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Gente che legge gli occhi

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Tante volte nella mia vita ho provato a mettermi nei panni di un calciatore. Non tanto indossando maglietta e scarpe e scendendo sul campo, ma ho cercato proprio di ragionare con la sua testa, ovvero capire cosa possa passargli nella mente per esempio in periodi complicati come questi. Ho pensato a cosa si possa provare, dal punto di vista di un atleta, farsi il culo in allenamento ma trovare un allenatore col credo particolare che lo mortifica schierandolo in una posizione non sua; ho pensato a cosa si possa provare nel trovarsi una città che lo incita prima di un derby ma che è pronta a dargli del pagliaccio al ritorno a casa dopo una sconfitta; ho provato a pensare a cosa si possa provare quando gioca in trasferta in stadi caldi e poi ritorna nel suo stadio una settimana dopo freddo e vuoto. Ho provato anche a immedesimarmi in lui quando lo stesso ambiente che per mesi gli ha dato della pippa poi inizia ad applaudirlo, magari convincendolo che finalmente il suo lavoro è stato capito ed apprezzato, ma proprio in quel momento la sua Società non gli parla di rinnovo a lui che è in scadenza o rimbalzato  qui e là e, se lo fa, è a forte sconto rispetto ai livelli attuali. E ho provato a pensare cosa possa provare ora che tutto è tornato in bilico, tra un andate a lavorare, un siete tutti delle merde e siete dei mercenari, forse di troppo, detti nell’ordine che preferite. No, non è vero che il mestiere del calciatore è tutto rose e fiori. In mezzo a tanti onori si nascondono le insidie di alcuni oneri che, se non onorati, possono davvero trasformare la stagione in un incubo.

Chi vi scrive non vuole certamente il male di nessun giocatore e men che meno della propria maglia, ma è “fresco” di due retrocessioni molto differenti tra loro. La prima, quella dalla A, è stata tutta rosa e fiori tanto il divario tecnico fisico tra noi e i nostri antagonisti era insormontabile, salutata con tanti sorrisi e ringraziamenti per l’avventura trascorsa. La seconda, quella dalla B alla Lega Pro, molto più traumatica. Quella sera, dopo il ritorno dal playout a Varese, tra una manganellata della celere e qualche calcio nel culo purtroppo solo metaforico ai pochi reduci che almeno ci avevano messo la faccia, ho trovato la risposta al quesito “cosa deve fare un calciatore, se non può vincere, per dimostrare di aver realmente rispettato il suo più grande onere?”. Perché a questa domanda è troppo facile rispondere con un politico “onorare la maglia e sudare per lei”. No, ci vuole altro. Quella sera c’era stata una prima grande scrematura: le fighe di legno, tra cui l’allora capitano e bandiera ancora tanto osannato oggi che però quella sera era già in partenza per il mare, e gli altri, pochissimi, che erano davanti a noi ad ascoltarci. Alcuni in lacrime, altri terrorizzati ma tutti (beh uno no, ma non lo nomino nemmeno da quanto mi sta sui coglioni), e lo si leggeva nei loro occhi, mortificati e dispiaciuti per non essere riusciti a salvarsi. La risposta alla mia domanda è proprio “leggergli gli occhi”. Quelli non mentono mai. La differenza tra essere uno stronzo ed essere uno che ce l’ha messa tutta ho capito che la puoi capire solo guardando gli occhi di un giocatore.

Rimango coerente con quanto ho scritto in questi mesi, e non penso assolutamente che questo Novara corra il rischio di retrocedere, nonostante la matematica dica che la soglia tranquillità di 50 punti sia una delle tante cazzate che si dicono e che trovi conferma sempre e solo a posteriori, mai prima, perché il margine di vantaggio su quelle dietro è ancora ampio e una serie di scontri complicati rende improbabile un nostro coinvolgimento nei playout. Ma la domanda che vi faccio è questa: voi li avete guardati negli occhi i nostri attuali giocatori? Io sì, e vedo gente spenta. Quasi indecifrabile. Occhi che sono un misto tra noia e incazzatura, stanchezza e rassegnazione. Perdono (male) e danno l’idea di pensare “ma sì, che cazzo volete, dovevamo vincere questo campionato? siamo salvi e mi rompete i coglioni?” . Non sono ovviamente un calciatore, ma nella mia vita ne ho visti tanti di esponenti della categoria e posso senza ombra di dubbio sostenere che la categoria di quelli che non stanno male quando le cose vanno male sia  assolutamente la peggiore. Perché sudare quando giochi è una questione di chimica e di fisica, ma avere i crampi allo stomaco per l’incazzatura e il magone no, non è da tutti. E’ questa la differenza tra uno stronzo e uno di valore.

Ovviamente il Novara di quest’anno non regala nemmeno la soddisfazione di capire se è fatto di stronzi o di gente che ci sta male per questa maglia. E’ un Novara che ha fatto della coerenza sul non far capire di che cazzo sia fatto il suo caposaldo e la sua bandiera. Altroché le emozioni, che tutto sommato le si possono provare anche guardando il culo di alcune mogli o compagne dei nostri beniamini, qui si parla proprio di capire se è fatto di uomini o di persone. Se voi avete questa certezza sinceramente vi invidio, seppur mi piacerebbe capire su quali basi concrete possiate aver maturato questa convinzione, perché davvero io non ci riesco.

Mancano le ultime 3 partite prima di andare tutti in vacanza. Cosa auguro al mio Novara? Di dimostrarci chi sono, di dimostrarci di crederci e di avere l’orgoglio di non chiudere questa stagione ad occhi chiusi e spenti, ma di salutarci, se saluto sarà, con la dignità di chi può dire, da calciatore a tifoso, che anche lui è stato male per noi, insieme a noi, perché il Novara è questo e può farti star male. Noi siamo gente semplice, ci basta guardare negli occhi per capire chi abbiamo davanti. Vincere non è importante, è la sola cosa che conta diceva Agnelli. Cazzate. La sola cosa che conta è salutare il Novara con gli occhi lucidi, di quelli che ci hanno creduto e provato sempre. Quanti di voi oggi, cari calciatori,  possono in coscienza dire di averlo fatto?

Claudio Vannucci

Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

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Gli amici sono diventati nemici, i nemici sono diventati amici

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C’è sicuramente qualcosa di perverso nella mia testa, ma oserei dire in quella di tanti altri tifosi, nel trovare folle e criticabile un’azione come quella fatta ieri da Ferranti soprattutto se, nella sostanza, era stata richiesta da tutti. Magari in forma soft o indiretta, ma continuare per settimane a sostenere (a ragione) quanto il semestre di Zebi fosse stato uno dei più fallimentari della storia novarese recente, e aggravarlo da un continuo malcontento sull’operato di Semioli, non dovrebbe poi sfociare in una bocciatura sul Pres con accusa di essere Zampariniano, ovviamente nella sua accezione negativa. Alla fine ha fatto ciò che tutti noi, in qualche modo, abbiamo pensato fosse la soluzione migliore, soprattutto in relazione al ritorno di Marchionni. Trovo sinceramente più coerente chi, per convinzione o per copione, attribuisce tutte le colpe a Ferranti. Si può non essere d’accordo ma che gli vuoi ribattere? Molto più interessante quindi sarebbe capire tutti gli altri di che cosa si lamentano.

Diciamo che, a voler eccedere nel buonismo, l’aver silurato il DS in pieno mercato ma avendo già un sostituto pronto è un segnale che il Pres, piano piano forse pure troppo piano, sta imparando a capire come funziona. Lo scorso anno fece ben peggio stando mesi senza un DS. Semmai, la vera critica, forse preventiva, che faccio al Pres è quella di non credere molto alla narrazione che, immagino, verrà fatta circa il mettere le basi per la nuova stagione. Per mettere le basi occorrerebbero due fattori: che Marchionni, comunque vada, sia già investito del ruolo di allenatore nel prossimo campionato e che al DS succeda lo stesso. Ma siccome, ad oggi e fino a prova contraria, ho fondati motivi di credere che così non sarà, mi pare evidente che si è solamente deciso di alzare bandiera bianca su questa stagione. Ma in fin dei conti mettere le basi oggi per il futuro è cosa assai complicata sapendo che hai almeno un 85% di rosa che dovrai epurare. Su che basi ragioniamo oggi? Su Tavernelli? Sui vari 35enni? Sull’acquisizione definitiva di Galuppini? Su Carillo? Su Pissardo? Quindi in assenza di elementi che faranno pensare ad una nuova epoca Marchionni/DS oggi leggo solo il tutto come frustrazione e ammissione di aver sbagliato tutto.

Uno dei film a mio avviso più belli della storia è Mediterraneo di Salvatores. C’è una scena sul finale in cui un soldato trova i protagonisti che, da anni dispersi su un’isola greca, ignoravano i ribaltoni geopolitici successi all’Italia. “Gli amici sono diventati nemici, i nemici sono diventati amici” spiega loro il soldato. Ecco, mi pare la metafora migliore. Da adesso scopriremo che non abbiamo capito una mazza e Ciancio e Benalouane torneranno ad essere i Piquet del caso prima e dopo la Twingo, e che Sacchi aveva ragione nel dire che il trequartista non serve ad un cazzo. Magari le cose andranno meglio magari peggio, chissà. In ogni caso, speriamo di arrivare presto ad Aprile e metterci in coda per un nuovo giro di giostra. Sicuramente da protagonisti. O almeno fino all’inizio del campionato.

Claudio Vannucci

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Nuovi testicoli cercasi disperatamente

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FeralpiSalò Novara 4-0 e Novara Mantova 5-0 rappresentano in maniera equivocabile le due facce di questo Novara e di come, copyright mio e di Paolo Molina, il calcio sia un meraviglioso sport di merda. I primi 25 minuti di Salò prestazione maiuscola della squadra prima del naufragio collettivo, ieri due grosse opportunità del Mantova prima del loro naufragio collettivo. Al netto di qualche scelta il gruppo è sostanzialmente lo stesso delle due partite citate, così come era lo stesso nel match contro il Trento la cui vittoria è sfumata solo al 94′ o a Meda dove si è giocato malino ma perso per un goal tutto sommato casuale. Questo per dire, al di là di qualsiasi legittima e veritiera considerazione sulla pochezza di gioco, sugli errori fatti da inizio anno, sulle aspettative, sul modulo e sul fatto che un giocatore possa starci antipatico e uno simpatico, il gruppo attuale è in grado di vincere o perdere la maggior parte delle partite contro un avversario “medio” di questo girone perché i due principali “dettagli” che entrano in gioco, ovvero la casualità (un palo, piuttosto che un rigore o un goal divorato) e lo spirito, indirizzano ogni partita. Se sul primo dettaglio c’è poco da fare, anche se la vera forza di un gruppo è anche quella di saper sfruttare gli episodi a favore o addirittura indirizzarli, dove si è oggettivamente sbagliato tutto è stato sulla costruzione di una rosa psicologicamente debole. In settimana mi ha incuriosito un messaggio sul muro dell’amico Sela, peraltro subito oggetto di critiche, in cui evidenziava grosse analogie con gli anni della retrocessione. Mi rendo conto che spesso scrivo cose che ai più possono volare alte e invisibili rispetto ai propri occhi, ma personalmente mi trovo assolutamente d’accordo con lui avendo toccato con mano certe situazioni passate e attuali: un gruppo che, al di là degli abbracci dopo i goal, è chiaramente frammentato in fazioni differenti, e un gruppo in cui presi singolarmente ti vengono a dire “si lo so gioco male ma sentire una critica non mi fa bene perché perdo completamente la mia tranquillità ed equilibrio e vado giù di morale”. Sono tutte situazioni ampiamente viste e riviste negli anni delle retrocessioni, che mostrano una carenza di base di carattere. Non sto dicendo che rischiamo la retrocessione, anche se eviterei di perdere contatto dalla quota playoff, ma sono assolutamente convinto che questo gruppo non ha nelle sue corde quelle caratteristiche vincenti che fanno far bene a prescindere da come vengono schierati in campo. Se Ferranti pensa di poter concretamente raggiungere il terzo quarto posto e giocarsela ai playoff con questo gruppo a mio avviso pecca di eccesso di visioni mariane. Il fallimento quindi, ho maturato questa convinzione, non è tanto o comunque non è stato solo avere un Galuppini del caso che ha reso sotto le aspettative, ma aver creato una combinazione di elementi con evidenti lacune caratteriali prima che tecniche. E, aggiungo, di non essere stati capaci, dal punto di vista societario e tecnico, di gestire questo problema.

Questo è il motivo per cui un passaggio sul mercato è a mio avviso obbligato, a prescindere dalle ambizioni e aspettative personali, perché o adesso scopriamo che babbo Natale ci ha portato la grinta e iniziamo a fare risultati positivi di seguito, oppure siamo in balia del caso, del singolo episodio che può indirizzare un match e soprattutto la testa di una rosa. Ieri è andata bene, sabato può andare male e riprecipitare nell’isterismo e nell’angoscia di sempre. Non può funzionare così, bisogna interrompere questo circolo vizioso e il solo modo di farlo è inserire anche scarponi ma che non si caghino addosso ad ogni fischio. Permettetemi di essere volutamente estremo: ho organizzato anni fa una festa di un club il cui ospite era Seferovic. In quella sera vi garantisco che non ha staccato la testa da quel cazzo di iPhone che aveva. Non gliene fregava nulla se eri lì a lodarlo o ad insultarlo, per lui contava solo il campo. Ecco, ho volutamente esagerato citando un campione, ma il senso è proprio questo: se riempi la rosa di gente che ti questiona al primo mugugno perché poi “va giù di morale”, tu puoi solo accettare di convivere con una stagione di merda. Chiaro che, a questo punto, uno schieramento più congeniale alle caratteristiche della rosa attuale (magari più coperto a centrocampo) sarebbe preferibile ad un integralismo filosofico che non porta da nessuna parte. Ma mi pare, potrei sbagliarmi, che ieri Semioli qualcosa in tal senso lo abbia rivisto.

Certo vincere fa sempre bene, e qualsiasi considerazione amara attuale non può ne deve toglierci la soddisfazione e la goduria per una manita che non è facile vedere. Per come la vedo io questa vittoria non cambia di un millimetro la situazione, però non prendiamoci in giro: è stato davvero bello. Ma ora serve mercato, e non quello per ora visto fatto di scambi improbabili volti ad eliminare “mele marce”. Se si vuole guardare in alto servono soldi, se si vuole solo migliorare servono nuovi testicoli. In ogni caso serve un DS che faccia il tutto e che, soprattutto, goda ancora della stima illimitata della proprietà, a prescindere da un 4-0 subito o 5-0 inflitto. Perché altrimenti è solo umore da ciclo mestruale e non fare calcio.

Claudio Vannucci

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Noi e loro

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È molto difficile trovare una quadra nella testa dei tifosi, soprattutto quando si deve convivere con ripetuti alti e bassi tra vittorie e sconfitte, ma anche, e noi ne siamo un esempio, tra stagioni fallimentari seguite da altre esaltanti e ricche di vittorie. In fin dei conti il nostro ultimo decennio è stato proprio questo, caratterizzato da veloci ascese e altrettante discese, da stagioni di playoff a quelle di playout, da retrocessioni seguite da promozioni col risultato di percepire come “insulsa” (in parte pure dal sottoscritto) quella stagione in cui con Boscaglia in B ci siamo permessi di salvarci comodamente senza mai rischiare di retrocedere o di lottare per la promozione. Non cambieremo mai.

Ma in tutto questo c’è un’altra componente, anch’essa costante spesso irritante e destabilizzante per la tenuta psicofisica di noi tifosi, ovvero l’atteggiamento del gruppo squadra o, più nello specifico, dei calciatori che molte volte eccedono in quei comportamenti borderline tra la permalosità e l’orgoglio che, tendenzialmente, peggiorano la situazione. Il riferimento specifico è proprio il post gara contro l’Arzignano, dove a fronte finalmente di una vittoria contro non propriamente una corazzata, l’occhio attento alla ricerca di qualche segnale non poteva che notare quasi quel piglio di rivalsa dei giocatori ai giornalisti e pubblico, come a volerci sfidare con gli sguardi per urlarci “e adesso non avete da dirci un cazzo?”. Piglio ovviamente durato il tempo di una sola partita. Ecco, nemmeno loro cambieranno mai.

È su questo rapporto molto complesso tra “noi e loro” che, a prescindere dall’epilogo della stagione, si costruiscono annate buone o di merda, la cui linea di demarcazione spesso è molto più sottile degli estremi cui noi siamo abituati. Ed è purtroppo proprio questa la stagione classica dove si rischia di buttarla in vacca aumentando il divario tra noi e loro. Ne ho vissute tante, e proprio perché in tante di queste ho contribuito, tra scritti e azioni, ad aumentare quel gap, so perfettamente come questo momento sia il più delicato. Ieri, guardando la partita, volevo uccidere in ordine: il gatto, la moglie, la vicina di casa, gente a caso in strada, Galuppini (ieri tra i migliori ma non importa), Masini (perché quel goal si segna senza se e senza ma) e tutte la classe politica (che non ha colpe ma non importa). Però alla fine la penso come Jacopo quando rileva che abbiamo fatto i migliori trenta minuti della stagione. Si, lo so, ci sono i restanti 60 minuti. Però se ci concentriamo su quelli finisce davvero alla caccia di noi a loro. Partiamo quindi da quei primi 30 minuti (e dalla scorsa partita) e proviamo a verificarci nelle prossime due partite prima dello stop natalizio e di un mercato che qualcosa cambierà. Volevamo un’inversione di tendenza che in parte oggettivamente si è vista, e forse la strada è quella giusta.

Nella mia testa è ben chiaro chi ha sbagliato cosa, a tutti i livelli. Lo è chiaro a tutti, credo. Mi permetto però di suggerire un’ulteriore apertura di credito verso la squadra, ma lo stesso chiedo a loro nell’essere più aperti alla critica e allo spirito di sacrificio. In caso di vittoria col Trento dovranno essere i primi a capire di non aver fatto nulla di eclatante. Il momento è delicato, e forse ora stiamo ottenendo meno di quello che potenzialmente potremmo ottenere. Salò deve essere il punto di rimbalzo e non il proseguimento di una caduta.

Claudio Vannucci

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