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La 108 volta della Milano Sanremo

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La classica, per definizione, apre come da tradizione la stagione del ciclismo con la C di Calderoni.
Oggi si festeggiano i suoi 110 anni e per questo compleanno ci si regala il “solito” percorso, un fantastico teatro, che va da Piazza Castello fino al Mare della Liguria.
Tom Boonen presentava così la corsa nei giorni scorsi: ”Puoi stare in bicicletta per sette ore ma poi si decide tutto in sette secondi”. Niente a che vedere insomma con imprese da antico ciclismo ormai irripetibile, dalla musica da ballo mandata in onda nel 1946 da Niccolò Carosio in attesa che arrivasse il secondo dopo Fausto Coppi.

L’ edizione numero 108 della classicissima è di Michal Kwiatkowski, che dopo una corsa all’ultimo respiro batte, anzi beffa, Peter Sagan. Terzo posto per il francese Julian Alaphippe.

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Sagan capisce che in una volata a ranghi compatti non ce la farebbe con velocisti troppo freschi e sul Poggio mette in scena la più bella azione della Sanremo degli ultimi anni.
Kwiatkowski è meno veloce di lui, ma lo beffa perché ha più energie avendo dato pochi cambi. E poi il polacco non è certo uno qualunque: la maglia di campione del mondo l’ha indossata anche lui, e due settimane fa ha vinto bene le Strade bianche. Freddo, anche nel contropiede della vittoria: sul rettilineo sembra staccarsi di qualche metro per rilanciare e bruciare Sagan.

Insomma, un degno vincitore, anche se Sagan oggettivamente avrebbe meritato di più: “Mi sono abituato al secondo posto, ora mi aspettano altri obbiettivi. Sul Poggio ero da solo, poi sono rientrati gli altri due ed è andata come è andata. Un paio di cambi me li hanno dati, ma alla fine ho lavorato più degli altri”, spiega “al solito” chi perde……

Quasi ininfluente, sia pur lunghissima, la fuga che caratterizza la giornata, la fase calda è sempre la solita, sempre sull’ultimo dei tre “capi”, al Berta, tira aria di epilogo in volata, visto che non si stacca nessuno dei big, la Cipressa invece è già una sentenza per un appesantito Mark Cavendish, intanto Sagan viene scortato da Benedetti, poi sul Poggio prende in mano la situazione in prima persona.

Dietro non rientrano, il pubblico tifa per un personaggio perfetto per tenere alta l’immagine del ciclismo e un po’ tutti ci sperano, solo che la Sanremo è sempre come un “bel film” ed in ogni copione che si rispetti c’è sempre un cattivo, stavolta, ha lo sguardo “da duro” di Michal Kwiatkowski.

Gf

 

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Fondatore dei Blog Novara Siamo Noi e Rettilineo Tribuna, Vice Presidente del Coordinamento Cuore Azzurro e fraterno amico di chiunque al mondo consideri lo stadio la sua seconda casa. O addirittura la prima. Editorialista estremista, gattaro.

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Perchè questa Davis significa così tanto

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Non sono mai stato un patito di tennis in termini assoluti, lo ammetto. Ma la Coppa Davis di fine anni 90’, per me nato nell’’82, rappresenta ancora oggi qualcosa di magico. A 15 anni, quando hai deciso che la tua squadra del cuore si chiamerà Novara Calcio e stai per iniziare un calvario di campionati di merda nell’ ultima serie del professionismo che dureranno almeno 6-7 anni, la tentazione di innamorarti nello stesso momento di una nazionale di uno sport così nobile ma rappresentata in Italia sostanzialmente da gente che in quel momento fa fatica a stare nei primi 100 del mondo, può accompagnare solo. E quei week end infiniti di full immersion iniziati il venerdì pomeriggio con il primo singolare e terminati la domenica con l’ultimo, a parte denotare la componente desolantemente scacciafiga del me stesso adolescente, erano circondati da un’aurea di attesa e di adrenalina che difficilmente ho più vissuto, Novara e Nazionale di calcio esclusi.

Era la formula della Coppa Davis con un turno che durava tutto il week-end, al meglio dei cinque e non dei tre come è oggi, sia come set da vincere per aggiudicarsi il punto, sia come match da vincere per passare il turno. Con i big che o non partecipavano o lo facevano spremuti dai tornei, diventavano inaspettatamente competitivi i Pescosolido, i Camporese e i Furlan, tutti discreti top 50 tra inizio e metà anni ‘90 ma ormai in declino, e che invece concentravano molte delle energie su quella vetrina di prestigio, che li portava in un week end a passare da perfetti sconosciuti per 9 italiani su 10 ad avere magari 6 ore di diretta RAI non stop. E questo non alle 2 di notte, ma all’ora di punta. Ne uscivano spesso delle vere e proprie maratone in cui l’italiano di turno faceva vedere i sorci verdi e delle volte faceva l’impresa contro nazionali come gli Stati Uniti, magari in casa loro, quasi sempre perché i migliori degli altri stavano a defaticare da qualche torneo in giro per il mondo. Ma ad uno come me, cresciuto a pane e alti valori etici e morali trasmessi dalla massiccia visione ripetuta di tutte le serie di Ken il Guerriero, tutto questo non importava. Vedevo solo un piccolo italiano, accompagnato dalla voce in perenne affanno respiratorio di Bisteccone Galeazzi, che teneva testa a giganti biondi che tiravano bombe a mano da fondocampo. Ero lì con loro, a spingere un dritto lungolinea di Sanguinetti o una volée del grande Diego Nargiso che faceva un paio di doppi all’anno davanti a qualche milione di spettatori e poi probabilmente tornava ad insegnare ai bambini del tennis club di Napoli.

Purtroppo, finito quel triennio d’oro, culminato con la finale del ’98 e con quel tendine della spalla di Gaudenzi contro Norman dopo 6 ore di poema epico in diretta TV, che ogni volta che lo rivedo è come se si fosse rotto a me, successe l’inevitabile. Con il ritiro di quella generazione di buoni elementi e senza ricambi generazionali, iniziò un periodo buio, culminato con la retrocessione prima in B e poi addirittura in C, e anche io mi sono progressivamente disinteressato dei destini del tennis italiano. Sì, ultimamente mi capitava di sentire ogni tanto di quel Fognini che smattava, o di quel Berrettini che aveva avuto un netto calo fisico casualmente dopo che aveva iniziato a bombarsi la Satta, ma poco di più. E c’è stata un’intera generazione di Potito Starace, di Seppi, di Bolelli, che onestamente non ho mai avuto idea neanche di che faccia avessero.

Ammetto quindi di essere spudoratamente salito sul carro del sinnerismo, specie dalle ATP Finals in poi, anche se questo ragazzo già da prima mi aveva dato l’impressione di avere qualcosa di diverso. È un predestinato, e infatti c’è da scommettere che la cloaca maxima del giornalismo sportivo italiano farà il possibile, dopo averlo esaltato con la peggiore melassa finto patriottica che tiriamo fuori in questi casi, per infilarsi nella prima piccola crepa e affossarlo. È sempre stato il passatempo preferito della carta da culo sportiva con chiunque dimostrasse di essere un fuoriclasse senza stare alle regole non scritte dello show business, ossia fare notizia, e un assaggio lo abbiamo già avuto con i paginoni vergognosi per la non risposta alla convocazione al turno precedente di Davis. In più Sinner ha il torto enorme di fare solo quello per cui è pagato, ossia giocare a tennis, e di farlo in modo così poco da ‘personaggio’. Non sbraita, non aizza il pubblico, non protesta, non spacca racchette, non fa il buffone. Nelle interviste post partita ha sempre una parola per l’avversario che spesso ha appena demolito tecnicamente, non sconfina in campi che non sono i suoi per fare hype, tipo esprimendosi a slogan acefali sui temi internazionali senza averne le minime competenze ma solo perché è la posizione dominante, o colpevolizzandosi per avere il cazzo come hanno fatto tanti suoi colleghi sportivi e non in queste ultime settimane. È solo Jannik Sinner, tennista italiano, che ha fatto tornare indietro me e tanti altri di 25 anni, riaccendendo sensazioni ed emozioni che pensavamo di aver scordato e vestendole di un finale diverso. E anche solo per questo motivo io personalmente gli sarò per sempre grato.

Jacopo

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Viva Sanremo, Viva l’Italia!

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Ammetto di non essere mai stato un particolare fruitore di Sanremo, essendo i miei gusti musicali troppo diversi da quelli trasmessi nella kermesse. Devo dire però, come gran parte degli italiani, di aver sempre dato uno sguardo qua e là alla settimana sanremese perché parliamo pur sempre dell’evento mondano più importante dell’anno. Avevo ad esempio seguito con interesse l’edizione di Baglioni che aveva inaugurato un cambio importante a livello di generi musicali, pur anche questi lontanissimi dai miei, ma che dava per lo meno un segno di modernità mai visto prima.

Devo dire che invece le ultime due edizioni mi sono risultate del tutto inguardabili. E questo per il solito genderismo da accatto, non tanto dei poveri protagonisti del Festival che seguono una linea editoriale prestabilita, ma più da parte di un’ opinione pubblica che per 358 giorni l’anno tollera rutti, scoregge, pollai, risse TV, tronisti, ma che in questa settimana è concentratissima per sgamare ogni più piccola defaillance rispetto al politicamente corretto sulle tematiche di genere e a sparare quintali di merda sul malcapitato di turno.

E quindi ci vuole per forza un Achille Lauro conciato come un mix tra la Bertè e il culo di un pavone, con annesso bacio al chitarrista che fa sempre molto trasgressivo. E guai a dire che a livello canoro ha, diciamo così, qualche margine di miglioramento, tipo quelli che ho io per diventare calciatore, perché la sua è una ‘sfida alla mascolinità tossica’ – cit. Lorenzo Tosa, detto anche ‘quello che scrive articoli su internet perché altrimenti dovrebbe trovarsi un lavoro’.

Sia chiaro, tutto ciò nulla ha a che fare con la vera parità di genere, il divario salariale e tutte le altre sacrosante battaglie da condurre e portare a compimento, e su cui peraltro a dispetto di quanto si dice, il nostro Paese e tra quelli che negli ultimi anni stanno più rapidamente riducendo il gap, per fortuna. Ma ci troviamo in un periodo strano. Un periodo in cui si crea una polemica enorme per il fatto che su tre ministri espressione di un partito (non 15, TRE) non c’è neanche una donna, e questo contribuisce probabilmente alle dimissioni del segretario del partito stesso. Ma nessuno che sottolinei che il livello di partecipazione delle donne alla politica in Italia è la metà di quello degli uomini. Però si pretende che dall’imbuto della competizione politica, per magia escano tante donne quanti uomini.

E non si può più neanche dire che una cosa forse riesce un po’ meglio a un maschio che a una femmina, perchè si viene sommersi da quintalate di insulti e accuse di sessismo. Questo succede anche nel calcio, ad esempio quando in un anonimo pomeriggio di fine febbraio viene trasmessa in diretta su Rai 2 una partita di qualificazione ai Campionati Femminili di Euro ‘22, finita 12 (DODICI) a 0 per l’Italia e che ha fatto lo share peggiore di tutte le 7 reti mainstream. Ecco, si può dire che forse il calcio femminile non ha ancora raggiunto un livello di maturazione tecnica e tattica tale da appassionare una fetta significativa di telespettatori senza passare per bigotti difensori della società patriarcale?

Temo di no, in un paese dove la Palombelli, che durante l’anno conduce un pollaio televisivo in cui c’è gente che si produce in scene di isteria recitata perché il fidanzato ha una passione per MILF, espone proprio a Sanremo un monologo appassionato su impegno e ribellione delle donne per conquistare i propri diritti (e poi sposare un segretario di partito, immagino).

Ma va bene così. Finita questa settimana di full immersion, torneremo a parlare in qualche speciale in quarta serata dei dati disastrosi che questa pandemia sta avendo sull’occupazione femminile (quelli sì meriterebbero tutta la nostra attenzione), mentre la Gruber e la Murgia ci ricorderanno una sera sì e una no dell’importanza di abbattere gli stereotipi della virilità dominante nella nostra società.

Jacopo

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Alex Zanardi non esiste

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La vicenda Zanardi è emblematica dello stato comatoso in cui versa il giornalismo, e, come spesso succede essendone specchio, la nostra società. ‘Zanardi non è uno di noi’ titolava ieri il sempre melodrammatico Verdelli, col solito paternalismo verso il popolo che non si merita un eroe del genere. Zanardi, l’uomo senza limiti, che se cade si rialza sempre, per cui nulla è impossibile. E di conseguenza, come per un tacito assioma, senza difetti. Dall’altra parte la massa, noi poveri mortali che possiamo solo venerare e inchinarci a questo esempio fulgido di grandezza.

Prevengo ogni possibilità di equivoco: Zanardi è un grande sportivo, un uomo con una forza d’animo straordinaria che ha saputo rialzarsi e dimostrare che si possono superare le difficoltà più grandi, reinventarsi e primeggiare in un contesto completamente diverso. Un grande atleta che spero con tutto il cuore si riprenderà da questa ennesima botta che la vita gli ha dato. Ma è un brand. Probabilmente anche suo malgrado. Il brand rassicurante dell’uomo che nonostante la vita lo abbia sottoposto a prove difficilissime, ha sempre una parola gentile e educata, che non si arrabbia mai, che vede il buono in tutto. Zanardi semplicemente non esiste. Esiste l’idea costruita dopo il suo primo incidente e che adesso spazza via tutto: organizzatori di eventi ciclistici che ripetono che non c’era alcuna autorizzazione e la prova andava vista come una semplice escursione che non esenta dal rispetto degli obblighi stradali; politici locali che devono giustificare perché c’era un mezzo della Municipale a scortare la comitiva; guidatori di tir con la colpa di non essere riusciti a smaterializzare il mezzo su cui viaggiavano. Tutti malcapitati attori nell’ennesima contrapposizione tra il simbolo senza peccati e il caprio espiatorio in salsa italica.

Il tutto condito dal solito circo: ‘Ecco dove metteva di solito il cellulare Zanardi’, ‘Zanardi aveva le mani sui manubri’. La narrazione della storia del Santo con le sue reliquie che muore e risorge. Io spero con tutto il cuore che Alex non muoia e che invece, sì, risorga, ancora una volta. Ma spero anche che se si risveglierà, e lo farà con tutte le sue facoltà intellettive intatte, potrà ridere di questa ennesima pagina orrenda del buonismo e del pietismo all’italiana. Sono certo che sarebbe il primo a farlo.

Jacopo

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