che non esenta dal rispetto degli obblighi stradali; politici locali che devono giustificare perché c’era un mezzo della Municipale a scortare la comitiva; guidatori di tir con la colpa di non essere riusciti a smaterializzare il mezzo su cui viaggiavano. Tutti malcapitati attori nell’ennesima contrapposizione tra il simbolo senza peccati e il caprio espiatorio in salsa italica.

Il tutto condito dal solito circo: ‘Ecco dove metteva di solito il cellulare Zanardi’, ‘Zanardi aveva le mani sui manubri’. La narrazione della storia del Santo con le sue reliquie che muore e risorge. Io spero con tutto il cuore che Alex non muoia e che invece, sì, risorga, ancora una volta. Ma spero anche che se si risveglierà, e lo farà con tutte le sue facoltà intellettive intatte, potrà ridere di questa ennesima pagina orrenda del buonismo e del pietismo all’italiana. Sono certo che sarebbe il primo a farlo.

Jacopo

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